La tutela del paesaggio delle Marche | Marta Mazza

Architettura e agricoltura sono beni culturali da tutelare, ma flora e fauna hanno diritti e meritano protezione non meno delle opere d’arte

Marta Mazza
Stefano Miliani |

Dal fascino evocativo e a portata di camminatori degli Appennini alle dolci ondulazioni delle colline punteggiate di case e borghi, dai campi arati fra paesi e case sparse fino alla costa, tra eleganti architetture urbane e un’edilizia del boom economico spesso invasiva, come proteggere i tanti paesaggi delle Marche? Come rimediare ai tanti capannoni industriali desolatamente vuoti per crisi economiche o perché gli imprenditori hanno delocalizzato il lavoro? Il paesaggio è a pieno titolo un bene culturale da proteggere come peraltro prevede il Codice dei beni culturali? Lo abbiamo chiesto a quattro esperti: gli architetti Carlo Birrozzi, Mario Cucinella e Antonella Marrone e la storica dell’arte Marta Mazza. Dalle risposte una domanda sorprendente, almeno per la concezione consueta del pianeta: oltre ai diritti di noi umani non dovremmo pensare anche ai diritti di flora e fauna?

Comprometti il paesaggio e ti si ritorcerà contro
Marta Mazza (1967), soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche: «Il paesaggio è un bene culturale fin dalle prime normative di tutela del ’900, ricordo le leggi Bottai del 1939, e per il Codice Urbani. È sempre stato nell’attenzione dello Stato e oggi a maggior ragione le tematiche più ecologiste s’intrecciano con quelle consolidate della tutela paesaggistica». Ma Stato ed enti pubblici non sono stati spesso disattenti? «Sì, è vero».

E che cosa fa oggi la Soprintendenza delle Marche? «Una Soprintendenza non può far da sola, la pianificazione paesaggistica è della Regione, condivisa con lo Stato, non viceversa, per cui non può esistere un vincolo paesaggistico se non decretato dalla Regione concordemente con l’amministrazione statale. Noi, con il Ministero, stiamo rilanciando una doverosa copianificazione con la Regione Marche».

Si interpone però un ostacolo subdolo e poco visibile nelle Soprintendenze: «Un calo insostenibile del personale è nemico di qualunque pianificazione, tanto più se condivisa: metter su tavoli significa avere energie che l’ufficio fatica a trovare, così come è un punto di debolezza la grandissima sollecitazione di strumenti nazionali come il “super bonus” che ricadono nella nostra competenza per aree di tutela paesaggistica, per la quantità di procedimenti che fatichiamo anche ad analizzare. Le Marche sono al 60% collinari, l’architettura legata al paesaggio agricolo è centrale, mentre alcune zone hanno avuto sofferenze paesaggistiche per la gran parte irreversibili, come l’edificato a ridosso della spiaggia».

Di contro non tutto è andato storto: «Alcune battaglie in passato hanno avuto buon esito, per esempio l’eolico qui non si vede. Le istituzioni di tutela hanno posto un argine».

I capannoni in disuso però esistono. «Vengo dal Veneto dove un capannone non si è negato a nessuno. Oggi il compito di una Soprintendenza è fare in modo che le fragilità come le difficoltà produttive ed economiche o quelle di un sisma non legittimino la deroga alla tutela paesaggistica. Dobbiamo far capire che se comprometti l’identità forte del tuo paesaggio un domani ti si ritorcerà contro. Sui Monti Sibillini del terremoto alcune Sae (Soluzioni abitative d’emergenza, Ndr) sono posizionate in modo sconvolgente, sono un’ulteriore ferita invece di un segnale di speranza. Un argomento spesso portato in gioco è: se il territorio è devastato allora si deroga. No, dobbiamo arginare ulteriori derive anche dove palesemente superate».
LA TUTELA DEL PAESAGGIO NELLE MARCHE
Marta Mazza
Mario Cucinella
Carlo Birrozzi
Antonella Melone

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