La Cappella di Santa Maria di Missione

Un capolavoro del gotico internazionale italiano a Villafranca Piemonte

Maria di Borgogna (a destra il particolare del viso)
Arabella Cifani |  | Villafranca Piemonte (To)

La Cappella di Santa Maria di Missione, è considerata tra i grandi capolavori del gotico internazionale italiano. I suoi affreschi maggiori furono realizzati dal grande pittore Duxaymo (o Aimone Duce), che li eseguì negli anni Quaranta del Quattrocento, al tempo della fioritura artistica sotto il duca sabaudo Amedeo VIII, poi antipapa con il nome di Felice V (1439-1449).

Illustre è la storia dell’edificio, che affascinò gli storici dell’arte fin dall’Ottocento e fu oggetto nel 1896 da parte di Secondo Pia (il primo fotografo della Sindone) di una campagna fotografica; nel 1910 anche il grande storico dell’arte Pietro Toesca intervenne con uno studio basilare. Remota fra campi e boschi per secoli, lontana anche dalle rotte di vandali e sbandati, la chiesa è giunta a noi sempre trovando (soprattutto fra i contadini del posto) chi l’ha custodita gelosamente.

Entrando, il primo colpo d’occhio è per la parete centrale di fondo, sulla quale si dispiega un complesso apparato di immagini. Nella parte alta, nella lunetta, ecco una stupenda Annunciazione; sulla destra il pittore ha lasciato la firma: «duxaym. p.» (pinxit o pingebat). Sotto è affrescato un intenso Compianto sul Cristo morto. Ai lati, due santi martiri. Dipinti in posizione privilegiata catturano immediatamente l’attenzione: sicuramente non sono stati collocati a caso. La santa sulla sinistra è santa Lucia di Siracusa, sulla destra il guerriero San Maurizio, veneratissimo dai Savoia. Nel San Maurizio si deve forse ravvisare il ritratto del giovane Amedeo VIII; nella S. Lucia sua moglie Maria Claudina di Borgogna (1386-1422), figlia di Filippo l’Ardito e sorella di Giovanni senza Paura (+1419).

La Cappella di Missione è celebre soprattutto per il grande ciclo della parete di sinistra. Vi è qui la sequenza delle sette virtù. Il pittore si è però divertito molto di più a dipingere la sequenza dei Sette Vizi, realizzando figure indimenticabili, degne veramente di testimoniare il loro tempo in tutta Europa.
Il corteo cammina su di una prateria infuocata, sulla quale si muovono gli animali simbolici che trasportano i Vizi e rassomigliano ai peccati che portano in groppa. L’Accidia, una donna pigra, sfatta, con l’occhio perso nel vuoto. Segue l’Ira, che si trafigge con un pugnale. Il pittore rende in modo straordinario i sentimenti di follia che portano la donna al gesto estremo: con poche pennellate ne delinea gli occhi chiusi, il naso anelante, la bocca serrata.

Inarcata su sé stessa nell’atto di pugnalarsi, si pianta uno spadino all’altezza del cuore passandosi da parte a parte fra zampilli di sangue mentre un diavolo dall’aspetto canino la sostiene. Il risultato è di assoluta modernità e grande verità; si può pensare che Duxaymo abbia potuto osservare con attenzione quasi scientifica degli alienati.

Molto più allegro è il vizio della Gola, giovane dama grassa e ricca, che ingoia una coscia di pollo mentre con la destra sostiene una caraffa di vino. Non suscita simpatie l’Invidia: una giovane donna magra, bionda, consunta dalle fortune altrui, squassata dalla rabbia, rode miseramente una bacchetta. Ecco poi il vizio più simpatico del corteggio: la Lussuria, attraente ed elegantissima signora che cavalca un porco, si specchia con compiacenza e mostra audacemente una gamba fino alla coscia. La Lussuria è sì un vizio, ma anche il diavolo che l’accompagna ne resta incantato e la guarda con occhio adorante.

I Vizi diventano più gravi a mano a mano che corrono verso l’inferno. L’Avarizia, magrissima, scarmigliata, stracciata, scalza, porta stretta al petto la borsa dei soldi che non le serviranno per salvarla; cavalca una somigliante scimmia. Infine, l’ultimo vizio, il peggiore. La Superbia, fonte dei vizi, è infatti ormai prossima all’inferno. È raffigurata come una regina; cavalca un leone che s’impunta davanti alle fiamme. La lunga cavalcata può fermarsi; è giunta a destinazione; qui si deve smontare: lo testimonia un diavolo che toglie alla Superbia la corona.

Sull’orlo estremo, precipite nella bocca infernale, campeggiano due personaggi misteriosi. La donna è gran dama: lo testimonia il suo altissimo balzo giallo a spicchi neri, adorno di perle, giovane e molto avvenente; di un nudo integrale, per il tempo audacissimo, è lambita già dalle fiamme, dipinte sulle sue carni. Dietro di lei, e a lei strettamente avvinto, un uomo si nasconde e guarda con raccapriccio il demonio che sta per affondargli una zampa ungulata sulla spalla. L’uomo non è nudo, porta delle moderne mutande. Chi sono i due personaggi? Sono stati proposti i nomi di Paolo e Francesca, ma potrebbero essere anche Tristano e Isotta, o, con tutta probabilità personaggi storici precisi.

L’ affresco è chiuso sulla destra dalla bocca dell’inferno: un grande pesce, come sovente nelle raffigurazioni medioevali francesi e nordiche; con le fauci ricolme di dannati scomposti; prevalgono figure esposte impudicamente, frati tonsurati, uomini di potere: un demonio le infilza e rimesta nel gran calderone. Una vena d’ironia sottile traspare sulla grande parete. Il pittore sembra piuttosto scettico sia sulle possibilità di saper fuggire i vizi, sia sul castigo dell’inferno; la bocca spalancata, pronta ad ingoiare i rei, evidenzia denti usurati, spezzati e/o cariati. Mettiamola pure che i cattivi saranno castigati nell’altra vita, ma via, l’inferno esiste davvero? Io vi metto dentro volentieri chiercuti, riccacci e quant’altro, ma chi mai li castigherà?

Gli affreschi, in questa zona del tutto rurale, hanno alla base un ambiente molto colto e raffinato, come appare  anche dalla loro complessità. La committenza è da ricercare all’interno della corte ducale di Savoia, con una datazione va fra l’ottobre 1434, quando fu coniato il collare con Croce di san Maurizio ed il 1445-46, quando Anna di Cipro, moglie di Ludovico di Savoia, ricevette in dono  i redditi di Villafranca Piemonte.

La Cappella fa riemergere la figura dell’autore degli affreschi: Duxaymo, il più importante pittore della corte di Ludovico D’Acaia e di Anna di Cipro, «pictor domini» dicono i documenti. Il pittore era anche uomo di fiducia del duca, spesso inviato a Milano per missioni delicate.

Duxaymo resta, come già ritenuto Pietro Toesca, artista autoctono di una terra di confine, da sempre porta d’Italia, bifronte nella sua cultura fra l’antica Lotaringia e interessi che scendevano fino a Firenze e a Roma, ma si muovevano anche in quello spazio artistico speciale che è la pianura padana. Influssi lombardi e borgognoni si incontrano nelle sue opere; il pittore documenta però lo stile e la cultura dell’arte piemontese della prima metà del Quattrocento: stile e cultura che meritano di essere introdotti, a pieno titolo, nel grande corpus della storia dell’arte italiana, che fino ad oggi ha trascurato il Piemonte in modo del tutto ingiustificato.

© Riproduzione riservata Amedeo (a destra un particolare) Uno scorcio degli affreschi di Villafranca Piemonte Uno scorcio e un particolare negli affreschi di Villafranca Piemonte
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