Era necessario fare arte nella Russia di Putin

Dopo lo scoppio della guerra Francesco Manacorda si è dimesso dalla direzione del Ges-2 di Mosca, un ponte con l’Occidente fondato dall’oligarca Leonid Mikhelson. Chiusure e sanzioni, anche nell’arte, «puniscono e feriscono i cittadini e non la classe politica, cioè l’artefice dell’invasione»

L'interno del Ges-2 di Mosca progettato da Renzo Piano Francesco Manacorda
Alessandro Martini |

Curatore giovane, brillante e di lungo corso (prima direttore di Artissima a Torino, sua città natale, dal 2010 al 2012, poi alla guida della Tate Liverpool), Francesco Manacorda, 48 anni, è stato dal 2017 direttore artistico della V-A-C Foundation, da cui si è dimesso a inizio marzo, a ridosso dell’invasione russa dell’Ucraina. Con due sedi, a Mosca (il Ges-2, inaugurato a fine 2021 su progetto di Renzo Piano) e a Venezia, diretta dall’italiana Teresa Iarocci Mavica (che da direttrice generale già a dicembre aveva limitato il proprio impegno alla sola sede italiana), la V-A-C è nata per essere punto di connessione tra la cultura russa e quella internazionale, con uno sguardo puntato verso l’Occidente. Obiettivo meritorio. Ma con un problema, agli occhi di molti: suo fondatore e proprietario è l’oligarca Leonid Mikhelson, vicino a Putin, amministratore delegato, presidente e principale azionista della società russa del gas Novatek (tra l’altro, la società di cui è stato dirigente Sergey Protosenya, morto suicida, ma con molti misteri, il 22 aprile scorso in Spagna dopo aver ucciso moglie e figlia).

È anche per questa proprietà «scomoda» che si è dimesso?
In realtà lavorare con Mikhelson è sempre stato molto stimolante, di grande ispirazione. Le sue motivazioni per creare un’istituzione per il Paese e per i cittadini erano molto genuine. «Voglio un luogo di cui le persone sentano il bisogno», ha sempre detto.

La Russia di Putin, però, è illiberale non da ora. Pensiamo all’annessione della Crimea nel 2014, alle leggi liberticide, alle persecuzioni della comunità Lgbt, al bavaglio alla stampa libera.
Proprio perché già in epoca pre guerra il Paese era in quella situazione, io ho sempre ritenuto non solo importante, ma addirittura necessario lavorare per sostenere progetti di dialogo e apertura, necessari in Russia molto più che in ogni altro Paese europeo... La mia è stata una scelta molto cosciente, fin dall’inizio. Non a caso, l’azione della fondazione e del Ges-2 di cui sono stato direttore era specificamente orientata a mettere in contatto, ad attivare più dialoghi possibili nella convinzione che potessero portare benefici a tutti. Prima di aprire l’istituzione, ad esempio, abbiamo realizzato una serie di piccoli progetti con comunità non necessariamente già avvezze alla cultura e all’arte contemporanea, con gruppi anche nelle periferie di Mosca. Avevamo un piano di attivazione per portare uno strato di popolazione a contatto con la cultura contemporanea, basato sull’idea di guardare ad alcuni cliché della cultura russa e cercare di aprirli e di riconfigurarli. Il primo programma era basato sugli anni ’90 e sul post comunismo, mentre per il futuro avevamo in progetto iniziative sul Realismo, poi sul concetto di «Madre Russia», sullo spazio e sull’esplorazione come istinto coloniale. L’idea di base era quella di affrontare luoghi comuni per scardinarli.

Un programma non realizzato che potrebbe ripartire in un prossimo futuro.
Certo, è una possibilità e un auspicio, ma dipende ovviamente da ciò che succederà nei prossimi mesi. In questo momento la vedo molto complicata, con tutte le difficoltà di permeabilità dei confini e con la limitazione alla libertà di espressione all’interno del Paese. Con la fondazione e con Mikhelson i rapporti sono rimasti molto cordiali, ha capito le mie ragioni. Non so invece nulla riguardo ai suoi rapporti con Putin, né prima né adesso. Non mi sono mai trovato con loro, insieme nella stessa stanza.

Come si è arrivati alle sue dimissioni?
Non appena è scoppiato il conflitto, abbiamo cercato di capire che cosa fare e, soprattutto, come salvaguardare l’istituzione. Ero in Russia, dopodiché sono venuto a Londra dove risiedo da molti anni. La situazione era talmente degenerata che mi sono reso conto che non c’erano davvero alternative alle mie dimissioni. Avevamo molte iniziative in corso, come la performance dell’artista islandese Ragnar Kjartansson poi annullata. Nel giro di quattro o cinque giorni abbiamo deciso di chiudere tutte le attività, a parte quelle per i bambini, mantenendo però l’edificio aperto, per poter continuare ad accogliere le persone.

La chiusura della fondazione è quindi un forte impoverimento per molti cittadini russi.
Certo. Infatti una delle remore che avevo alle mie dimissioni era proprio rispetto a questa mancanza che punisce e ferisce i cittadini e non la classe politica, cioè l’artefice dell’invasione. È molto difficile e secondo me molto sbagliato identificare il Paese con la sua classe politica.

In questi mesi ha avuto la sensazione che il pubblico che ha frequentato il Ges-2 fosse in qualche modo «antagonista», o quantomeno resistente rispetto alle politiche di Putin?
In origine il mondo dell’arte rappresenta certamente una sacca di resistenza, però l’apertura di un centro delle dimensioni e delle ambizioni di quello progettato da Renzo Piano ha portato un pubblico anche molto diverso da quello tradizionale dell’arte. Statisticamente non saprei dire quale fosse la sua posizione politica, ma non mi è sembrato una cellula di resistenza della sinistra russa.

Come le appare oggi la situazione in Russia?
La vedo molto cupa. Per gli artisti, e non solo, è molto difficile dire qualunque cosa. Basti pensare che è illegale, come ben sappiamo, dichiarare che è in corso una guerra contro l’Ucraina. Che cosa fai dunque, se sei un artista e vuoi essere situato pienamente nel mondo in cui vivi? L’alternativa è tra produrre opere invisibili, nascoste, oppure ridurre la tua libertà d’espressione. Molti dei colleghi con cui lavoravo, principalmente locali, sono stati devastati dalla situazione, prima dall’invasione e poi dalla stretta ai diritti individuali. Non conosco molti altri curatori internazionali che si siano dimessi come me, a parte Simon Rees, direttore della Cosmoscow International Contemporary Art Fair di Mosca, che ha lasciato l’incarico nei giorni dell’invasione.

Pensa che chi (come lei, e molti altri) ha collaborato con istituzioni russe avrà difficoltà a lavorare in Europa o negli Usa nei prossimi tempi?
Non direi, la reazione che verifico generalmente nelle persone con cui parlo, anche a Venezia durante l’inaugurazione della Biennale, non è di condanna e di «cancellazione». Ma certo, ci sarà un effetto molto lungo, difficile da prevedere. Io stesso al momento non ho progetti a breve. Una cesura così netta è stata scioccante, e finora ho cercato di elaborare il trauma... Poi vedrò quale direzione prendere.

Che cosa ci dicono, di noi stessi, le polemiche su Dostoevskij o sui grandi compositori e musicisti russi, oggi non graditi in molte realtà culturali europee? Quali potrebbero essere le prossime vittime?
C’è un rischio vero di «cancel culture», ed è un rischio terribile. È come se nel 1941 nessuno avesse voluto lavorare con Bertolt Brecht perché era tedesco. Io credo sia necessario guardare alle persone, alla loro produzione e non al passaporto. Mentre è ovviamente un problema lavorare con alcune istituzioni statali, e io stesso mi troverei in difficoltà a collaborare con l’Ermitage, ad esempio, che è parte integrante del sistema statale. Ma gli individui (artisti, musicisti, pensatori, curatori...) esprimono posizioni individuali che non hanno necessariamente a che fare con la loro nazionalità. Questa «cancel culture» che identifica ogni russo come il demonio è un’operazione che trovo quasi razzista, di una violenza incredibile.

Non devono essere gli artisti russi a pagare, bensì le istituzioni. Ma è davvero possibile fare questa distinzione? Se le sanzioni per colpire il Paese governato da Putin danneggiano indiscriminatamente civili filogovernativi e oppositori al regime, perché gli artisti dovrebbero essere meno colpiti di un qualsiasi cittadino?
Dare spazio e visibilità a chi è artista non significa sottrarlo alle sanzioni, vuol dire piuttosto non cancellare una voce che, oltretutto, potrebbe anche essere dissenziente. Le sanzioni non mirano a danneggiare direttamente i cittadini, ma a portare una pressione politica così forte proprio perché viene anche dai cittadini. Cancellare un concerto soltanto perché un musicista è russo, nonostante magari abbia dichiarato la propria opposizione a Putin, non è un atto strategico di pressione, ma un’operazione di manicheismo morale. Non ha alcun effetto politico ma soltanto deumanizzante, per chi la compie e per chi la subisce. Ma soprattutto per chi la compie.

Ma è in carico agli artisti dichiarare il proprio dissenso per poter collaborare con l’Occidente?
È una pressione che non possiamo mettere sulle spalle degli artisti, che rischiano in prima persona e spesso mettono in pericolo le proprie famiglie. È necessaria una certa avvedutezza. D’altra parte, è piuttosto evidente che se un artista vuole esprimere liberamente sé stesso e, per farlo, cerca la collaborazione con l’Occidente, la sua posizione è piuttosto chiara, e non è di consenso al regime di Putin...

In diverse competizioni sportive saranno bandite le rappresentanze nazionali russe e bielorusse, come nei mondiali di calcio in Qatar. Lo stesso nel tennis: niente Coppa Davis, ma neanche Wimbledon per i singoli giocatori. Perché ostracizzare gli sportivi e non gli artisti? Si teme un utilizzo «improprio» da parte del Governo russo?
Nella tradizione sportiva, la componente di rappresentanza di uno Stato è molto più marcata che in ogni altro campo. Una mostra di Cattelan in Cina non è vista come una rappresentazione dell’Italia, ad esempio. Pensiamo al caso in cui il Castello di Rivoli facesse una mostra su Ilya ed Emilia Kabakov, artisti russi dissidenti, tra l’altro nati in Ucraina. Non credo che lo Stato russo strumentalizzerebbe la mostra, o si opporrebbe alla sua realizzazione. Altra cosa, ovviamente, è la situazione della Biennale di Venezia, disegnata e ancora adesso deputata alla rappresentazione statale dell’arte. Ed è doveroso, credo, che il Padiglione russo sia chiuso. In realtà, la differenza fondamentale è che la visibilità dell’arte contemporanea e dello sport sono tra loro incomparabili.

Quali conseguenze teme maggiormente per l’Occidente, causate dal blocco degli scambi culturali con la Russia?
Credo che questo Paese per i prossimi dieci o vent’anni sarà veramente molto isolato. Ed è un grande peccato, perché la cultura contemporanea russa ha un valore internazionale di assoluto rilievo, collocata in una lunga tradizione che è una costola della cultura mondiale. Senza Dostoevskij non ci sarebbe Murakami, per dire... I due artisti che avrebbero dovuto rappresentare la Russia alla Biennale di Venezia, Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, hanno loro stessi fatto un passo indietro, ma sono artisti meravigliosi con moltissimo da dire su temi sia locali sia internazionali. Così come Taus Makhacheva, più conosciuta perché ha fatto molte Biennali. Senza contare pensatori, scrittori, musicisti di classica ed elettronica... Sono tutte possibilità e orizzonti che si chiudono per noi tutti, e che invece con il nostro lavoro stavamo cercando di aprire sempre più.

È la fine del sogno dell’arte come «ponte tra i popoli» o «strumento di pace»?
Secondo me no, ma ci sono condizioni estreme in cui questo strumento non è più utilizzabile. Prima dell’invasione l’arte era uno strumento di pace, di sviluppo culturale, economico, sociale e anche politico. Ma con l’invasione e con queste imposizioni, sia legali sia propagandistiche, la società diventa inevitabilmente bianca o nera. Lo strumento di perequazione culturale diventa assolutamente inservibile. Questo per il momento. Se la guerra domani finisce e il regime russo riesce a ricostruire una parvenza e una realtà di autodeterminazione e di libertà, allora lo strumento dell’arte diventa di nuovo urgentissimo. Come lo era fino a sei mesi fa.

Guerra Russia-Ucraina 2022

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