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Gallerie

Digital in Covid epocae

Il massiccio ricorso alla tecnologia potrebbe contribuire da un lato a ripulire certe zone del mercato, dall'altro a un sano rilancio della tradizione

Nam June Paik «Electronic Superhighway. Continental US, Alaska & Hawaii» (1995)

I grandi cambiamenti arrivano bruschi, spesso per effetto di rivoluzioni. La parola «orbita», che in astronomia indica la traiettoria di un corpo sotto l’azione di un altro corpo, deriva da «orbe», la terra e i suoi abitanti. Possiamo metaforicamente dire che una rivoluzione non è altro che la terra che gira: una rotazione dell’orbe è così uno sconvolgimento, al pari di un anno che passa, o di uno scrollone allo stato delle cose.

E questa pandemia è uno scrollone di quelli forti. Il «sistema dell’arte», in questa lacerazione, viene sicuramente sberciato. Non il «mondo dell’arte», quello del pensiero e della ricerca visuale, il quale si spera trovi humus dai momenti di riflessione imposti dalla chiusura e l’isolamento; dovrebbe sentirsi quasi consolato, o forse spaventato, dal poter tornare a vedere le cose con i propri occhi e i propri ritmi.

Non è così per il cosiddetto «mercato dell’arte», che ha tempi da metronomo, si allinea a quelli della contemporaneità, non differisce da quelli del commercio di gioielli, della moda o di qualche altro bene di lusso. Agisce sul fuso orario dei manager, dei trend setter: se loro corrono veloci, così deve andare anche il sistema; e se loro sono chiusi in casa, il sistema deve trovare il modo di entrarci, tra quelle quattro mura.

Non invidiamo in questo momento chi è direttore di una fiera: auguri quindi a Ilaria Bonacossa o ad Alessandro Rabottini, per citarne due di quelli bravi. Anche in epoca di un Covid-19 sfumato, speriamo fiaccato, ma non certo «vaccinato», probabilmente vedranno un crollo delle visite e un clima gelido nei padiglioni. Il mercato dell’arte ha subito reagito per tamponare i fatturati e non abbandonare i clienti a pensieri solitari, venuti a molti guardando il saldo della propria carta di credito non dissolversi verso il 25 del mese e scoprendo improvvisamente come si possa vivere anche senza fare shopping due volte alla settimana, o limitando, se non altro per buongusto da pandemia, gli acquisti in-un-click su Amazon.

E allora «viva il digitale»: è stato un putiferio di newsletter, di account Instagram, di video, di stories, di progetti web, tutti espedienti per mantenere il cordone ombelicale tra gallerie e clienti. Se da una parte questo furore per il digitale può sembrare fuori luogo, persino un po’ caciarone e forse vagamente superfluo, questa accelerazione, opportunismo a parte, può anche fare bene. Ridimensiona una serie di elementi e ne fa affiorare altri, per esempio l’idea che le fiere siano momenti di incontro e di relazione, in cui vivere una città, ma sempre meno di vero acquisto, il quale può correre su canali ben più rapidi, compulsivi e terribilmente fascinosi, come un «tap» (il click è morto) o un «Face ID recognition».

Nel proliferare di portfolio in pdf o in altri formati più avveniristici, chat e storie, cresce il bisogno dell’utente, e del collezionista, di contenuti autentici, che arrivino dagli artisti. Forse crescerà la voglia di vederli in studio e si smetterà (almeno un po’) di comprare perché qualcuno te lo consiglia. Il digitale è questo, accorcia la filiera e le intermediazioni, ma è anche, sembra assurdo, un grande selezionatore di esperienze. Perché nel consumo smodatissimo che se ne fa, si sceglie per quantità: quanto più consumo una cosa, tanto più mi rendo conto che è quella che voglio, è quella che cerco. Ecco perché con l’esperienza digitale spesso riaffiorano vecchie abitudini.

È un meccanismo descritto da Laurence Scott in Picnic Comma Lightning: In Search of a New Reality, dove trova interessanti collegamenti tra la resurrezione, pur sempre di nicchia, del vinile, a partire dall’ascolto su Spotify; o tra la crescita esponenziale del mercato del vintage attraverso il consumo di immagini digitali su Instagram. È bello vedere l’intero «sistema dell’arte» votarsi di colpo al canale digitale, che era stato talvolta mal tollerato e solo in un’epoca molto recente esplorato con la dovuta attenzione, ma che adesso è rimasto l’unico percorribile.

Alcuni risultati sono anche apprezzabili. Come quello della Galleria Bianconi di Milano, che prosegue con grande spirito d’innovazione e presenza il suo iter digitale, e che in questo periodo ci propone visite alle sue mostre mediante la tecnologia di Artland, un marketplace per gallerie che vogliono esporre intere mostre in 3D senza limitarsi alle singole opere, per quanto magnificamente riprodotte da scatti in alta definizione.

O come Pinksummer di Genova, che decide di aprire e investire sul suo canale YouTube dove carica video dei suoi artisti. O Tornabuoni che propone un tour virtuale della mostra «Balla, Morandi, de Chirico», e Viasaterna che pubblica su Instagram l’intervista a Cristóbal Gracia sulla prossima mostra «Lucciole nella terza natura». Lia Riumma gioca sul proprio profilo chiedendo agli artisti di disegnare le loro ricette preferite, un bel modo per farci entrare in empatia con loro, e chi lo sa se saremo in grado di replicare lo zabaione di Marzia Migliora.

Vistamare dedica il proprio «Journal» alla conversazione tra Leo Castelli e Joseph Kosuth, dopo la diretta Instagram con Armin Linke, e i video su Mimmo Jodice e sul compianto Ettore Spalletti. Ci provano anche i musei, dalle visite su YouTube ai «2 minuti di MAMbo» del museo bolognese. E ci provano i centri espositivi, da «Camera on Air» disponibile su Instagram, per arrivare alle playlist Spotify dell’HangarBicocca.

E i giornali? «The New Yorker», con il suo canonico e meraviglioso tatto principesco, ci aiuta a trovare tecniche per non toccarci la faccia in epoca Covid-19, rifacendosi a grandi capolavori della storia dell’arte, dalla Venere di Milo, senza braccia, a quella di Botticelli che le usa per coprirsi pudicamente altre parti del corpo. L’arte aiuta a lenire le sofferenze delle persone, della serie «la bellezza salverà il mondo» ma può anche trasformarsi in un sogno proibito, o in un eterno vortice di seduzione e abbandono, come nella puntata «Time Enough at Last» della serie «Ai confini della realtà» in cui il protagonista, amante della letteratura, dopo una vita di coatte repressioni matrimoniali si ritrova da solo in un mondo atomizzato, con tutta la biblioteca a disposizione, e rompe gli occhiali prima di prendere in mano il primo Conrad.

Così, in fondo a questa carrellata da Caran d’Ache del web, la domanda che rimane, valida per il mercato dell’arte come per quello dell’auto, o della componentistica, è: che cosa ci sarà dopo? Dietro quella siepe a cui ci stiamo avvicinando, quando ci verrà detto «prego, uscite e disperdetevi» (ma con ordine, mascherine e distanze di sicurezza), si nasconde un mondo che non sarà più quello di oggi, e che dopo aver distrutto miliardi nelle borse, mietuto posti di lavoro, ridefinirà anche i modi con cui decideremo di interagire tra di noi.

Nessuno sarà così romantico da credere che questa crisi ci cambierà in meglio, ma neanche così cinico da non pensare che altererà, almeno all’inizio, le nostre vite. A partire da una forzata socialità iniziale, della quale avremo voglia, ma ne saremo impauriti, perché dovremo viverla con mascherine, distanziatori e controlli contingentati. In tutto questo l’arte non farà eccezione.

È possibile, quasi scontato, pensare che molte gallerie di medie e piccole dimensioni chiuderanno, e il mercato delle aste farà scontare la crisi agli artisti meno consolidati, causando una crisi d’identità e fiducia nei confronti del «fringe», ossia la parte più esterna del mercato, costituita da coloro che hanno acquistato opere d’arte un po’ per investimento, un po’ per omologazione sociale. Alcuni definiscono questi tempi necessari per una tutto sommato favorevole pulizia. In realtà sono spesso periodi piuttosto grigi, durante i quali pochi player rafforzano ulteriormente la loro posizione, comprando a prezzi ridotti quote di mercato altrimenti di più difficile accesso.

E nei quali molte persone perdono un lavoro e, ancora peggio, un po’ del loro afflato. Non c’è molto da fare, come non ci fu molto da fare nel 2008, all’indomani della crisi dei subprime e del lunedì nero che si portò via la Lehman Brothers. È possibile che un po’ dell’euforia digitale di oggi si stabilizzerà, lasciandoci con un «sistema dell’arte» ancora più distante, dalla cui rarefazione potranno emergere nuove abitudini.

Ci sarà più contatto tra artisti, appassionati e collezionisti sui fili invisibili degli smartphone? Ci sarà più domanda per visitare gli studi degli autori, per leggere le loro parole e per condividere le loro scelte musicali? C’è da sperare che, come ogni crisi che si porta via un pezzo di noi, questa possa raschiare via un po’ delle nostre smanie più deteriori, e che l’arte possa diventare sempre di più una domanda aperta all’uomo e al suo cambiare, più che una risposta univoca ai più semplicistici bisogni di autoaffermazione sociale.

Riccardo Deni, da Il Giornale dell'Arte numero 409, maggio 2020



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