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Ci chiamiamo Italian Council, eroghiamo premi

Federica Galloni rilancia il programma di sostegno all’arte contemporanea italiana

Federica Galloni

Roma. Era l’autunno 2016 quando il Mibac annunciò l’istituzione dell’Italian Council, progetto di sostegno all’arte contemporanea italiana nato sull’esempio di British Council e Mondriaan Fund olandese «sia per incrementare le collezioni pubbliche attraverso la promozione e l’acquisizione di opere di artisti italiani contemporanei, sia per rafforzare la presenza dei nostri autori sulla scena internazionale». Ideato dalla Direzione generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane guidata da Federica Galloni, da allora è cresciuto molto: in 5 edizioni sono arrivate 220 proposte da musei, enti pubblici e privati senza scopo di lucro, università, fondazioni e associazioni culturali non profit di 60 Paesi, con 40 progetti selezionati. Ora si rinnova completamente. Federica Galloni ci illustra le politiche della Direzione generale di cui è a capo dal 2015.

Partiamo dall’Italian Council. Come si è trasformato e che frutti ha dato?

L’idea è nata nel 2015 insieme al Comitato delle fondazioni per l’arte contemporanea, per promuovere l’arte italiana all’estero. All’epoca c’erano meno fondi, e il progetto era limitato alla sola produzione di opere. Da subito ha dato ottimi risultati, così il ministro Bonisoli ha deciso di «rilanciare» con più risorse e modifiche sostanziali: sarà possibile partecipare anche per acquistare opere già realizzate, produrre mostre all’estero, creare progetti editoriali, far partecipare gli artisti a manifestazioni o residenze internazionali. Il budget è lievitato a 1,7 milioni di euro per due call annuali, 3,5 milioni per il 2019. Il format è quello del British Council, ristretto però all’arte contemporanea. È il nostro progetto di punta.

In quale altro modo promuovete l’arte italiana in Italia e all’estero?

Ci sono vari progetti. Gli artisti italiani spesso sono noti da noi ma sconosciuti all’estero. Con Grand Tour d'Italie, giunto alla III edizione, invitiamo i curatori delle principali istituzioni culturali internazionali a incontrare i nostri artisti, con una tappa al Nord e una al Sud Italia. Questo ha fatto sì che all’ultima Manifesta, tra gli eventi collaterali, ci fossero molti più italiani che in altre edizioni. Siamo talmente sovrastati dal patrimonio storico che sul contemporaneo paghiamo uno scotto.

Volete qualche ulteriore strumento legislativo?

Un problema è quello della fiscalità legata alla circolazione delle opere d’arte: gli acquirenti preferiscono comprare arte italiana all’estero anziché in Italia. Al tavolo del 28 gennaio, attorno al quale il ministro ha voluto ascoltare tutti gli attori del mondo del contemporaneo, si è discusso anche dell’opportunità di estendere l’ArtBonus all’arte contemporanea, ma ci vuole una decisione politica e una compatibilità di bilancio.

Ma in periferia?

La rigenerazione urbana attraverso la cultura è l’altro nostro grande obiettivo, anche perché non abbiamo facoltà di incidere sulla pianificazione urbanistica e paesaggistica. La cultura è un valore, una leva strategica di riqualificazione urbana, come annunciato nella dichiarazione di Davos del 2018.

Ci sono normative a livello locale, come il Piano Casa, nate con ottime intenzioni ma che si sono rivelate un disastro.

Sfonda una porta aperta, dato che ho guidato la Direzione regionale del Lazio per 5 anni. Lo strumento normativo è efficace quando è ben utilizzato. Noi però ragioniamo in altri termini. Il ministro di recente ha annunciato il piano strategico Cultura Futuro Urbano da 25 milioni di euro in tre anni, di cui 9 milioni per il 2019, elaborato da noi su tre assi: scuole, biblioteche e «Completati per la cultura». Partiamo da quest’ultimo: con il Ministero delle Infrastrutture stiamo individuando quelle opere pubbliche incompiute che con piccole risorse, massimo fino a 800mila euro, possono essere completate per le comunità di riferimento, in aree prioritarie e complesse.

Che cosa sono?

Non si parla più di periferie, ma di aree che necessitano di un intervento prioritario da parte dell’amministrazione. Noi completeremo queste opere pubbliche, anche con cambi di destinazione d’uso, a favore delle comunità di riferimento. Il viadotto lasciato a metà di San Giacomo dei Capri a Napoli da trasformare in «High Line», per fare un esempio. Per quanto riguarda scuole e biblioteche, si tratta di fornire le aree prioritarie di uno spazio pubblico mancante, luogo di integrazione, conoscenza, vita in comune in orario extracurriculare per le scuole e in giornate prefestive e festive per le biblioteche. D’intesa con cittadinanza attiva e Terzo settore faremo programmi culturali di varia natura, per facilitare l’accesso di queste comunità alla cultura.

Che cosa fate per l’arte contemporanea?

Per l’estero abbiamo attività molto serrate con il Ministero degli Affari Esteri (Maeci), con il quale abbiamo realizzato diversi premi annuali d’intesa con gli Istituti Italiani di Cultura: il Premio New York per i giovani artisti, già esistente ma ampliato, il Premio Berlino per gli architetti, il Premio Mosca per i giovani curatori, il Premio Barcellona per i designer. Nel 2018 anche due premi one-shot a Città del Capo e Johannesburg. In Italia sta partendo il progetto Premio AccadeMibac della Quadriennale di Roma, con le Accademie di Belle Arti che potranno candidare fino a un massimo di tre under 28 tra i loro iscritti o diplomati. I 10 migliori parteciperanno a una mostra della Quadriennale 2020, con 10mila euro per produrre ciascuna opera; e i tre più bravi parteciperanno a una residenza all’estero.

Avete rapporti con Amaci e fondazioni?

Con Amaci ogni anno abbiamo due eventi di punta: la Giornata del Contemporaneo, che dall’anno scorso, grazie al Maeci, è diventata mondiale, con il coinvolgimento di ambasciate, consolati e istituti di cultura; il progetto Raam, un archivio online di tutte le opere contemporanee delle collezioni pubbliche dei 23 musei che aderiscono all’associazione. Ogni anno viene ampliato e una convenzione con la Siae ha liberalizzato le immagini per 5 anni. Con le 14 fondazioni di arte contemporanea nel 2015 è partito un protocollo d’intesa di tre anni, oggi stiamo valutando altre forme di collaborazione.

Avete rapporti con il Ministero dell’Istruzione (Miur)?

C’è un protocollo generale che fa capo alla Direzione Educazione e ricerca. Per quanto ci riguarda, nel 2018 abbiamo realizzato Scuola: Spazio Aperto alla Cultura, progetto da 3,5 milioni simile a Cultura Futuro Urbano. Quest’anno col Miur stiamo elaborando un prontuario di linee guida sulla qualità dell’architettura, partendo dalla dichiarazione di Davos.

Avete stabilito rapporto con altri Paesi e tavoli di confronto sul contemporaneo?

No, non c’è, ma potrà essere un passo successivo. Dal nulla in pochi anni siamo diventati interlocutori credibili, tanto che il British Council ci ha chiamati e il 16 aprile c’è stato un confronto diretto e scambi su come valorizzare l’arte contemporanea dei due Paesi.

Per le periferie dialogate anche con gli Enti locali?

Con loro abbiamo un rapporto costante. Per esempio peroriamo joint venture tra loro e il Terzo settore, stabilendo anche delle premialità, perché il nostro obiettivo è di instillare nelle comunità la facoltà di realizzarsi da sole, di poter pensare anche a una piccola imprenditoria legata alla cultura, contribuendo ai progetti fino all’80% in modo da farli proseguire nel tempo.

A quanto ammonta il bilancio della sua Direzione per il 2019?
A 12 milioni, oltre alle spese correnti e ai 25 milioni straordinari del piano Cultura Futuro Urbano.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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