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Ad Artissima con lo sguardo del connoisseur

Una visita alla fiera torinese di un collezionista habitué

Una panoramica sull'edizione 2019 di Artissima, all'Oval del Lingotto. Foto: Perottino-Piva-Bottallo / Artissima 2019

Torino. Artissima ogni anno si porta dietro questa ventata di novità, quest’aria novembrina frizzante, i primi freddi che vanno a braccetto con il tartufo, aspettando il bollito. Quando uno ci entra si chiede se Torino è questa tutto l’anno, Cristiano Ronaldo a parte che è effettivamente «lui» per tutti i dodici mesi, oppure se, richiuso l’Oval, si possa ricascare in qualche stato letargico fino alla prossima edizione.

La città è piena di momenti di riflessione ed è persino uno spreco che molti di questi, come la vita di una mosca, durino i pochi giorni del weekend lungo. Prima di indossare nuovamente, come l’anno scorso, gli occhiali del collezionista è più di un obbligo civico però il segnalare la tesissima e densissima (due pregi ormai rari) mostra di Emilio Prini alla Fondazione Merz, nonché il percorso talvolta struggente (vedasi l’opera «paraSITE»), talvolta bruciante (come nel ciclo «The invisible enemy should not exist»), di Michael Rakowitz al Castello di Rivoli, manica lunga.

Artissima è come sempre un viaggio di forme a cui è bene prestare attenzione, una fiera più impegnativa di una Fiac qualunque (con il grande rispetto per una fiera, quella parigina, che è sempre più grande), o del salotto newyorkese dell’Armory, dove i collezionisti si trovano talmente a loro agio che (prendo in prestito una frase di un vecchietto arzillo con cui parlai una volta) «potresti perfino sederti e prenderti 16 once di caffè nero».

Alla Loom Gallery di Milano, galleria di ex Minini boys, c’è un artista belga, Paul Gees, che ha un che di arte povera, un che di decadentismo delle Fiandre che andrebbe guardato con attenzione. Da Francesca Minini, sempre per stare in tema, c’è un lavoro del 2019 di Daniel De Paula («Inseparable spatial structure») che ha un’idea che richiama l’opera «Colonna» di Hidetoshi Nagasawa, un serpente di blocchi di marmo di diverse qualità, venature e gradazioni cromatiche, affiancate in un percorso sensoriale e viscerale, e che la riattualizza. In questo caso tre campioni di diversi nuclei rocciosi, risultanti fisiche di altrettante indagini geotecniche, racchiusi a mo’ di fascina di grano in quei tubolari da ponteggio che vediamo sulle facciate dei nostri palazzi in ristrutturazione, serrati dai canonici morsetti multidirezionali: tutti questi materiali sono stati raccolti da opere pubbliche di mobilità urbana dello Stato di San Paolo in Brasile. Una scultura di scarti del sovente inoperoso incedere del Pubblico, come a dire, dalla farraginosa macchina dello stato può scaturire bellezza, una riflessione sullo spazio e sulla forma.

Stando in Italia è sembrata laconica e dolorosa la bellissima fotografia di Alfredo Jaar, che oltre la sua firma sullo stand di Lia Rumma per il quale sceglie, tra gli altri, Joseph Kosuth e William Kentridge, dedica una riflessione sul peso culturale di Lucio Fontana appendendo due scatti di quella splendida e iconica serie di Ugo Mulas nello studio (quella dell'edizione del «Manifiesto Blanco» curata da Guido Le Noci e Ugo Mulas medesimo) a cui pone da contraltare un’immagine di cui si appropria (probabilmente proveniente dall’archivio della Fondazione Fontana stessa), stampandolo in grande formato: un Lucio che ritorna, ormai maturo e famoso, a Rosario di Santa Fe nel suo studio giovanile. Ridotto in macerie, esce da quella che ne era la porta di ingresso, incerto sui resti e rottami della casa diroccata: è un inno alla partenza e all’emigrazione, ma anche al ritorno delle origini, alla libertà della parabola umana.

Non è tutto solo nel vecchio mondo quello che c’è da vedere. Sorprende, ad esempio, la freschezza dei lavori del collettivo a tre Ramin Haerizadeh, Rokni Haerizadeh e Hesam Rahmanian, già passati per le Ogr di Torino nel 2018 e qui portati dalla galleria Isabelle van den Eynde di Dubai, che ci propongono una riflessione sul consumo delle notizie nella società contemporanea, esplodendo con pittura e collage pagine di giornali come fossero queste su cui io scrivo e voi leggete in enormi «Tableau piège» alla Daniel Spoerri. Le notizie sono cibo, perciò attenti a cosa mangiamo.

Sul corpo, la sua misurazione e le sue trasformazioni, anche come omaggio a un altro grande, fortunatamente ancora tra noi, come Paolo Icaro, proprio in queste settimane omaggiato dalla sua città con una retrospettiva intima e fondamentale alla Gam, è bene citare il grandissimo John Coplans (purtroppo per noi mancato nel 2003) con due fotografie alla galleria P420 e Michael Fliri, artista altoatesino, che ha puntellato metà dello spazio espositivo a disposizione della galleria Raffaella Cortese: vari plinti sorreggono maschere di varie culture ed epoche, di un materiale che sembra bronzo ma che è in realtà un composto ceramico. Accoppiamenti in cui i due positivi della maschera vengono congiunti a formare una nuova forma in cui, le sembianze di partenza, sono ancora riconoscibili come due facce, positivo e negativo, di una nuova entità.

Di tutto questo non ho inserito alcun prezzo, ma vi sarà sufficiente mandare una mail via Artsy o chiamare, come si faceva qualche anno fa, la galleria per una pronta risposta. E questo perché sul mio taccuino li ho riletti e una parte di me, sicuramente quella più inutilmente ingenua, si è chiesta come spiegarseli, se semplicemente rimandare il tutto al desiderio e all’ossessione del feticcio, all’acquisto di un oggetto o di un qualche status sociale, l’appartenenza a una élite. Se è vero infatti che l’oggetto più ammirato è stato il tappeto di Hilario Isola da Guido Costa, una stuoia di cappelli verdi come manto erboso, schiacciati e no, sotto alcuni dei quali stavano gabbiette di grilli gracchianti a simulare e richiamare alla memoria gli anni in cui ce ne stavamo sdraiati sul prato a dare forma alle nuvole, e che per questo tappeto ve ne avrebbero chiesti ventimila di euro.

Riccardo Deni, edizione online, 6 novembre 2019


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