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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliUna conferenza stampa speciale, per una situazione che non si è mai verificata prima. L’anticipazione della 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, allestita dal 9 maggio al 22 novembre con il titolo di «In Minor Keys» tra i Giardini e l’Arsenale, con estensioni fino al Forte Marghera di Mestre, ha visto lasciare tutto lo spazio al team che porterà a compimento il progetto curatoriale di Koyo Kouoh, scomparsa il 10 maggio scorso. Come «atto di responsabilità istituzionale e impegno a preservare il pensiero della curatrice», sono parole di Cristiana Costanzo, responsabile dell’Ufficio Stampa della Biennale, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha comunicato subito, a maggio scorso, la decisione «che oggi fa tremare i polsi all’idea di questa profonda responsabilità», come ha dichiarato. Quella di far completare il lavoro alla squadra di Koyo Kouoh, prima donna africana ad aver ricevuto questo incarico, composta dalle advisor Rasha Salti, che vive tra Beirut e Marsiglia, Gabe Beckhurst Feijoo (Londra), Marie Hélène Pereira (lavora tra Dakar e Berlino), nel ruolo di editor-in-chief Siddhartha Mitter (New York) e Rory Tsapayi (Città del Capo), come assistente alla ricerca. Sono stati loro durante la conferenza stampa a dar voce, a turno, a Koyo Kouoh, leggendo parte dei suoi scritti per illustrare un progetto curatoriale che, al momento della scomparsa della sua autrice, «era già sviluppato, pienamente definito nelle scelte, nell’impianto espositivo e nella struttura editoriale», ha sottolineato Costanzo, già affidato allo studio Wolff Architects di Città del Capo l’incarico per l’allestimento di «In Minor Keys».
Ad aprile dello scorso anno, come ha ricordato Rasha Salti, «tutto il team si incontrò in presenza a Dakar, dopo molte riunioni online, per una settimana di lavoro intensiva che nessuno dimenticherà fino al momento in cui ognuno di noi non se ne sarà andato per ricongiungersi a Koyo». Centoundici i nomi degli artisti e le artiste, i duo, i collettivi, le organizzazioni, da tutte le parti del mondo, «scelti secondo risonanze e affinità, secondo una geografia fatta di incontri coltivati nel corso di una vita», nomi che in quell’occasione sono stati definiti per prendere parte a una manifestazione che rappresenta «un’invocazione, scriveva Koyo Kouoh, a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua. I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi».
Werewere Liking, «Lampedusa», 2019. Courtesy of Galerie Cécile Fakhoury
Alice Maher, «Les Filles d’Ouranos», 1996-2025 (particolare). Courtesy dell’artista. Foto Francois Poivret
Guadalupe Maravilla, «Ice Age Disease Thrower #1», 2025 (particolare). Courtesy the artist and P·P·O·W Gallery, New York
Niente interviste, «per rispettare la complessità di questa fase di perfezionamento del progetto», mentre le partecipazioni nazionali saranno svelate il 4 marzo. Non sarà assegnato il Leone d’Oro alla carriera che la curatrice non ha fatto in tempo a definire. Insistenti gli appelli alla poesia, presente anche nelle vesti di poeti che insceneranno ai Giardini una processione ispirata al Poetry Caravan, un viaggio da Dakar a Timbuktu intrapreso da Koyo insieme a nove poeti africani nel 1999. Molti i nomi preannunciati come parte di questa «partitura collettiva in tonalità minore» tra quei 111, in una struttura di cui non si è ancora percepita la forma, in una Biennale che sarà «così corale e polifonica, ma insieme assolutamente sua», ha detto Rory Tsapayi, e che sarà intervallata da numerosi spazi di riposo come esortazione alla réverie. «Una mostra non tanto organizzata per sezioni, ma secondo priorità che scorrono sottotraccia», grazie anche alle suggestioni di due riferimenti letterari, Amatissima di Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Serpeggerà così il motivo della processione, ispirato alle coreografie del carnevale e manifestazioni analoghe del mondo afroatlantico, o di riti legati alle tradizioni spirituali. O quello della «piantagione, l’insediamento coloniale, l’alluvione distruttiva, la cava, l’incendio e la memoria profonda di una geologia impregnata della loro violenza» che figurano nelle opere di Dawn DeDeaux, Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Nolan Oswald Dennis, Senzeni Marasela, Adebunmi Gbadebo, Berni Searle, Alfredo Jaar, Kemang Wa Lehulere, Kennedy Yanko e Torkwase Dyson, tra gli altri. La rivisitazione del giardino creolo è alla radice del nucleo concettuale dei lavori a firma di Ayrson Heráclito, Edouard Duval-Carrié, Wangechi Mutu, Maria Magdalena Campos-Pons & Kamaal Malak, Werewere Liking, Florence Lazar, Otobong Nkanga, Sabian Baumann, Theo Eshetu, Carolina Caycedo, Carsten Höller e Sandra Knecht.
«Le soglie sono contrassegnate da grandi banner sospesi color indaco che dalle travi scendono a sfiorare il pavimento», ha raccontato Marie Hélène Pereira, predisponendo i sensi al disvelamento di un ambiente e segnalando il passaggio al successivo. La Sala Chini conduce i visitatori al cuore del Padiglione Centrale e li introduce al vocabolario di quella dimensione della mostra che Koyo stessa ha chiamato «Shrines» (Altari), immaginata da lei come un tributo a due appassionati creatori di mondi: Issa Samb (1945-2017) e Beverly Buchanan (1940-2015). Artista, poeta, drammaturgo e cofondatore del collettivo rivoluzionario Laboratoire Agit’Art a Dakar, Samb è stato una presenza costante, un mentore e una fonte d’ispirazione per Koyo. L’opera di Buchanan, da cui Koyo era rimasta profondamente colpita, consiste in letture sofisticate e provocatorie di luoghi e comunità condotte attraverso un approccio antimonumentale alla Land Art e all’arte pubblica, in particolare alla scultura, e collocate in luoghi segnati da memorie storiche irrisolte. Tanto Samb quanto Buchanan privilegiavano la forza generativa dell’arte anziché la sua mera oggettualità e le pratiche convenzionali di conservazione dell’oggetto artistico». Importante sarà anche la sezione dedicata al progetto educativo e alle scuole che Koyo Kouoh ha voluto fondare, dove energie e risorse sono orientate a un fine sociale, nell’idea di un’arte come baluardo di «meraviglia opposta al cinismo». Una Biennale che si promette «lontana dal fragore orchestrale e le marce militari dal passo cadenzato», per prendere vita «nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii, nelle consolazioni della poesia». Parola di Koyo Kouoh.
Tammy Nguyen, «Love Justice, You Rulers of the Earth», 2025 (particolare). Foto Studio Kukla. Courtesy dell’artista e Lehmann Maupin, New York, Seul, e London
Ebony G. Patterson, «...fester…», 2023. Courtesy dell’artista, Monique Meloche Gallery, e New York Botanical Garden
Hagar Ophir, «A triple alphabet Ouija Board», da «Bound With The Living», 2024. Foto Moritz Gansen