Abdullah Al Saadi al lavoro nel suo studio

Foto Roman Mensing. Cortesia del Padiglione Nazionale Uae

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Abdullah Al Saadi al lavoro nel suo studio

Foto Roman Mensing. Cortesia del Padiglione Nazionale Uae

BIENNALE ARTE 2024 | Il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti

L’artista concettuale Abdullah Al Saadi presenta una serie di opere che documentano i suoi viaggi in bicicletta nella natura selvaggia della Penisola araba

Abdullah Al Saadi (1967) ama andare in bicicletta. Ha compiuto numerosi viaggi in bicicletta negli Emirati Arabi Uniti e all’estero, traendo ispirazione dai paesaggi arabi e dai suoi ricordi personali (la sua opera del 2015, «The Silk Journey», l’aveva coinvolto in un viaggio di dieci giorni attraverso le zone orientali degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman). Al Saadi vive a Khor Fakkan, sua città natale, sulla costa orientale degli Emirati Arabi Uniti; si è laureato in letteratura inglese all’Università degli Emirati Arabi Uniti nel 1993 e ha poi studiato pittura giapponese all’Università Seika di Kyoto (1994-96). È uno dei cinque artisti concettuali, tra cui Hassan Sharif (1951-2016) e Mohammed Kazem (1969), che negli anni Ottanta hanno trasformato la scena artistica contemporanea degli Emirati Arabi Uniti. La mostra al Padiglione all’Arsenale, «Sites of Memory, Sites of Amnesia» a cura di Tarek Abou El Fetouh, presenta opere che raccontano i viaggi di Al Saadi attraverso la Penisola araba e, si legge nel comunicato del progetto, «si propone di guardare al suo processo creativo in relazione alle pratiche dei poeti arabi di secoli fa».

Abdullah Al Saadi, tutte le sue opere per la Biennale sono nuove?
Sono davvero entusiasta della mia mostra personale per il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti. È incentrata su otto opere che ho realizzato durante i miei viaggi nella natura selvaggia: due lavori sono stati commissionati appositamente. Mi servo sempre di diversi medium e in questa mostra figurano disegni, dipinti, rocce dipinte, pergamene e altro. 

Qual è stata la sua prima esperienza artistica?
Ho iniziato a disegnare e a dipingere paesaggi quando ero bambino e frequentavo la scuola elementare. Da allora non ho mai smesso di dedicarmi all’arte.

Lei sembra dare molta importanza alla raccolta e alla conservazione degli oggetti: perché?
Da sempre colleziono oggetti che posso utilizzare nelle mie opere, e li scelgo a seconda di quel che mi serve per progetti specifici. Colleziono scatole di metallo, barattoli di dolci, lattine di sardine e altro che uso nelle mie opere per la serie dei viaggi, per i diari e per altri progetti.

Descriverebbe la sua produzione artistica come prolifica, estesa dall’utilizzo di oggetti trovati a dipinti e sculture?
Lavoro tutti i giorno. Non c’è una progressione da un mezzo all’altro, sono opere diverse a sé stanti; le faccio in parallelo e a volte si intersecano.

Studiare in Giappone le ha dato spunti per la produzione di manoscritti e pergamene?
Sì, sicuramente. Per esempio, in Giappone ho iniziato a disegnare su rotoli più grandi e più lunghi, e ho avuto modo di sperimentare aspetti della natura che non posso vedere qui negli Emirati Arabi, come la neve, per esempio, e persino i terremoti. E naturalmente ho avuto la possibilità di vedere e conoscere l’arte giapponese.

Che cosa ha imparato da Hassan Sharif? L’amicizia è stata un fattore chiave per lei?
Ho conosciuto Hassan Sharif quando studiavo ancora all’Università e ho iniziato a frequentare l’unione degli artisti a Sharjah. Eravamo un gruppo di amici, che contava anche altri artisti. Abbiamo tutti beneficiato dell’esperienza di Hassan, che ci ha anche aiutato a mostrare il nostro lavoro e ci ha incoraggiato a lavorare su modi alternativi di produrlo e condividerlo con il pubblico. Gli artisti non possono essere soli: l’amicizia tra artisti è molto importante, perché crea opportunità per discutere e sviluppare le nostre pratiche.

Il suo lavoro «My Mother’s Letters» (1998-2013) è stato un modo per ricordare sua madre? Lei ha visto l’opera finale?
L’opera non è un’opera commemorativa. Riguarda la comunicazione, la differenza tra i vecchi metodi e quelli di oggi. Mia madre non sapeva leggere né usare i moderni strumenti di comunicazione. Usava pietre, pezzi di legno o piante per segnalarmi che aveva visitato il mio studio quando io non c’ero. Questa era la sua forma di comunicazione. Raccoglievo questi oggetti e li studiavo, ed era come una forma di linguaggio. C’erano ambiguità e mistero nei suoi messaggi, cosa che non abbiamo nei nostri metodi di comunicazione moderni come WhatsApp, le e-mail e le telefonate, dove si è diretti.

Scrive ancora un diario (su quaderno o su tela) e va in bicicletta?
Scrivo diari da 40 anni, in diversi formati. Il taccuino è il mio compagno, lo porto ovunque con me. E sì, vado ancora in bicicletta.

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Gareth Harris, 29 aprile 2024 | © Riproduzione riservata

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