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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliUn museo del design dovrebbe limitarsi a conservare ciò che è stato progettato oppure partecipare alla progettazione di ciò che ancora non esiste? È attorno a questa domanda che Gent riapre il suo Design Museum dopo quattro anni di lavori, trasformando quella che avrebbe potuto essere una grande operazione architettonica in una riflessione sulla funzione stessa di un'istituzione dedicata al progetto.
Il 3 ottobre il pubblico ritroverà un museo profondamente diverso. Una nuova ala completa e ricuce un complesso cresciuto nel tempo attraverso edifici differenti; la collezione viene integralmente riletta; il design contemporaneo entra nell'architettura e nei servizi; una parte degli spazi diventa liberamente accessibile; cinque progetti inaugurali affrontano collezione, democrazia, cultura digitale, partecipazione e sperimentazione. Il museo conta ora circa 6.500 metri quadrati, dei quali 3.700 destinati alle esposizioni, e conserva 24mila oggetti, la maggiore collezione di design del Belgio. Circa 500 entrano nel nuovo percorso permanente e il 40% della selezione non era mai stato presentato al pubblico.
Sono numeri importanti, ma raccontano soltanto una parte della trasformazione. Perché la tesi che attraversa il nuovo Design Museum Gent è molto semplice: tutto ciò che ci circonda è stato progettato e, proprio per questo, può essere riprogettato. Non soltanto una sedia, una lampada o un edificio. Anche una città, un sistema tecnologico, le modalità attraverso le quali prendiamo decisioni collettive e persino alcune delle regole, scritte e non scritte, che organizzano la società. È un'estensione considerevole del campo d'azione di un museo nato nel 1903 come «museo di modelli», con una funzione quasi pedagogica: raccogliere esempi capaci di migliorare conoscenze e competenze di artigiani e produttori. Da quel nucleo è cresciuta una raccolta che attraversa oltre sette secoli, dal Trecento a oggi, e mette il design belga in relazione con quello internazionale.
Dal museo di modelli al museo dei modelli possibili
Il riallestimento curato da Evelien Bracke, Collection. Models from the Past for the Future, riparte curiosamente proprio da quella vocazione originaria. La collezione non viene organizzata come una successione di capolavori e grandi autori, ma interrogata attraverso cinque questioni: copia, comfort, migrazione, pieghe e connessioni. È uno spostamento significativo. Il punto non è più soltanto stabilire chi abbia disegnato cosa, ma chiedersi quali idee del passato possano ancora servire al presente e quali, al contrario, richiedano di essere corrette. Aalto, Charles e Ray Eames, Victor Horta, Arne Jacobsen, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce, Ettore Sottsass, Henry van de Velde e Maarten Van Severen convivono così con figure meno canonizzate e con progettiste storicamente meno riconosciute, da Mabel Elwes a Yvette Lauwaert, Yvonne Serruys, Elza Van Huffel-Gallet ed Eva Zeisel.
Anche la scenografia di Nord con Laura Muyldermans mette in tensione passato e presente: pareti in intonaco d'argilla convivono con Skellet, sistema belga di costruzione circolare in acciaio. A questo dispositivo si aggiungono commissioni contemporanee che fanno reagire gli oggetti storici con nuovi progetti. La collezione smette così di funzionare esclusivamente come archivio e viene trattata come materiale ancora disponibile alla trasformazione. Ma il cambiamento più visibile è naturalmente architettonico.
Una nuova ala ricuce il museo
Il museo occupava un insieme di corpi differenti, con al centro lo storico Hotel De Coninck settecentesco e costruzioni stratificate dal XVI al XX secolo. La nuova ala progettata da Carmody Groarke e ATAMA, insieme alla restaurazione degli edifici storici affidata a RE-ST, risolve innanzitutto un problema di connessione: ciò che prima era frammentato diventa un unico percorso. I suoi 2.200 metri quadrati introducono sei nuove zone. Nel seminterrato l'area di art handling rende visibile parte del lavoro normalmente nascosto del museo; al piano terreno la Stadskamer, la «stanza cittadina», comprende reception e shop; seguono Forum, Atelier e Vitrine, fino alla Loft del quarto piano, affacciata sul profilo storico di Gent.
È soprattutto la Stadskamer a dichiarare il cambiamento. È uno spazio del museo accessibile gratuitamente, concepito come third place: non casa, non luogo di lavoro, ma ambiente nel quale fermarsi, incontrarsi, partecipare a un laboratorio o semplicemente stare. Il museo non comincia più necessariamente dopo la biglietteria. Il progetto architettonico porta inoltre il tema della sostenibilità dentro la materia stessa dell'edificio. La facciata utilizza oltre 82mila Ghent Waste Brick, mattoni sviluppati con BC Materials e prodotti a Gent utilizzando rifiuti locali da costruzione. Sono induriti con calce anziché cotti in forno, riducendo così l'impatto della produzione. La loro dimensione riprende quella dei mattoni dell'Hotel De Coninck, mentre il colore chiaro cerca una continuità con le facciate storiche della Drabstraat.
Il materiale diventa dunque parte della narrazione del museo: un museo del design che parla di economia circolare attraverso il proprio edificio prima ancora che attraverso una mostra. L'operazione prosegue all'interno. Una quindicina di Special Design Projects, curati da Siegrid Demyttenaere, disseminano interventi funzionali e artistici nell'intero complesso: arredi di Casimir e Bram Vanderbeke & Wendy Andreu, tende acustiche di Chevalier-Masson, un «bosco fresco» di Bas Smets, fino a Freeze Frame 82.2, il portale d'ingresso in alluminio stampato in 3D di Unfold. Il principio è coerente: in un museo del design anche reception, tende, giardino, porta d'ingresso e servizi possono diventare oggetto di progetto.
Un museo da attraversare, ma anche da usare
La trasformazione fisica accompagna quella istituzionale. La domanda posta durante il percorso progettuale era apparentemente elementare: «È un museo per me?». Nel 2025 è stata sottoposta anche a DE40, un panel di quaranta cittadini di Gent chiamati a ragionare su come rendere il design accessibile e rilevante indipendentemente dal retroterra culturale e dalle conoscenze pregresse. Le indicazioni del panel sono state incorporate nel nuovo progetto museale. Da qui nasce anche la scelta di affiancare alle sale nelle quali si osserva una serie di ambienti nei quali si può agire. CONNECT rovescia esplicitamente il principio museale del «non toccare»; CO-LAB porta designer, ricercatori, studenti e comunità a lavorare su processi condivisi; Studio Digitaal utilizza invece le tecnologie digitali per interrogare la collezione.
Il progetto Searcher, sviluppato da Jon Stam, Valentin Vogelman e Boris Smeenk, usa per esempio l'intelligenza artificiale per navigare tra i 24mila oggetti non attraverso le categorie museografiche convenzionali (autore, periodo, materiale) ma attraverso somiglianze di forma, colore e testo. L'AI non viene quindi presentata come attrazione autonoma, ma come possibile strumento per far emergere connessioni invisibili all'interno di un archivio troppo grande per essere fisicamente esposto.
Persino la riapertura è stata pensata secondo la stessa logica centrifuga. Dal 3 all'11 ottobre Design Fest Gent porta il museo fuori dal museo: mostre negli spazi urbani, progetti con i quartieri, vetrine commerciali trasformate in esposizioni, designer emergenti, installazioni e oltre 120 attività complessive. Il programma coinvolge più di 80 maker e designer, una sessantina di partecipanti al Design Makers Market e decine di attività disseminate nella città. È forse questo il punto nel quale l'operazione di Gent diventa interessante anche oltre Gent. L'ampliamento non coincide semplicemente con l'aumento della superficie. Al contrario, mentre il museo diventa fisicamente più grande, cerca contemporaneamente di rendere più permeabile il proprio confine. La direttrice uscente Katrien Laporte, alla guida dal 2013 e in uscita il 31 ottobre, definisce il risultato un «community sense making museum»: un'istituzione che non si limita a conservare risposte, ma prova a produrre le condizioni perché domande differenti possano incontrarsi. Dopo quattro anni di chiusura, dunque, il Design Museum Gent riapre con una contraddizione soltanto apparente: ha costruito nuovi muri per cercare di diventare meno chiuso. E forse è proprio questa la questione più interessante posta oggi da un museo del design: non quanti oggetti riesca a conservare, ma quanto del mondo esterno sia ancora capace di far entrare al proprio interno.
Il Design Museum di Gand appena riaperto
Sophie Seydoux
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