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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliMusée Eugène-Delacroix. Un atelier sopravvissuto a Saint-Germain
In una piccola piazza di Saint-Germain-des-Prés sopravvive l’ultima casa-atelier di Eugène Delacroix, che rischiò di essere demolita finché Maurice Denis, negli anni Venti, guidò un gruppo di ammiratori deciso a salvarla. Non è una casa-museo nel significato più ortodosso: Delacroix aveva disposto che i propri beni fossero venduti dopo la morte e sono quindi relativamente pochi gli oggetti personali rimasti. Il museo ricostruisce piuttosto la costellazione intellettuale dell’artista, i rapporti con la famiglia, gli altri pittori e figure come George Sand. La parte più affascinante resta l’atelier affacciato sul piccolo giardino, dove sono conservati studi e disegni che Delacroix non espose durante la propria vita. Più che entrare nella collezione di un museo, sembra di entrare lateralmente nella biografia di un artista.
Musée Zadkine. Montparnasse prima di diventare un mito
A pochi passi dal Jardin du Luxembourg, in una stradina che è facile superare senza accorgersene, il Musée Zadkine conserva qualcosa che a Parigi è diventato quasi più raro delle opere: l’atmosfera materiale della Montparnasse degli artisti. Ossip Zadkine visse e lavorò qui, in un atelier di vetro e acciaio immerso in un piccolo giardino. Le sculture entrano continuamente in rapporto con gli alberi e con la luce naturale, mentre il percorso ricostruisce anche il lavoro della compagna Valentine Prax, artista a sua volta. Non possiede la monumentalità di un museo monografico: è precisamente questa la sua forza. Permette di capire la scala fisica nella quale una parte fondamentale dell’avanguardia parigina veniva effettivamente prodotta.
Musée Bourdelle. Lo studio dello scultore sembra ancora aspettarlo
Dietro la Gare Montparnasse si nasconde uno dei musei di scultura più belli di Parigi. Il Musée Bourdelle conserva gli atelier nei quali Antoine Bourdelle visse e lavorò, insieme a giardini popolati dalle sue sculture monumentali e alla spettacolare Galerie des Plâtres. Qui il museo diventa anche una piccola macchina per comprendere come nasce una scultura: modelli, gessi e strumenti permettono di seguire il passaggio dall’idea alla realizzazione monumentale. Lo studio è stato conservato con una tale intensità domestica da produrre l’impressione, scrive Catherine Bennett nel testo di partenza, che Bourdelle possa rientrarvi da un momento all’altro.
Ateliers-musée Chana Orloff. Una storia dell’arte sopravvissuta alla guerra
È probabilmente uno dei luoghi meno conosciuti dell’intero percorso. La scultrice franco-ucraina Chana Orloff chiamava il proprio studio travailloir. Fu costruito per lei nel 1926 dall’amico architetto Auguste Perret e conserva busti, ritratti, modelli per monumenti, animali e figure infantili. Ma la casa racconta anche una storia europea molto più drammatica. Ebrea, Orloff dovette fuggire da Parigi durante la Seconda guerra mondiale, avvertita appena un giorno prima del rastrellamento del Vélodrome d’Hiver. Al ritorno trovò oltre 140 sculture saccheggiate o distrutte dai soldati tedeschi; soltanto tre furono successivamente recuperate. Un atelier che è insieme luogo di produzione, archivio familiare e testimonianza della dispersione dell’arte europea durante la guerra.
Musée Gustave Moreau. La casa che esplode in un museo
È forse il più spettacolare dei musei nascosti di Parigi. Dall’esterno, il Musée Gustave Moreau conserva l’aspetto di un hôtel particulier del IX arrondissement. All’interno, invece, l’accumulo diventa vertiginoso. Migliaia di disegni e centinaia di dipinti occupano pareti, porte e pannelli mobili. Poi gli ambienti domestici lasciano improvvisamente spazio ai grandi atelier del secondo piano, dominati dai dipinti allegorici e mitologici e dalla celebre scala a chiocciola. È quasi l'opposto del white cube: un artista che ha costruito il proprio museo come estensione della propria opera e ha lasciato che fosse l’accumulo, anziché la rarefazione, a governarne la visione.
Musée Jean-Jacques Henner. Un pittore celebre diventato quasi segreto
Uno dei paradossi più interessanti della geografia museale parigina. Jean-Jacques Henner fu una figura riconosciuta nella società artistica francese della seconda metà dell’Ottocento; oggi il museo che porta il suo nome rimane poco conosciuto persino da molti parigini. L’hôtel particulier non fu la sua abitazione: venne acquistato dalla famiglia dopo la morte per presentarne le opere. I ritratti alsaziani, le figure femminili dalla pelle chiarissima e dai capelli rossi e i dipinti italiani legati al soggiorno a Villa Medici costruiscono il ritratto di un artista che permette anche di osservare quanto radicalmente il canone possa modificare la reputazione di un autore nel corso di un secolo.
Musée de la Vie Romantique. Il salotto dove passavano Chopin e Lamartine
Ai piedi di Montmartre, la casa appartenuta al pittore Ary Scheffer conserva una Parigi nella quale la vita culturale avveniva ancora nei salotti privati. Alle serate del venerdì organizzate dall’artista partecipavano poeti, musicisti e scrittori, tra cui Lamartine e Chopin. Il Musée de la Vie Romantique ha riaperto nel febbraio 2026 dopo diciassette mesi di lavori, con restauri e un riallestimento che ricostruisce il Romanticismo attraverso ambienti tematici. Cortile, casa, vegetazione e giardino fanno ancora parte dell’identità del luogo: uno dei casi nei quali è difficile separare il museo dall’atmosfera che lo circonda.
Maison La Roche. Entrare dentro Le Corbusier
Nel XVI arrondissement cambia completamente la scala della visita. Maison La Roche permette di entrare non nell’abitazione di un artista ma dentro il pensiero di Le Corbusier. Progettata per il banchiere e collezionista Raoul La Roche, accanto alla casa destinata al fratello dell’architetto, Albert Jeanneret, costituisce uno dei luoghi nei quali osservare la formazione delle idee corbusieriane sullo spazio interno, sulla luce e sul colore. Il cemento armato, che Le Corbusier aveva conosciuto lavorando con Auguste Perret, diventa strumento per costruire una nuova relazione tra architettura, movimento e collezione.
Maison de Balzac. Lo scrittore che lavorava venti ore al giorno
A Passy, quando il quartiere era ancora un villaggio ai margini di Parigi, Honoré de Balzac lavorò a La Comédie humaine in un appartamento sorprendentemente modesto. La Maison de Balzac permette di riportare un monumento della letteratura alla scala concreta della sua produzione: una stanza, una scrivania, ritmi di lavoro che potevano arrivare, secondo la ricostruzione citata nel testo, a venti ore al giorno. Il museo ricostruisce anche l'universo sterminato dei personaggi balzachiani e la fortuna dello scrittore nella cultura popolare.
Maison de Victor Hugo. Il grande scrittore era anche un formidabile decoratore
In Place des Vosges, Victor Hugo abitò per sedici anni in un appartamento di circa 270 metri quadrati. La sorpresa non è soltanto letteraria. Hugo intervenne direttamente negli interni e il museo conserva ambienti che mostrano il lato quasi ossessivo del suo gusto decorativo: carte da parati, mobili, accostamenti cromatici e soprattutto uno straordinario salone cinese. Visitare la Maison de Victor Hugo significa scoprire che l'immaginario dello scrittore non si esauriva nei libri: investiva oggetti, architettura e decorazione.
Musée de la Chasse et de la Nature. Il museo dove non si capisce più che cosa appartenga alla collezione
Nel Marais esiste infine un museo che sembra costruito secondo una logica completamente diversa. Al Musée de la Chasse et de la Nature, tassidermia, arti decorative, dipinti, sculture e interventi contemporanei convivono fino a rendere volutamente incerto il confine tra collezione permanente ed esposizione temporanea. Un enorme orso polare può apparire accanto a un'opera contemporanea; una volpe imbalsamata riposa su una poltrona; persino una lepre con binocolo e fucile entra nel dispositivo espositivo. È uno dei musei parigini nei quali la museografia stessa diventa parte dello spettacolo.
E poi c’è il Marmottan: il museo piccolo con la più grande collezione di Monet
Questo lo aggiungerei al testo originario. Non è propriamente «segreto», ma durante la settimana dell’arte rischia facilmente di rimanere fuori dalle rotte Grand Palais-Marais-Saint-Germain. Nel XVI arrondissement, il Musée Marmottan Monet conserva invece la più grande raccolta al mondo di opere di Claude Monet: oltre cento dipinti provenienti anche dal lascito del figlio Michel, compreso Impression, soleil levant, il quadro che diede involontariamente il nome all’Impressionismo. Conserva inoltre il principale nucleo pubblico di opere di Berthe Morisot. E nell’ottobre 2026 c’è una ragione ulteriore per andarci: dal 24 settembre è aperta «Histoires de paysages. De Monet à Hockney (1890-2026)», dedicata alle trasformazioni del paesaggio dalla fine dell’Ottocento a oggi; parallelamente il museo presenta un intervento monumentale di Peter Soriano costruito in rapporto al Mont Kolsås di Monet.
Sophie Seydoux
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