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Una visitatrice di ArteFiera perfettamente assortita con un'opera. Foto courtesy ArteFiera

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Una visitatrice di ArteFiera perfettamente assortita con un'opera. Foto courtesy ArteFiera

Lenta ma vivace, bocciata ma promossa

Le opinioni dei galleristi presenti ad ArteFiera: non sono mancate offerta e qualità, peccato per l'assenza dei grandi collezionisti

Jenny Dogliani

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Ad ArteFiera (Bolognafiere 2-5 febbraio) non è mancata la qualità dell’offerta (dipinti, fotografie e sculture da 2.500 a oltre tre milioni di euro), si sono viste opere di livello e stand curati. Ma le vendite sono state lente. A detta di alcuni espositori, ciò che è mancato sono i grandi collezionisti, e alcune, forse troppe, gallerie importanti che non hanno partecipato. Anche il pubblico internazionale è stato assente. Va anche detto che il rallentamento delle vendite può essere attribuibile al clima di incertezza determinato dalle imminenti elezioni politiche.

Per Massimo Di Carlo, direttore della Galleria dello Scudo di Verona, un'altra ragione andava ricercata “nell'inflazione di opere d'arte moderna, molta della quale astratta, causata dalle migliaia di opere vendute nell'ultimo periodo dalle case d'asta italiane”. Di Carlo, peraltro, al secondo giorno di fiera aveva già venduto un grande dipinto di Giuseppe Gallo e una monumetale opera materica a parete di Giuseppe Spagnulo.

Questo primo sintetico report sulla fiera appena chiusa raccoglie le opinioni a confronto tra alcuni galleristi.

«In un momento in cui tutto è globalizzato e l’arte è internazionale, anche le fiere devono esserlo. Il mercato dell’arte che conta non è più quello italiano. Questa fiera è molto piccola, si riduce ogni anno», spiega Roberto Contini (Contini, Venezia, Cortina) tra opere di Mitoraj, Larraz e Valdez a sei cifre e poche vendite.

Se la scelta, obbligata o meno che sia, è di puntare sul mercato italiano, allora «mancano tante gallerie importanti e tanti collezionisti che oggi scelgono Miart, ormai la fiera più importante del nostro Paese», afferma Mimmo Scognamiglio (Scognamiglio, Milano) tra dipinti di Jenni Hiltunen da 4.500 a 20mila euro e qualche vendita.

«Non è una fiera con un’identità precisa, i collezionisti sono un po’ disorientati. Serve un cambiamento radicale: ok concentrarsi sulle gallerie italiane, ma puntando più su quelle che lavorano con gli artisti e meno su quelle di secondo mercato, e incrementando un moderno di qualità con le gallerie più importanti, non con quelle che fanno un lavoro generico», aggiunge Alessandro Pasotti (P420, Bologna) tra opere di Paolo Icaro, Helena Appel, June Crespo e altri da 2.500 a 50mila, vendute meglio nella fascia medio bassa.

Ma c’è anche chi la giudica «una fiera molto vivace», come Roberto Casamonti, fondatore della Galleria Tornabuoni, che avendo bilanciato le aspettative con le «problematicità del mercato italiano», si è dichiarato moderatamente soddisfatto (nello stand Campigli, Fontana, Boetti, Omar Galliani e altri da 15mila a 3 milioni di euro).

«Fiera positiva e ancora di riferimento» anche per il milanese Matteo Lampertico, che tuttavia, tra opere di Sanfilippo, Riopelle, Leoncillo, Chighine e altri da 30mila a 500mila euro e alcune vendite, suggerisce di «presentare la fiera all’estero, sollecitare le gallerie internazionali, affiancare mostre museali importanti, coinvolgere maggiormente i collezionisti e rimodernare la praticabilità dell’edificio», che almeno una falla ce l’ha: l’infiltrazione d’acqua proveniente dal pavimento che sabato mattina ha danneggiato una scultura di Paolini nello stand della galleria Repetto.

Un piccolo incidente che mette in luce «la distanza tra gli interessi della città e la fiera» su cui riflette Umberto Di Marino, nello stand Vedovamazzei, Eugenio Espinoza, Satoshi Hirose e altri da 2.500 a 30mila euro, qualche vendita nella fascia medio bassa. «La fiera è l’elemento trainante della città, tutti la dovrebbero sostenere. Ho sempre pensato che rappresentasse l’Italia, anche per la crescita dei collezionisti che passavano da elementi più decorativi all’arte di ricerca; adesso non è così. Forse, conclude il gallerista napoletano, l’augurio maggiore è che s’interrompa per due anni e poi si riparta».

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Jenny Dogliani, 05 febbraio 2018 | © Riproduzione riservata

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