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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliVent'anni possono bastare per trasformare un programma di residenza in uno dei principali strumenti di internazionalizzazione dell'arte italiana. È questa la traiettoria dello Young Curators Residency Programme (YCRP) della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che dal 2007 ha costruito una rete di relazioni tra la scena artistica italiana e alcune delle più autorevoli scuole di curatela del mondo. Per celebrare questo anniversario, la Fondazione inaugura il 26 settembre a Palazzo Re Rebaudengo di Guarene la mostra What about us, curata da Michele Bertolino, affiancata da una giornata di studi che affronta una delle questioni più urgenti del sistema dell'arte contemporanea: quale posizione occupa oggi l'arte italiana nello scenario internazionale e quali strumenti sono necessari per rafforzarne la presenza?
Più che una ricorrenza celebrativa, l'iniziativa assume la forma di una riflessione sul funzionamento delle reti culturali internazionali. Se negli ultimi due decenni il YCRP ha accolto quasi sessanta curatrici e curatori provenienti da tutto il mondo, presentando oltre duecento artisti italiani spesso alla loro prima esposizione istituzionale, oggi il programma rappresenta un osservatorio privilegiato sulle modalità con cui il sistema internazionale ha guardato all'arte italiana.
La mostra nasce proprio da questo archivio di sguardi. Michele Bertolino evita una ricostruzione cronologica della storia del programma e costruisce invece una costellazione di opere che attraversa vent'anni di ricerca artistica italiana. Il filo conduttore è il tempo, inteso non come successione lineare degli eventi, ma come materia narrativa, politica e percettiva.
Le opere di Alessandra Ferrini, Alterazioni Video, Claire Fontaine e Vanessa Alessi affrontano la memoria storica, le rimozioni collettive e i vuoti della narrazione pubblica, tornando su episodi come il G8 di Genova, Radio Ghetto o la vicenda di Giuseppe Pinelli. Yuri Ancarani, Rosa Barba e Ludovica Carbotta riflettono invece sui dispositivi narrativi attraverso cui il tempo viene costruito e percepito, mentre Valentina Furian, Sara Enrico ed Elisabetta Benassi ne esplorano la sospensione, la ripetizione e l'attesa.
Il percorso espositivo riunisce ventitré artisti appartenenti a generazioni differenti, da figure ormai consolidate come Liliana Moro, Eva Marisaldi, Marinella Senatore, Chiara Camoni e Claire Fontaine fino a protagonisti più recenti della scena italiana. Più che offrire un'antologia dell'arte contemporanea italiana, la mostra restituisce vent'anni di letture curate da osservatori internazionali, ricordando come ogni selezione rappresenti sempre una costruzione critica situata e non un canone definitivo.
Accanto alle opere, materiali d'archivio, cataloghi e fotografie documentano l'evoluzione dello Young Curators Residency Programme, trasformando il progetto in una riflessione sulla costruzione stessa dello sguardo curatoriale. L'archivio diventa così uno strumento critico attraverso cui interrogare il modo in cui l'arte italiana è stata raccontata, selezionata e resa visibile nel corso degli ultimi due decenni.
Se la mostra guarda al passato, la giornata di studi del 26 settembre concentra invece l'attenzione sul presente e sul futuro.
La prima sessione, Young Curators Residency Programme: la costruzione di una rete, riunisce alcuni dei protagonisti della formazione curatoriale internazionale, tra cui Anna Colin (Goldsmiths), Tom Eccles (Center for Curatorial Studies del Bard College), Jeppe Ugelvig, Mark Rappolt, direttore editoriale di ArtReview, e l'artista Adji Dieye. Il tema è quello delle reti internazionali e del ruolo che programmi di residenza e formazione possono svolgere nella costruzione delle carriere curatoriali.
Ancora più strategica appare la seconda tavola rotonda, Arte italiana e panorama internazionale, moderata dal direttore de Il Giornale dell'Arte, Luca Zuccala, che riunisce Lorenzo Balbi, Costantino D'Orazio, Marilena Pirrelli, Eva Fabbris, Luigi Fassi, l'artista Tomaso De Luca e Pietro Vallone, presidente di ANGAMC.
Il confronto affronta una questione che attraversa oggi gran parte del dibattito sul contemporaneo: quali strumenti servono per rafforzare la presenza internazionale degli artisti italiani? Il tema riguarda il ruolo delle istituzioni pubbliche, delle fondazioni private, delle gallerie, delle scuole di curatela e delle associazioni di categoria nella costruzione di un ecosistema capace di accompagnare gli artisti oltre il mercato nazionale.
È un dibattito che supera la dimensione espositiva per investire direttamente le politiche culturali. Negli ultimi anni molte delle principali piattaforme internazionali hanno consolidato programmi di scouting, residenze, fondi di produzione e reti di collaborazione globale. L'Italia dispone di una scena artistica riconosciuta per qualità e complessità, ma continua spesso a soffrire una limitata capacità di coordinamento tra istituzioni, formazione, sostegno economico e promozione internazionale.
In questo contesto il Young Curators Residency Programme rappresenta uno dei pochi casi italiani di investimento continuativo nella costruzione di relazioni internazionali. Nel corso degli anni la rete si è ampliata coinvolgendo istituzioni come il Royal College of Art, il Bard College, Goldsmiths, il Whitney Independent Study Program, il California College of the Arts, la Zurich University of the Arts, fino alle più recenti collaborazioni con il Rockbund Art Museum di Shanghai e Independent Curators International. Più che celebrare un anniversario, What about us propone dunque una riflessione sul valore strategico delle reti culturali e sulla necessità di costruire politiche di lungo periodo per l'arte contemporanea italiana. La domanda contenuta nel titolo della mostra non riguarda soltanto gli artisti coinvolti negli ultimi vent'anni del programma, ma l'intero sistema dell'arte italiano e la sua capacità di immaginare nuove forme di presenza internazionale. In questo senso, la giornata di studi potrebbe rappresentare uno dei momenti di confronto più significativi dell'autunno per chi guarda al futuro dell'arte italiana oltre i confini nazionali.
Sophie Seydoux
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