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Uwe Wittwer, Purple Rain

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Uwe Wittwer, Purple Rain

Uwe Wittwer e il potere politico delle immagini

Nella mostra «Controcorrente» a Milano, da Monica De Cardenas, l'artista svizzero rielabora i capolavori di Caravaggio e Veronese insieme agli archivi coloniali, mettendo in discussione il nostro modo di guardare alla realtà e alla storia

Ada Masoero

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C’è qualcosa di familiare, ma al tempo stesso di misterioso, nel dipinto scelto come immagine guida della mostra «Controcorrente» di Uwe Wittwer (la sua prima personale in Italia), fino al 21 novembre da Monica De Cardenas nella sua galleria milanese. L’immagine è sfuggente, fluida, «astratta», ma i suoi contorni, così come la tonalità ambrata, evocano imperiosamente la «Canestra di frutta» (1597-1600), il capolavoro di Caravaggio conservato nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Non è questo, però, il solo omaggio reso dall’artista svizzero al patrimonio d’arte della città dove espone ora, perché Uwe Wittwer (nato nel 1954 a Zurigo, dove vive e lavora; protagonista della scena dell’arte internazionale dalla metà degli anni Ottanta) ha voluto evocare anche la monumentale «Ultima Cena» (1580 circa) di Paolo Veronese, altro e ben differente capolavoro dell’ultimo Cinquecento italiano, conservato questo nella Pinacoteca di Brera. 

Avvalersi di immagini precedenti, «nobili» come queste o più ordinarie e feriali come quelle tratte dai quotidiani, dal web e dai media, è un processo cui Wittwer ricorre costantemente, non certo per citarle né tanto meno per plagiarle ma per filtrarle e distillarle con la sua sensibilità, decostruirle e ricomporle in un’entità nuova, allusiva e segreta: inquietante. 

Come è stato notato, le nature morte, gli interni, i paesaggi e i ritratti di Wittwer «non sono semplici rappresentazioni di una realtà visibile; sono piuttosto strumenti per mettere in discussione le nostre abitudini visive. Le sue opere indagano la questione cruciale del rapporto tra immagine, effetto e realtà: un interrogativo quasi esistenziale nell’era di Internet e nella conseguente difficoltà di distinguere tra “reale” e “falso”».

Per la mostra da Monica De Cardenas, Wittwer ha scelto, accanto ai due capolavori antichi, di porre l’accento sulla storia coloniale: ecco la ragione del titolo, «Controcorrente», che allude alla risalita dei grandi fiumi dei diversi continenti, via maestra per la penetrazione nei territori interni delle terre da colonizzare. Cui si aggiunge la «risalita» virtuale da lui compiuta nel flusso delle immagini della collezione etnografica del Pitt Rivers Museum di Oxford e dei documenti fotografici degli archivi della Missione di Basilea, perché storicamente le missioni religiose in Africa, in India, in Cina, nelle Americhe, aprirono la porta alla conquista territoriale da parte delle potenze del Vecchio continente. Con questi suoi seducenti lavori «acquei», suggeriti da quegli archivi, Wittwer in realtà ci rammenta, se mai ce ne fossimo dimenticati, che le immagini non sono mai neutre ma sono portatrici di messaggi politici e riflettono il punto di vista e l’ideologia di chi le ha realizzate.

Uwe Wittwer, Nkose Island

Uwe Wittwer, Ship

Ada Masoero, 06 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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