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Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliTra le montagne dell’Anatolia nordorientale, a circa 40 chilometri a sud di Trabzon, dai reperti rinvenuti in una grotta si sta riscrivendo un capitolo ancora poco conosciuto della preistoria in Turchia. Il luogo è la Koskarlı Cave, nella valle di Söğütlü, dove gli archeologi hanno individuato un’occupazione umana risalente a circa 12.900-12mila anni fa. Si tratta della prima testimonianza sistematica di una presenza epipaleolitica nella regione orientale del Mar Nero, un’area finora rimasta quasi priva di dati archeologici per questo periodo.
La grotta si trova a 1.030 metri di quota, 24 metri sopra il corso del torrente Söğütlü. Individuata nel 2019, è stata sottoposta a scavi sistematici a partire dal 2024, grazie alla collaborazione tra il Museo di Trabzon e la Karadeniz Technical University. Gli archeologi hanno lavorato in tre zone, concentrandosi in particolare su un settore di 16 metri quadrati all’interno della cavità.
Sotto uno strato superiore rimaneggiato, nel quale erano mescolati strumenti di epoche diverse, è emerso un deposito intatto spesso tra 20 e 40 cm. Al suo interno erano conservati sedimenti fini, cenere e materiale carbonizzato. Sedimento bruciato e frammenti di selce alterati dal calore indicano inoltre la presenza di un focolare: una traccia concreta della vita quotidiana dei gruppi che frequentarono la grotta alla fine del Pleistocene. Le datazioni al radiocarbonio collocano l'occupazione tra circa 12.900 e 12.000 anni prima dell’era cristiana.
A testimoniare le attività di questi cacciatori-raccoglitori sono soprattutto gli strumenti in pietra. Sono stati recuperati nuclei (da cui gli individui staccavano frammenti più piccoli con la percussione), lame, lamelle, raschiatoi, punte, strumenti per forare e una sorta di bulini, realizzati principalmente in selce e ossidiana. Particolarmente interessanti sono poi i piccoli strumenti a forma di mezzaluna, chiamati «lunati».
Strumenti simili sono conosciuti in altri siti epipaleolitici dell’Anatolia e del Mediterraneo orientale. La loro presenza a Koskarlı suggerisce quindi che le comunità del Mar Nero non fossero isolate, ma partecipassero a reti di contatto attraverso le quali circolavano tecniche, idee e forse persone. Altri confronti tecnologici rimandano infatti alla Turchia meridionale e centrale, al Levante e al Caucaso.
Anche gli oggetti ornamentali aggiungono un dettaglio alla ricostruzione di questa comunità preistorica. Gli archeologi hanno trovato un frammento di corno con incisione e un dente animale forato, probabilmente destinato a essere indossato. Sono stati recuperati inoltre resti animali e gusci di lumache terrestri, ancora in fase di studio.
L’importanza della grotta di Koskarlı va dunque oltre il singolo ritrovamento. Per molto tempo le ricerche sull’Epipaleolitico anatolico si sono concentrate soprattutto nelle regioni meridionali. Questa grotta apre invece una nuova prospettiva sull’estremità orientale del Mar Nero, proprio nel momento di transizione tra il Pleistocene finale e l’inizio dell’Olocene.
Tutti questi reperti suggeriscono l’immagine di gruppi mobili, capaci di adattarsi a un ambiente montano e inseriti in una rete di relazioni che collegava Anatolia, Caucaso e Mediterraneo orientale. Koskarlı aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione di come vivevano, si spostavano e comunicavano i cacciatori-raccoglitori alle soglie di una nuova epoca.
Vittorio Bertello
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