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Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliNella Valle di Lamen, nelle Dolomiti bellunesi, un gruppo internazionale di ricercatori ha individuato quella che potrebbe essere la più antica testimonianza diretta di una manovra ostetrica della storia umana. Lo studio, coordinato da Omar Larentis del Laboratorio Bagolini di Archeologia, Archeometria e Fotografia dell’Università di Trento e pubblicato sulla rivista «Journal of Archaeological Science: Reports», offre uno sguardo inedito sulla capacità delle comunità preistoriche di affrontare le complicazioni del parto.
Al centro della ricerca ci sono i resti di un bambino morto tra il 3932 e il 3653 avanti Cristo, quando la gravidanza era ormai giunta al termine. Lo scheletro è stato rinvenuto nel sito archeologico di Ripari Alti, a circa 1.100 metri di quota, nel territorio di Feltre (Bl), durante una campagna di scavi condotta tra il 2021 e il 2024.
L’elemento che ha attirato l’attenzione degli studiosi è una frattura sull’omero, l’osso del braccio. Grazie a sofisticate analisi antropologiche, alla microscopia digitale e alla microscopia elettronica a scansione, è stato possibile stabilire che quella lesione non si è prodotta nei millenni trascorsi sottoterra, ma quando l’osso era ancora fresco, cioè al momento della nascita o immediatamente dopo.
Il confronto con la moderna letteratura medica ha suggerito un’ipotesi affascinante. La frattura sarebbe infatti compatibile con le sollecitazioni che possono verificarsi durante un parto particolarmente complicato, quando chi assiste la madre deve applicare forza sulle braccia del bambino per facilitarne l’estrazione. Non si tratta di una prova definitiva, ma di un insieme di indizi che converge verso un’unica interpretazione: qualcuno intervenne per cercare di salvare quella nascita.
È un dettaglio di enorme importanza, perché fino a oggi le conoscenze sulle pratiche ostetriche delle società senza scrittura derivavano quasi esclusivamente da confronti etnografici o da ricostruzioni teoriche. In questo caso, invece, è proprio lo scheletro a conservare le tracce di quell’intervento, offrendo una rara testimonianza materiale delle cure prestate durante il parto.
La ricerca racconta anche le difficili condizioni di vita delle popolazioni alpine del Neolitico. Le ossa del neonato presentano infatti piccole alterazioni porose sulla mandibola e sulle tibie, compatibili con episodi di stress nutrizionale o metabolico durante la gravidanza. Secondo gli studiosi, la madre potrebbe aver sofferto di carenze alimentari, forse legate a una limitata disponibilità di vitamine essenziali, un quadro che riflette le difficoltà quotidiane delle comunità che abitavano le montagne quasi seimila anni fa.
Il ritrovamento di Ripari Alti non aggiunge soltanto un nuovo tassello alla storia dell'archeologia, ma modifica anche il modo in cui immaginiamo le società preistoriche. Lontane dall’essere gruppi privi di conoscenze, queste comunità avevano probabilmente sviluppato competenze pratiche per affrontare uno dei momenti più delicati della vita: la nascita.
Quel piccolo scheletro, rimasto in silenzio per migliaia di anni, restituisce così un messaggio profondamente umano. Già nel Neolitico, di fronte a un parto difficile, qualcuno tentava di aiutare una madre e il suo bambino. Un gesto semplice, forse disperato, ma che rappresenta una delle più antiche testimonianze della volontà di curare e proteggere la vita.
Vittorio Bertello
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