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Mark Rothko, «Untitled», 1949, New York, Solomon R. Guggenheim Museum (particolare)

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Mark Rothko, «Untitled», 1949, New York, Solomon R. Guggenheim Museum (particolare)

Un libro racconta Mark Rothko e l’arte come missione

Annie Cohen-Solal rilegge la vita e l’opera dell’artista ebreo di origini russe alla luce della sua esperienza di emigrato forzato, la cui pittura nasce da una tensione etica e spirituale volta a «riparare il mondo»

Nicola Davide Angerame

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La Rothko Chapel di Houston (Texas), inaugurata nel 1971, è per la storica, saggista e curatrice di mostre Annie Cohen-Solal l’opera apicale di Mark Rothko (Daugavpils, 1903-New York, 1970): è uno spazio di meditazione nato all’incrocio tra arte, spiritualità e politica, è interconfessionale e sembra sussurrare a un mondo attraversato da nuovi inattesi conflitti. Poco studiata, compare come merita nella sua pluritradotta biografia che offre una lettura intensa, partecipata e disvelante di un artista radicale, emblema di tutte quelle identità migranti che appassionano la studiosa, che è distinguished professor all’Università Bocconi di Milano ed è autrice di altre importanti biografie, da Sartre a Leo Castelli fino a Picasso. Una vita da straniero.

Il suo libro è il risultato di lunghi studi, chi è Mark Rothko?
Qualcuno che, con molti altri, condivide la centralità della condizione di immigrato. Arriva negli Stati Uniti a dieci anni, fuggendo dai pogrom dell’Impero russo, e qui deve reinventare la propria identità. Rothko prima di essere pittore è uno scrittore precoce. È l’unico di quattro figli che studia il Talmud da bambino, intensamente. Questo è fondamentale per capire la sua personalità. Ho trovato dei suoi quaderni in cui, tra i dieci e i dodici anni, compone poesie di una maturità incredibile, ma non scrive in russo, né in yiddish, né in inglese, bensì in ebraico. Prima dell’arte batte altre strade. Da ragazzo, vende giornali in cui si racconta la Rivoluzione russa. A scuola è un intellettuale impegnato, una cosa rara nelle biografie degli artisti, è quasi più vicino a Sartre che a Picasso. Entra a Yale con una borsa di studio. Sarà una catastrofe. Gli Stati Uniti accolgono due milioni e mezzo di ebrei, ma Yale resta un ambiente chiuso. Mark diventa presidente di un club studentesco, fonda un giornale e scrive che l’università è morta e che tutto deve cambiare. Dopo due anni abbandona gli studi. A vent’anni entra all’Art Students League, per studiare con Max Weber, che aveva conosciuto Picasso e l’avanguardia europea. Poi incontra Milton Avery, il cosiddetto Matisse americano, ma entra nel mondo dell’arte senza sapere davvero disegnare. I suoi primi lavori sono quasi goffi. Negli anni Venti contribuisce a fondare il gruppo The Ten.

Che cosa unisce questi artisti?
Non lo stile, ma la condizione esistenziale: sono tutti immigrati. Rothko polemizza contro il sistema artistico di New York, in un periodo in cui l’artista è una figura marginale.

Insegna arte ai bambini, fonda un ricovero per artisti anziani, sarà polemico e altruista: un atteggiamento legato alla formazione religiosa?
Da adulto non frequenterà più la sinagoga, ma non perderà mai il contatto con la sua formazione nella scuola Talmud Torah, la cui etica prevede la missione, la «mitzvah», una responsabilità morale verso gli altri e l’idea che ogni essere umano debba contribuire a «riparare il mondo». In ebraico si chiama «Tikkun Olam». Per Rothko l’arte è una forma di Tikkun Olam.

Negli anni Cinquanta giunge finalmente alla sua pittura.
La sua evoluzione estetica è interessante: parte dalla figurazione, attraversa il Surrealismo e arriva progressivamente all’astrazione. Poi sviluppa il suo signature style, campi di colore che fluttuano uno sopra l’altro.

Un’arte che invita alla contemplazione.
Vuole creare uno spazio in cui lo spettatore possa entrare e restare. Rothko avrebbe anche potuto diventare un filosofo.

Nel 1954 arriva il successo.
Incontra Sidney Janis e improvvisamente diventa ricchissimo, ma il rapporto con il mercato rimane difficile, non gli interessano i soldi né il successo superficiale. L’arte come sistema praticamente non esiste ancora e l’arte americana entra davvero sulla scena internazionale alla Biennale di Venezia del 1964, quando Robert Rauschenberg vince il Leone d’Oro. Rothko è un caso a sé.

Nel 1958, infatti, riceve la commissione per quel simbolo del nuovo potere finanziario che è il ristorante del Seagram Building.
È una svolta e all’inizio accetta ma dopo un anno di viaggi in Europa e visite in Italia si ritira, non accetta che i suoi quadri siano appesi in una sala da pranzo per ricchi clienti. «Le mie opere hanno bisogno di una cappella», dice, e poco dopo riceve la proposta di Dominique de Menil per la Rothko Chapel a Houston, Texas.

Dominique è una figura centrale.
È anche lei un’immigrata, fuggita dall’Europa a causa del nazismo. Come Rothko non si riconosce nelle istituzioni americane, rimane straniera, così decide di creare un tipo di istituzione completamente diversa: la Menil Collection è uno dei musei più belli del mondo.

La Rothko Chapel è l’apice rothkiano?
Dentro non c’è nulla, niente croci, niente simboli. Anche la tua retina deve aspettare, sei costretto al silenzio. Poi, lentamente, entri nelle tele. La cappella offre un’esperienza spirituale: è interconfessionale, è stata commissionata da una protestante diventata cattolica, dipinta da un ebreo e attualmente è guidata da un presidente musulmano. È forse il più bell’esempio di ciò che può accadere di meglio nel nostro mondo.

Nel 1962, lascia Janis.
Perché inizia a rappresentare gli artisti della Pop Art e Rothko dice chiaramente: «Non voglio stare con i pop artists. Non sono artisti». Passa così alla galleria Marlborough, che però non lo capisce. Si ammala, ha un aneurisma, si separa dalla moglie e, come sempre, beve. Non riesce più a lavorare con la stessa energia.

Come si spiega il suicidio, in quella notte del 25 febbraio 1970 a soli 66 anni?
Ormai i galleristi esigono sempre più tele, lui ne ha conservate alcune che non vuole vendere, ma la loro pressione è insostenibile per un uomo di grande delicatezza e profondità. In questo senso è quasi l’opposto di Picasso, al quale ho dedicato una poderosa biografia e diverse mostre. È molto interessante confrontarli, hanno due modi opposti di vivere l’emigrazione. Picasso la sceglie, è un grande stratega, Rothko invece la subisce e non riuscirà a superare la violenza simbolica del capitalismo. Per questo resta un artista totalmente contemporaneo. Tutto nella sua opera si colloca tra tragedia e speranza. Esattamente la condizione in cui ci troviamo oggi.


 

Mark Rothko. Riparare il mondo
di Annie Cohen-Solal, traduzione di Manuela Bertone,  280 pp., ill., Einaudi, Torino 2026, € 26

Nicola Davide Angerame, 25 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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