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Foto d’installazione di Maja Petrić, «Specimens of Time», scultura multimediale di proiezioni di luce generate attraverso l’IA, 2025, Seattle, The Vestibule

Foto: To6iottb. Courtesy Wikimedia

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Foto d’installazione di Maja Petrić, «Specimens of Time», scultura multimediale di proiezioni di luce generate attraverso l’IA, 2025, Seattle, The Vestibule

Foto: To6iottb. Courtesy Wikimedia

L’arte che accende le nostre sinapsi per l’Intelligenza Artificiale è ancora un enigma

Nel suo ultimo libro Vittorio Gallese, professore di Neuroscienze Cognitive all'Università di Parma, si domanda come cambiamo noi e come cambia la nostra percezione del mondo vivendo a stretto contatto con gli algoritmi

Nicola Davide Angerame

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L’arte non è un ornamento della vita, ma uno dei modi attraverso cui l’essere umano costruisce mondi possibili, simula azioni, condivide emozioni e rende visibile ciò che ancora non conosce. È una delle tesi che attraversa Il sé digitale, il nuovo ambizioso libro di Vittorio Gallese, nato da cinque anni di studi e capace di collegare neuroscienze, filosofia ed estetica ben oltre i confini riduttivi della neuroestetica. Professore di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive all’Università di Parma e protagonista della scoperta dei neuroni specchio, Gallese propone una ontofenomenologia dell’esperienza incarnata: percepire, immaginare e agire non sono stadi separati, ma dimensioni contigue. Se il cervello, grazie ai neuroni specchio, reagisce allo stimolo visivo come a un’esperienza reale, la distanza tra virtuale e reale si assottiglia, riconfigurando il corpo come schermo tra schermi e la soggettività come dispositivo di pratiche eterogenee, mutanti e multimediali tenute insieme dal proprio rapporto con il corpo. Pur apparendo ancora aporetica, la fiducia che l’autore nutre nel digitale, come una nostra occasione evolutiva, è scevra sia dalla tecnofobia sia dall’entusiasmo acritico. E l’arte contemporanea? Gallese le riconosce un potere contro-estetico capace di criticare l’omologazione del reale, riaprendo politicamente la dimensione del possibile.


Dopo i neuroni specchio, che cosa è cambiato nella sua ricerca?
Il centro è diventato la relazione. L’essere umano non abita soltanto il mondo fisico: crea immagini, racconti e mondi inesistenti che entrano realmente nella sua esperienza.

L’arte è dunque una forma di conoscenza incarnata?
Sì, davanti a un’opera il cervello e il corpo simulano gesti, movimenti ed emozioni, come abbiamo dimostrato studiando i tagli di Fontana e le immagini del dolore nei dipinti antichi.

Questo significa ridurre l’estetica alle neuroscienze?
No. Le neuroscienze offrono una verifica empirica a intuizioni già presenti in Warburg, nell’estetica dell’empatia, ma sbagliano quando pretendono di localizzare il bello in una singola area cerebrale.

Quale funzione può avere l’arte oggi?
Può esplorare criticamente i limiti, i pregiudizi e le possibilità della tecnologia. È una pratica capace di riaprire il reale, di opporsi all’omologazione e di restituire energia alla possibilità.

Perché scienze e discipline umanistiche restano lontane?
Perché ciascuna difende il proprio territorio, mentre il dialogo richiede studio, tempo e disponibilità a diventare indisciplinati. Io ho dovuto imparare il linguaggio della storia dell’arte, dell’estetica e del cinema: molti celebrano l’interdisciplinarità, ma pochi accettano davvero il rischio di praticarla fino alle sue estreme conseguenze.

Che cosa accade oggi con gli schermi che ci circondano e quasi ci assediano?
Lo schermo non è un’interfaccia neutrale, modifica lo spazio corporeo, il coinvolgimento emotivo e il nostro modo di percepire. Viviamo in un ambiente ibrido, analogico e digitale, che trasformiamo e dal quale veniamo trasformati. È di questi giorni il dibattito sulla potenziale soggettività dell’IA: Google definisce questa prospettiva vertiginosa, mentre l’Europa risponde con l’IA Act dal 2 agosto. 

L’IA potrebbe possedere un giorno una soggettività?
No, almeno non la soggettività umana, perché l’IA è priva di corpo, esperienza, intenzionalità e di un mondo proprio. La vera domanda è come noi stiamo cambiando attraverso il rapporto continuo con algoritmi e piattaforme.
 

Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, 
di Vittorio Gallese 288 pp., Raffaello Cortina, Milano 2026, € 16 

Nicola Davide Angerame, 16 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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