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Gianfranco Ferroni
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Andy Warhol che stringe la mano a Franco Zeffirelli, Marta Marzotto che sistema la cravatta di Renato Guttuso: sono foto in bianco e nero, quelle della prima parte della vita di Umberto Pizzi. I colori sono venuti dopo, e la svolta artistica, va sottolineato, è stata segnata dall’incontro di Pizzi con Roberto D’Agostino, che con «Dagospia» ha sempre puntato l’occhio sulle mostre e gli eventi culturali: per anni, con la rubrica «Art Spia» che curavo, con Pizzi abbiamo attraversato la Capitale per catturare storie nelle inaugurazioni, tra personaggi e «situazioni». Il Premio Strega a Valle Giulia, nel Museo Etrusco, era un appuntamento irrinunciabile, così come le mostre a Villa Medici (memorabile il vernissage per Giuseppe Penone, quando il direttore era Richard Peduzzi), nella Fondazione Memmo, nel Vittoriano gestito da Alessandro Nicosia.
Le fotografie perfette, nitidissime, di Pizzi hanno segnato un’epoca, ma va sottolineato che molte erano pubblicabili solo per il coraggio, e la voglia «di fare giornalismo», di D’Agostino. Solo grazie a quell’esperienza, irripetibile, qualcosa è cambiato, ma l’impatto, l’onda d’urto, la forza trasmessa da «Dagospia» ha consentito di coltivare il sogno di un’informazione senz’altro irriverente e libera. Fondamentale, il tocco geniale del «taglio» che D’Agostino ha saputo dare a quelle immagini. In quel mondo erano entrati anche il fratello di Umberto, Mario, morto prematuramente, e poi Luciano Di Bacco, anche lui scomparso.
Umberto il prossimo 7 ottobre avrebbe compiuto 89 anni: era nato nel 1937, e in quel giorno verrà ricordato a Roma, nel Cinema Adriano. C’era il progetto di una grande mostra, per Pizzi, in una sede istituzionale, un tributo all’attività di un combattente che al mattino, sul suo «cavallo di ferro», solcava la città per trovare la notizia del giorno. Quante telefonate per sapere «che c’è oggi di buono», perché cercava sempre la primizia, l’appuntamento che non era noto ai più, il ricevimento «nascosto», e quante foto viste per avere i nomi dei soggetti ritratti, che si erano fatti notare a una mostra e che lui non conosceva. Perché a volte, grazie a un intuito straordinario, percepiva che gli invitati erano «importanti», anche se non sapeva chi erano. E in qualche occasione, se non trovava subito una suggestione, un elemento di richiamo, sentenziava che la serata «è moscia», andando immediatamente via. Umberto possedeva una miniera di informazioni di Vip che da decenni non uscivano allo scoperto o erano scomparsi, storie irripetibili ma che erano realmente accadute. Anche nel mondo dell’arte. Le immagini che ha scattato nel corso di una vita costituiscono un patrimonio inestimabile, e su ogni foto poteva raccontare per almeno un’ora anche i retroscena. Mancherà tantissimo, Umberto: martedì sera, per esempio, a Roma, nello Spazio Arte Treccani si sarebbe divertito, scattando le foto agli invitati alla mostra personale di Bernardo Siciliano, «Funny Games». Pizzi non c’è più, si è chiusa un’epoca.
Gianfranco Ferroni
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