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Three Jews Walk into a Bar, dipinto a olio su lino realizzato nel 2021 da Marc Dennis, entra nella collezione del Jewish Museum di New York

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Three Jews Walk into a Bar, dipinto a olio su lino realizzato nel 2021 da Marc Dennis, entra nella collezione del Jewish Museum di New York

Tre ebrei entrano in un bar alle Folies-Bergère

Il Jewish Museum di New York acquisisce per la prima volta un’opera di Marc Dennis: Three Jews Walk into a Bar (2021), entrata nella collezione grazie al sostegno della collezionista Beth Rudin DeWoody. Nel dipinto tre uomini chassidici si trovano davanti al celebre Un bar aux Folies-Bergère di Édouard Manet, trasformando uno dei grandi enigmi visivi della pittura moderna in una riflessione ironica su identità ebraica, appartenenza, rappresentazione e sguardo.

Martha Levy

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Tre uomini ebrei chassidici, cappello nero e abito scuro, sono fermi davanti a uno dei dipinti più celebri della storia dell’arte moderna: Un bar aux Folies-Bergère di Édouard Manet. Potrebbe essere l’inizio di una barzelletta, e in parte lo è. Ma la battuta non arriva. Marc Dennis lascia allo spettatore il compito di completarla, facendo dell’umorismo il dispositivo attraverso il quale identità ebraica, storia dell’arte e meccanismi della rappresentazione finiscono dentro la stessa immagine. 

Three Jews Walk into a Bar, dipinto a olio su lino realizzato nel 2021, entra ora nella collezione del Jewish Museum di New York, prima opera di Dennis acquisita dall’istituzione. L’ingresso è stato reso possibile dal sostegno della collezionista Beth Rudin DeWoody e aggiunge alla raccolta del museo un lavoro nel quale la cultura ebraica viene affrontata attraverso una strategia particolarmente contemporanea: non come iconografia isolata, ma attraverso l’appropriazione e la riscrittura di un capolavoro della tradizione occidentale.

Il punto di partenza è Manet. Dipinto nel 1882, poco prima della morte dell’artista, Un bar aux Folies-Bergère conserva ancora oggi una delle costruzioni spaziali più enigmatiche della pittura ottocentesca. Dietro la barista Suzon, immobile frontalmente davanti allo spettatore, uno specchio restituisce il brulichio del locale parigino e, sulla destra, la figura di un uomo con il cappello che sembra rivolgersi alla donna. La logica della riflessione, però, non coincide perfettamente con quella dello spazio reale. Posizioni e punti di vista sembrano slittare, trasformando il dipinto in una macchina dello sguardo nella quale non è mai del tutto chiaro dove si trovi chi guarda.

Dennis entra precisamente dentro questa ambiguità. E se quell’uomo con il cappello nero fosse un ebreo con il cappello nero? E se, anziché uno, fossero tre? L’operazione potrebbe sembrare inizialmente un gioco linguistico e visivo. Il titolo stesso, Three Jews Walk into a Bar, utilizza la struttura universale della barzelletta lasciandola deliberatamente sospesa. Il «bar» è contemporaneamente il luogo nel quale si entra e il quadro di Manet nel quale Dennis fa simbolicamente entrare i propri personaggi. La battuta diventa così un meccanismo di accesso alla storia dell’arte.

Ma dietro il gioco si apre una questione più seria: chi può entrare nelle immagini canoniche della cultura occidentale? E cosa accade quando soggetti storicamente percepiti come esterni o marginali rispetto a quella narrazione vengono collocati precisamente al suo centro?

Dennis, nato a Boston nel 1974 da madre ebrea riformata e padre cubano ortodosso e cresciuto tra il Nord-Est degli Stati Uniti e Porto Rico, ha costruito parte del proprio lavoro proprio su questi cortocircuiti. La sua pittura iperrealista utilizza frequentemente immagini provenienti dalla storia dell’arte per metterle in relazione con la cultura contemporanea, modificandone il contesto e quindi il significato. La virtuosità tecnica serve a produrre una condizione iniziale di familiarità: riconosciamo qualcosa, poi ci accorgiamo che qualcosa non torna.

In Three Jews Walk into a Bar questo slittamento è anche identitario. I tre uomini chassidici non appartengono apparentemente al mondo della Parigi mondana di Manet, e proprio questa estraneità apparente costituisce il centro del dipinto. Dennis introduce nell'immagine una presenza ebraica immediatamente riconoscibile e lascia che essa interagisca con uno dei luoghi simbolici della nascita della modernità pittorica. L’operazione acquista ulteriore forza perché Manet aveva costruito il proprio quadro proprio intorno allo sguardo dello spettatore. L’uomo riflesso nello specchio è stato spesso interpretato come una sorta di sostituto di chi osserva il dipinto: occupa una posizione che, nella complessa geometria dell’opera, finisce per coinvolgere direttamente chi sta davanti alla tela. Dennis interviene su quel ruolo e ne cambia l’identità. La domanda non riguarda più soltanto ciò che vediamo, ma chi immaginiamo al nostro posto quando guardiamo.

È qui che l’umorismo smette di essere un semplice elemento narrativo. Nella cultura ebraica, l’ironia e l’autoironia hanno rappresentato storicamente strumenti attraverso i quali affrontare appartenenza, diaspora, stereotipi e contraddizioni dell’identità. Dennis utilizza consapevolmente questa tradizione. Ha definito il dipinto «personale e teatrale», un'opera che accoglie la contraddizione come parte dell’esperienza umana: il bisogno di appartenere, l’istinto di mettere in discussione e la capacità di ridere di sé. Il titolo stesso contiene questa ambivalenza. La promessa della battuta produce un’attesa che non viene soddisfatta. Non esiste una punchline definitiva perché la punchline è probabilmente il dipinto: tre uomini apparentemente estranei al mondo di Manet sono entrati letteralmente nel suo bar e, attraverso di loro, è cambiato anche il modo in cui guardiamo l’originale.

Il lavoro di Dennis si inserisce in questa prospettiva proprio perché non rappresenta l’identità come qualcosa di chiuso. La mette in movimento, la porta dentro altre immagini, la confronta con la storia dell’arte europea e con i suoi codici. E soprattutto evita la monumentalità. Nessuna dichiarazione programmatica, nessuna allegoria solenne. Bastano tre uomini, tre cappelli neri e un quadro che conosciamo da quasi un secolo e mezzo. Manet aveva trasformato il bar delle Folies-Bergère in un enigma sul vedere. Marc Dennis, centoquarant’anni dopo, aggiunge una domanda ulteriore: chi è autorizzato a occupare quello sguardo? La risposta non arriva. Come nelle migliori barzellette, bisogna aspettare la fine. Solo che Dennis la fine ha deciso di non dipingerla.

Martha Levy, 31 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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