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Martha Levy
Leggi i suoi articoliA Capri, sulla costa orientale dell’isola, c’è una casa che appartiene ormai tanto alla storia dell’architettura quanto a quella del cinema. Casa Malaparte, costruita tra la fine degli anni Trenta e il 1940 sul promontorio di Punta Massullo, appare come un parallelepipedo rosso appoggiato sulla roccia, proteso sul Mediterraneo e quasi impossibile da separare dal paesaggio che la circonda. Bruce Chatwin la definì una «nave omerica finita a secco». Curzio Malaparte, che la volle e la abitò, preferiva un’altra formula: «Casa come me».
È una definizione che dice molto. La villa fu pensata come una sorta di autoritratto costruito, un luogo in cui isolamento, teatralità, rigore e provocazione coincidono. Malaparte aveva scoperto Capri nel 1936 e poco dopo acquistò per dodicimila lire il terreno di Punta Massullo, un punto remoto e difficile da raggiungere, lontano dalla mondanità del centro dell’isola. Pierre de Gasquet ha parlato a questo proposito di una forma di «esibizionismo al contrario»: mettersi in disparte per rendere ancora più evidente la propria presenza. Anche la paternità dell’edificio è tutt’altro che lineare. Il nome tradizionalmente associato alla villa è quello di Adalberto Libera, tra i protagonisti del Razionalismo italiano, ma il progetto costruito si discosta sensibilmente dalle sue prime soluzioni. Libera elaborò il disegno iniziale, mentre Malaparte intervenne progressivamente sulla concezione dell’edificio, lavorando con il capomastro caprese Adolfo Amitrano e con Uberto Bonetti per la parte tecnico-esecutiva. Le fonti disponibili mostrano quanto il ruolo dello scrittore sia stato determinante nella definizione finale della casa.
Questo elemento rende Villa Malaparte particolarmente interessante anche sul piano della storia dell’architettura. Qui il committente non si limita a scegliere un architetto e approvare un progetto: entra direttamente nel processo creativo, modifica, semplifica, decide dettagli, arredi e materiali. Arriva a controllare i motivi delle piastrelle, alcuni dei quali affidati ad Alberto Savinio, e a disegnare mobili e complementi. La casa diventa quindi un oggetto totale, costruito attorno alla personalità di chi la abita. L’elemento più riconoscibile è naturalmente la grande scalinata trapezoidale di trentadue gradini che sale verso il tetto. La sua forza deriva dal fatto che non conduce a un ingresso né a un piano superiore: porta semplicemente alla terrazza, aprendo il corpo dell’edificio verso il cielo e il mare. La copertura si trasforma così in un piano astratto, quasi teatrale, interrotto soltanto dalla parete bianca curvilinea che ne definisce una parte. L’origine della scalinata viene ricondotta a una piccola chiesa osservata da Malaparte durante il periodo trascorso a Lipari, dove era stato confinato.
È questo gesto a dare alla villa una qualità quasi arcaica, pur dentro una struttura profondamente moderna. La scala ricorda una cavea, un tempio, una piattaforma cerimoniale. L’edificio possiede un linguaggio razionalista, ma non appare mai puramente funzionalista. La geometria è rigida, mentre il rapporto con la natura è drammatico. Il rosso delle pareti entra in contrasto con la roccia chiara e con il blu del Mediterraneo; la casa sembra insieme estranea al luogo e perfettamente radicata nella sua forma. Gli interni sono molto più austeri di quanto l’immagine esterna lasci immaginare. Il grande salone centrale, con le ampie finestre che inquadrano porzioni diverse del paesaggio, è il vero cuore della casa. Il mare entra all’interno come una sequenza di quadri naturali. Gli altri ambienti sono invece più raccolti: la sala da pranzo ricorda la cabina di una nave, lo studio è stretto e affacciato sull’acqua, le stanze private hanno dimensioni contenute. De Gasquet sottolinea proprio questa contraddizione tra spettacolarità e austerità, tra grande gesto esterno e dimensione quasi monastica della vita quotidiana.
È probabilmente questa doppia natura ad aver reso Casa Malaparte un set cinematografico perfetto. Nel 1963 Jean-Luc Godard vi ambientò la parte finale di Il disprezzo, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, con Michel Piccoli, Brigitte Bardot, Jack Palance e Fritz Lang. Da quel momento la villa entrò definitivamente nell’immaginario internazionale. La scalinata, la terrazza e le grandi aperture sul mare cessarono di essere semplici elementi architettonici e divennero immagini cinematografiche. Godard comprese che la casa non doveva essere utilizzata come uno sfondo. Era già, in sé, una macchina per costruire immagini. La terrazza eliminava quasi ogni riferimento domestico, le finestre funzionavano come inquadrature, il rosso delle pareti costruiva un contrasto netto con il paesaggio, mentre i corpi degli attori venivano assorbiti dentro una geometria rigorosa. La crisi della coppia raccontata dal film acquistava così una forma spaziale. La casa diventava parte del dramma. In questo senso Il disprezzo non si limita a usare Villa Malaparte: ne fissa l’interpretazione per le generazioni successive. Prima del film l’edificio era conosciuto soprattutto negli ambienti dell’architettura e della cultura. Dopo Godard diventa un’icona globale. È uno dei casi più evidenti in cui il cinema modifica la percezione storica di un’architettura. De Gasquet la definisce non a caso «un set dentro un set», sottolineando come la propensione di Malaparte alla messa in scena fosse già iscritta nel progetto stesso della villa.
Il rapporto con il cinema non finì lì. Nel 1981 Liliana Cavani vi girò alcune scene de La pelle, tratto proprio dal romanzo di Malaparte, con Marcello Mastroianni nei panni dello scrittore. La casa costruita come autoritratto diventava così il luogo in cui quell’autoritratto veniva restituito attraverso il cinema. Dopo la morte di Malaparte nel 1957, la villa attraversò una lunga fase di abbandono e subì danni dovuti agli agenti atmosferici e ad atti vandalici. Un importante restauro fu avviato alla fine degli anni Ottanta, con un ruolo centrale del pronipote Niccolò Rositani. Anche la vicenda proprietaria fu complessa: Malaparte aveva previsto nel testamento di destinare la casa alla Repubblica Popolare Cinese perché diventasse una residenza per artisti, ma gli eredi contestarono quelle disposizioni. Oggi Casa Malaparte è una proprietà privata e non è normalmente aperta al pubblico. La sua accessibilità limitata contribuisce inevitabilmente al mito. Nel tempo è stata utilizzata per progetti legati all’arte contemporanea, alla moda e alla comunicazione, mantenendo però un carattere sostanzialmente esclusivo. È anche questo, forse, uno degli aspetti che spiegano la sua forza. Villa Malaparte è uno dei monumenti più riconoscibili dell’architettura moderna italiana, ma continua a sottrarsi alla fruizione ordinaria. La conosciamo soprattutto attraverso fotografie, libri e film. In un certo senso, quindi, la maggior parte delle persone continua a incontrarla esattamente come accadde nel 1963: attraverso un’immagine. Malaparte voleva una casa che gli somigliasse. Ne uscì un edificio che ha finito per superare il proprio autore, trasformandosi in un punto di incontro tra architettura, letteratura, paesaggio e cinema. Una casa privata diventata patrimonio dell’immaginario collettivo.
Martha Levy
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