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Cliodhna Shaffrey, Direttrice della Temple Bar Gallery Studios a Dublino.

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Cliodhna Shaffrey, Direttrice della Temple Bar Gallery Studios a Dublino.

Una visione sistemica per l’arte irlandese

Dalla stagione delle mostre Rosc alla scena contemporanea, Clíodhna Shaffrey racconta istituzioni, artisti, archivi e trasformazioni di una città che ha costruito la propria identità culturale tra memoria locale e apertura internazionale
 

Nicola Davide Angerame

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Clíodhna Shaffrey, figura chiave delle politiche culturali irlandesi, dirige dal 2014 la Temple Bar Gallery+Studios di Dublino. Ex responsabile Arti Visive per l’Arts Council e co-curatrice del Padiglione Irlandese alla Biennale di Venezia (2007), Shaffrey gestisce oggi un’istituzione multidisciplinare (impegnata su scultura, cinema, performance, fotografia...) ospitata in un’affascinante ex fabbrica tessile ristrutturata nel 1999 e sita a Temple Bar, il cuore turistico di Dublino. Lo spazio opera come una «casa e comunità» per gli artisti, offrendo studi accessibili a qualsiasi ora del giorno, per residenze anche di tre anni. Nonostante la gravissima carenza di alloggi e studi a Dublino, che rende i bandi estremamente competitivi, Shaffrey promuove il superamento dell'isolamento insulare attraverso una fitta rete di scambi internazionali con New York (ISCP), Helsinki e il CTA di Parigi. L'istituzione che dirige ha 40 anni di attività, oltre 500 artisti ospitati e un archivio cartaceo digitale di importanza strategica. Dopo di loro sono sorti in città molti altri centri d'arte, spesso con residenze d'artista.

Che cosa accadeva qui negli anni Sessanta e Settanta?
Accanto alla Royal Hibernian Academy (RHA, fondata nel 1826), esisteva un forte attivismo indipendente. Un momento chiave è stata la crescita dell’Arts Council, fondata nei primi anni Cinquanta. La tradizione del paesaggio era allora dominante, mentre altrove si rompevano gli schemi. Eravamo in ritardo, ma non mancavano figure straordinarie.

Come l'artista, medico e teorico Brian O'Doherty?
Il suo libro «Inside The White Cube» ha influenzato la storia dell'arte. All’IMMA, l'Irish Museum of Modern Art, hanno un molto materiale d'archivio su di lui. Accanto, c'erano pratiche performative, movimenti femministi e una scena critica vivace, oggi ricostruita in testi fondamentali come «I Lost It at the Rosc: Modernism, Activism and Engagement in Ireland» di Róisín Kennedy, che analizza l’impatto delle grandi mostre Rosc (1967-1988) nel portare il modernismo internazionale in un’Irlanda ancora culturalmente isolata. Le istituzioni, la politica e gli spazi espositivi di allora hanno plasmato la percezione pubblica dell'opera d'arte. Il libro documenta l'incontro e lo scontro tra la tradizione locale e l'avanguardia internazionale portata dai curatori stranieri.

Che cosa sono state le mostre Rosc per l’Irlanda?
Il termine significa «poesia della visione». Furono sei eventi decisivi che introdussero l’avanguardia mondiale in un Paese che allora non aveva nemmeno un museo d’arte moderna. L’architetto Michael Scott volle dare una scossa culturale, affidando all’ex direttore del MoMA, James Johnson Sweeney, la selezione di 50 artisti internazionali. Fu uno scandalo, gli irlandesi furono esclusi dalla mostra principale.

Eppure, quelle mostre aprirono gli occhi a un’intera generazione 
E prepararono il terreno alla nascita dell’IMMA, nel 1991, che divenne la casa stabile del contemporaneo irlandese.

Nelle prime edizioni di Rosc il dialogo tra arte contemporanea e antichità irlandese fu centrale. Perché?
Si cercava una continuità simbolica tra l’astrazione modernista e l’«età dell’oro» dell’Irlanda antica: l’arte celtica, le croci, le spirali pagane. Un tentativo serio di radicare l’esperienza estetica moderna in una profondità storica e spirituale. Questo progetto incontrò però resistenze, come nel caso emblematico della Croce di Carndonagh, nascosta dalla popolazione locale per impedirne il trasferimento in mostra. Il gesto divenne un simbolo del conflitto tra comunità e istituzioni.

Parlare di Dublino significa anche parlare di Francis Bacon e della Hugh Lane Gallery, la prima galleria pubblica di arte moderna finanziata e gestita da un comune, sorta nel 1908. 
Sir Hugh Lane intendeva dimostrare che Dublino poteva essere un centro culturale d'avanguardia. La Hugh Lane Gallery ha una storia tragica e nobile, segnata dalla morte del fondatore nel naufragio del Lusitania nel 1915. Francis Bacon, e il suo studio originale qui trasferito meticolosamente da Londra, ne è oggi il fulcro simbolico. Bacon è percepito come un artista apolide, eppure il suo legame con l'Irlanda riemerge continuamente. È una storia complessa. C'è una celebre intervista della Bbc con Melvyn Bragg, del 1985, in cui i due fanno un «giro dei pub» e la «irlandesità» di Bacon viene fuori come una certa sensibilità, forse trasmessagli dalla madre. Bacon rimane il nostro «diavolo curativo», un artista che continua a dare energia e tormento alla nostra comunità.

Negli anni Settanta però si cambia, la politica dell’Arts Council muta.
Il Consiglio aveva avviato una collezione sistematica fin dal 1962, ma negli anni Settanta, con figure come Colville Caulfield, si passò dall’acquisizione al sostegno indiretto: promozione, servizi, pubblico. Rifletteva la nostra condizione di «isola nell’isola»: guardavamo all’esterno per evolverci, senza ancora riconoscere pienamente la ricchezza culturale che avevamo già in casa, radicata nell’artigianato e nel saper fare.

Questa consapevolezza sembra oggi tradursi in una cifra stilistica molto precisa. Esiste un'identità specifica nell'arte irlandese contemporanea?
Direi che c'è una forte sensibilità poetica. Non parlo di letteratura, ma di un modo di trattare la realtà, anche quella più cruda. È un linguaggio che passa attraverso l'assemblaggio dei materiali, lo storytelling visivo e la cura del dettaglio. È una pratica che affonda le radici nella nostra tradizione orale e nel lavoro manuale, trasformandoli in una forma di riflessione moderna.

Una recente collettiva all'IMMA, «Staying with the Trouble», sembra voler scattare un’istantanea coraggiosa della scena attuale irlandese.
È uno «spaccato» necessario che coinvolge circa 40 artisti, di generazioni anche molto distanti tra loro. Il progetto, che richiama il concetto di Donna Haraway, è stato vivacemente messo in discussione dalle nuove generazioni. È un dialogo tra memoria e novità che raramente si vede con questa intensità.

Ma che quale hanno gli artisti irlandesi con la loro isola? 
Molti se ne vanno e alcuni ritornano. Il legame con questo Paese è forte e le persone, quando vanno via, non si sentono a proprio agio. Inoltre, parlando in modo più cinico, per il finanziamento delle arti qui i fondi pubblici sono davvero buoni.

E che cosa mi dice della Dublino di oggi? 
La città sta cambiando, è una grande comunità ed è piuttosto accogliente. Non vedo discriminazioni e metter su famiglia è una tendenza. Le idee si muovono velocemente. Ci sono lati positivi e negativi a essere alla periferia dell'Europa. Penso che ci sia un'abbondanza di idee, soggetti e discipline. Gli artisti devono lottare per i finanziamenti, ma traggono anche vantaggio dall'essere vicini gli uni agli altri. E la nostra istituzione è un esempio reale, tra stanze private e spazi comuni. 

In Italia gli archivi sono divenuti importanti, e qui? 
Nell'era digitale ci sta mancando la memoria del passato, perché si vive in un eterno presente. Esiste un archivio favoloso, il Nival (National Irish Visual Arts Library), che raccoglie tantissimi materiali, inclusi i nostri. La loro storia, come molte in Irlanda, è nata da un artista che frequentava la biblioteca del National College of Art and Design e che ha fatto nascere dal basso questa realtà che non è ancora parte dell'archivio nazionale, e di conseguenza non riceve ancora un pieno riconoscimento. In Irlanda funziona così...

Nicola Davide Angerame, 19 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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