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Nicola Davide Angerame
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In un panorama europeo in costante ridefinizione, l'Irlanda si conferma un osservatorio privilegiato per comprendere il legame tra sostegno pubblico e crescita dei linguaggi contemporanei. Al centro di questa dinamica troviamo Claire Power, attuale Head of Visual Arts dell’Arts Council, l'organismo del Governo che finanzia le arti dell'isola, incluse quelle visuali, con una dotazione di 140 milioni di euro nel 2025 e con una ricaduta economica attesa per 1,5 miliardi. Con un percorso ventennale che spazia dalla direzione della Temple Bar Gallery & Studios di Dublino alla curatela internazionale tra Bruxelles e l’Irlanda, Power gestisce un budget di circa 12 milioni di euro destinato alla promozione e allo sviluppo del settore arti visive. Analizziamo con lei le strategie di un’agenzia che ambisce a modellare il futuro delle arti visive attraverso politiche di sistema e premi mirati.
Partiamo dai numeri: quanti artisti abitano in Irlanda?
I soci di Visual Artists Ireland sono 3.500, ma il numero reale è molto più alto. Il settore è cresciuto molto per domande e fondi, le arti visive sono oggi la seconda disciplina più finanziata dall’Arts Council.
Una crescita che punta sull'accessibilità.
I musei sono ad ingresso gratuito e il programma Creative Schools porta gli artisti nelle scuole primarie e secondarie per avvicinare i più giovani alla creatività.
Qual è oggi il rapporto tra erogazione di fondi e visione strategica a lungo termine
All'interno dell'Arts Council abbiamo creato un nuovo «infrastructure team» che studia la situazione nelle cinque principali città irlandesi per finanziare nuove strutture, con un focus prioritario sugli studi d’artista.
La carenza degli spazi sembra essere il nodo cruciale. Esistono soluzioni normative per «proteggere» i luoghi della cultura
Le nuove linee urbanistiche prevedono che il 5% delle nuove costruzioni sia destinato a usi culturali. Serve una forte azione di «advocacy» per garantire che quegli spazi vadano davvero agli artisti. In Irlanda il sostegno pubblico resta fondamentale rispetto al privato.
Esiste un mecenatismo legato alle fondazioni bancarie?
In Irlanda non esiste una rete di fondazioni bancarie e manca una vera cultura della donazione. Fare fundraising privato è molto difficile. Prima della crisi alcune banche collezionavano, ma quelle collezioni sono state vendute per salvare gli istituti.
Dublino ha attirato i giganti del tech. Queste realtà sostengono il sistema artistico?
Il coinvolgimento del settore tecnologico nelle arti è ancora limitato. Esistono fondi privati, come The Ireland Funds, che però hanno priorità anche nel sociale e nell'ambiente. Vediamo alcuni sostegni isolati, come la famiglia Kennedy, ma rimangono eccezioni.
Il post Brexit ha cambiato le dinamiche culturali?
Le grandi aziende giunte qui hanno già trasformato il volto urbano ed economico del Paese. Tuttavia, resta da vedere se decideranno di avere un ruolo nel ridefinire il nostro panorama culturale e nel sostenerne la crescita.
Google o Meta hanno programmi di residenze. Sono partner affidabili?
Hanno avuto buoni programmi e collaborato con vari curatori, ma sono instabili: l'anno scorso i curatori che lavoravano con Facebook a Dublino sono stati licenziati. Spesso il sostegno alle arti dipende dall'interesse di singoli individui all'interno delle aziende. Google tende a restituire qualcosa ma su specifiche comunità di quartiere.
Esistono dei nuovi modelli di collaborazione tra privato e istituzioni culturali?
Photo Ireland, che con l'International Center for the Image vede la società di gestione immobiliare Kennedy Wilson concedere lo spazio per dieci anni e garantire un reddito annuale. È un modello quasi inedito per l'Irlanda. Alcune figure del «wealth management» sostengono gallerie d'arte contemporanea, ma siamo ancora agli inizi.
Come descriverebbe la scena attuale di Dublino?
C’è una vitalità sorprendente, un'altissima percentuale di artiste donne e una forte propensione alla scultura e ai materiali, ma il dato più interessante è l’approccio multidisciplinare e la collaborazione verso l’arte socialmente impegnata, con artisti che lavorano a contatto con comunità e territori specifici.
Quali sono i nomi o i progetti che meglio rappresentano questa fase?
La scena di Dublino è centrata sul rapporto tra persone, territorio e crisi climatica. Tra i nomi chiave c'è Eimear Walshe, protagonista alla Biennale di Venezia 2024 con un lavoro sui diritti terrieri e sulla storia sociale. Fondamentale è poi Deirdre O’Mahony, riferimento per l’intreccio tra arte e agricoltura con progetti sulla salute del suolo come «The Model Plot». A questi si aggiunge Siobhán McDonald, che esplora ghiacciai e geologia attraverso film e pittura, rendendo visibili processi ambientali impercettibili con un approccio scientifico e poetico. Infine, Siobhán Hapaska, dopo la mostra alla Douglas Hyde Gallery, con le sue sculture (come l’iconica «Medici Lion») che restano tra le riflessioni più potenti sullo sradicamento e l'Antropocene. La recente collettiva all’IMMA (Irish Museum of Modern Art) di Dublino, intitolata «Staying with the Trouble», è stata una mostra saggio che ha fotografato perfettamente la ricchezza delle pratiche. Il nostro compito è far sì che questo fermento trovi infrastrutture adeguate per consolidarsi.
Quali luoghi pubblici dell'arte contemporanea sono da seguire a Dublino in questo momento?
Le istituzioni chiave da non perdere sono i Temple Bar Gallery+Studios, che offrono uno sguardo unico sul lavoro degli artisti nei loro studi; è proprio qui che lavora Isabel Nolan, che esporrà al Padiglione Irlanda alla prossima Biennale di Venezia in una personale curata da Georgina Jackson, che dirige una delle istituzioni fondamentali come la Douglas Hyde Gallery al Trinity College. Ha un programma di ricerca avanzato che fa il paio con quello dell’IMMA, il riferimento museale della città.
Dublino ha diversi spazi indipendenti. Qual è il più significativo?
Fondamentale è Pallas Projects, uno spazio «artist-run» attivo dal 1996 grazie a Mark Cullen e Brian Duggan. Hanno cambiato sede molte volte cercando stabilità e ora si preparano a un nuovo capitolo a Newmarket Yards. Esistono vari collettivi ma spesso faticano a durare nel tempo: molti si trasferiscono in Inghilterra o nei Paesi Bassi dopo gli studi, anche se poi mantengono legami stretti con l'Irlanda.
Come valuta lo stato del mercato dell’arte in Irlanda?
Noi lavoriamo con le istituzioni pubbliche, ma l'Irlanda è un’isola piccola con pochi collezionisti. Il mercato è ridotto e non cresce quanto vorremmo.
Esistono strategie di sistema per invertire questa tendenza?
È nata la Contemporary Art Gallery Association che riunisce circa 12 gallerie e organizza a novembre il Gallery Weekend per stimolare il collezionismo. Parallelamente, l'agenzia governativa Culture Ireland sostiene la presenza delle gallerie alle fiere internazionali.
Eppure manca ancora un grande evento internazionale «di bandiera» sul territorio nazionale.
C’è sicuramente un vuoto da colmare, per questo abbiamo alzato il tetto del Projects Award da 80 a 150mila euro: vogliamo che artisti e organizzazioni realizzino progetti eccezionali di respiro nazionale. Usiamo la Biennale di Venezia per attirare in Irlanda, dove resta fondamentale EVA International a Limerick, biennale storica nata negli anni ’70, con grande reputazione. Esperimenti come Dublin Contemporary nel 2010 non hanno avuto seguito per difficoltà organizzative e cambi di direzione.
Oltre al sostegno diretto agli artisti, come far fare un salto di qualità al sistema?
Dobbiamo investire nelle infrastrutture. Gli artisti non lavorano in isolamento. La città è piena turisti, ma è difficilissima per chi ci lavora. Il costo degli affitti è insostenibile. Un curatore mi raccontava di lavorare da remoto da Parigi perché costa meno. Molti si spostano verso Cork o Limerick, ma anche lì l'emergenza abitativa è ormai una realtà critica. Servono pertanto organizzazioni capaci di commissionare e produrre.
Nicola Davide Angerame
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