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Virginia Djurberg
Leggi i suoi articoliPer anni fu presentato come una straordinaria scoperta archeologica capace di riscrivere la storia del territorio vicentino. Un presunto complesso monumentale con reperti attribuiti al Neolitico, al mondo greco e all'età romana, visitabile pagando un biglietto d'ingresso fino a 40 euro. In realtà non era altro che una costruzione contemporanea: gradinate realizzate con pietre moderne artificialmente invecchiate, colonne in cemento, statue in gesso e un laghetto scavato ex novo. A distanza di dieci anni dall'apertura delle indagini, la vicenda del cosiddetto Anfiteatro Berico si conclude con l'esecuzione della condanna definitiva nei confronti del suo ideatore, Franco Malosso, detenuto dopo il rigetto delle ultime richieste giudiziarie.
La sentenza della Corte di Cassazione aveva già confermato nel 2021 la condanna a due anni e quattro mesi di reclusione per abuso edilizio, contraffazione di opere d'arte e realizzazione di manufatti in area sottoposta a vincolo paesaggistico. Solo ora, respinta anche la richiesta di messa alla prova, la pena è diventata effettiva. L'intera vicenda iniziò nel 2016, quando il complesso venne pubblicizzato come "Anfiteatro marittimo berico Porto degli Angeli", descritto come un'eccezionale scoperta archeologica destinata a ospitare spettacoli, concerti e iniziative culturali. Le verifiche avviate dalla Procura di Vicenza e dai Carabinieri dimostrarono però che non esisteva alcun sito antico. L'anfiteatro -in realtà più simile a un teatro per conformazione- era stato costruito ex novo attraverso sbancamenti della collina, utilizzando blocchi di pietra sovrapposti e trattati per simulare l'usura del tempo.
Il procedimento giudiziario ha accertato non solo la totale assenza di autenticità archeologica, ma anche il danno arrecato a un'area tutelata dal punto di vista paesaggistico. Oltre alla condanna penale, i giudici hanno disposto il risarcimento dei danni al Comune di Arcugnano e il ripristino dello stato originario dei luoghi, intervento che a oggi non risulta ancora eseguito. Al di là dell'aspetto giudiziario, il caso dell'Anfiteatro Berico pone interrogativi che vanno oltre la cronaca. La vicenda dimostra quanto il fascino esercitato dall'antico possa rendere credibili narrazioni costruite artificialmente, soprattutto quando vengono accompagnate da un apparato comunicativo capace di evocare autenticità, mistero e scoperta. In un'epoca in cui la valorizzazione del patrimonio culturale si intreccia sempre più con il turismo esperienziale, il confine tra ricostruzione, scenografia e falsificazione può diventare ambiguo se non è sostenuto dal rigore della ricerca scientifica.
Non è un caso che i reati contestati comprendessero anche la contraffazione di opere d'arte. La questione non riguardava soltanto un abuso edilizio, ma la costruzione deliberata di un racconto storico inesistente, capace di attribuire a manufatti contemporanei il valore simbolico e culturale di testimonianze archeologiche. L'Anfiteatro Berico rappresenta così uno degli episodi più singolari degli ultimi decenni nel panorama italiano del patrimonio culturale. Non tanto perché qualcuno abbia costruito false rovine, quanto perché quelle rovine siano state proposte come storia autentica. Un caso che ricorda come il patrimonio non sia fatto soltanto di pietre, ma soprattutto di metodo scientifico, documentazione e responsabilità pubblica: senza questi elementi, anche l'antico più convincente resta soltanto una scenografia.
Virginia Djurberg
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