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Credits ph. M.Mascalzoni

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La casa che ruotava con la luce e inseguiva il sole: storia di Villa Girasole

Tra il 1929 e il 1935 l’ingegnere Angelo Invernizzi costruì sulle colline veronesi una delle abitazioni più radicali del Novecento italiano: una villa di circa 1.500 tonnellate capace di ruotare su rotaie per orientarsi rispetto al sole, al vento e alle stagioni. Razionalismo, Futurismo, elioterapia e ingegneria si incontrano in una macchina domestica oggi immobile, ma ancora capace di interrogare il rapporto tra architettura, tecnologia e tempo.

Virginia Djurberg

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A Marcellise, sulle colline veronesi, esiste una villa progettata per cambiare orientamento durante il giorno. Tra il 1929 e il 1935 l’ingegnere Angelo Invernizzi realizzò infatti una casa di circa 1.500 tonnellate capace di ruotare lentamente su un sistema di rotaie, seguendo il sole, cercando l’ombra o esponendosi alla brezza. La chiamò Villa Girasole. Non era un esercizio teorico né un’utopia rimasta sulla carta: la casa funzionava davvero, completando un giro in poco più di nove ore. Ancora oggi resta uno degli esperimenti più radicali dell’architettura italiana del Novecento, nel punto d’incontro fra Razionalismo, cultura futurista, ingegneria e una precoce attenzione al rapporto tra edificio, luce e clima. Il principio era semplice da enunciare e straordinariamente complesso da realizzare: fare in modo che fosse l’architettura a muoversi intorno all’uomo, anziché obbligare l’uomo ad adattarsi all’orientamento immutabile dell’edificio.

Invernizzi, ingegnere nato nel 1884 e attivo professionalmente a Genova, progettò la villa come residenza di villeggiatura per la propria famiglia. Per la parte architettonica si avvalse della collaborazione di Ettore Fagiuoli, mentre il complesso sistema meccanico venne sviluppato con l’ingegnere Romolo Carapacchi. Il risultato fu una delle sperimentazioni più singolari dell’architettura italiana tra le due guerre, dove Razionalismo, cultura futurista, ingegneria navale e fiducia nella tecnologia finiscono per sovrapporsi. Il nome stesso, Girasole, dichiara il programma. La casa non guarda semplicemente il sole: prova a seguirlo.

La struttura è costituita da un grande basamento circolare di 44 metri di diametro, parzialmente inserito nella collina, sul quale poggia il corpo abitativo mobile. Al centro, una torre cilindrica contiene vano scale, ascensore e impianti e funziona come perno della rotazione. Intorno ad essa la parte superiore dell’edificio poteva muoversi grazie a quindici carrelli con ruote ferroviarie che percorrevano tre rotaie d’acciaio disposte ad anello. Due piccoli motori erano sufficienti a mettere in movimento l’intera struttura. La velocità era quasi impercettibile: quattro millimetri al secondo. Per compiere una rotazione completa erano necessarie circa nove ore e venti minuti.

Una casa-orologio

È proprio qui che Villa Girasole diventa qualcosa di più di una curiosità ingegneristica. L'edificio può essere letto come un gigantesco orologio solare abitabile. Non misura il tempo indicando le ore: lo trasforma continuamente in spazio. Nel corso della giornata cambia l’orientamento delle stanze, cambia l’incidenza della luce sulle pareti, cambia la temperatura, cambia il rapporto tra interno e paesaggio. Un ambiente che al mattino guarda verso una determinata porzione della valle può assumere poche ore dopo un orientamento completamente diverso. L’architettura cessa quindi di essere un contenitore statico. Diventa un organismo che reagisce alla giornata.

Invernizzi perseguiva anche ragioni molto concrete. La possibilità di orientare la villa consentiva di sfruttare meglio l’irraggiamento solare e di modulare l’esposizione degli ambienti. C’era inoltre una motivazione personale: la moglie Lina soffriva di tubercolosi e proprio negli anni Venti e Trenta l’elioterapia era considerata uno degli strumenti utilizzati nel trattamento della malattia. Sole, aria e salute entravano così direttamente nel programma dell'edificio. Letta oggi, la villa assume inevitabilmente anche una sorprendente dimensione ambientale. L’idea di utilizzare orientamento, luce naturale e condizioni climatiche per modificare il comfort interno anticipa temi che sarebbero diventati centrali nella progettazione sostenibile molti decenni più tardi. Sarebbe anacronistico trasformare Invernizzi in un teorico contemporaneo della bioarchitettura; resta però evidente quanto il progetto cercasse di integrare comportamento dell’edificio e condizioni naturali.

Futurismo domestico

La casa nasce anche dentro una cultura profondamente affascinata dal movimento. Automobile, treno, aeroplano, nave e macchina avevano trasformato l’immaginario europeo. Il Futurismo aveva fatto della velocità uno dei propri miti fondativi e l’architettura razionalista cercava nella tecnica una nuova idea di modernità. Villa Girasole porta questa aspirazione dentro una tipologia apparentemente incompatibile con il movimento: la casa. La contraddizione è potentissima. L’abitazione, per definizione, indica stabilità, radicamento, permanenza. Qui diventa mobile. Anche i materiali dichiaravano questa aspirazione tecnologica. La struttura utilizzava cemento armato, pannelli leggeri in Eraclit e rivestimenti metallici in lega di alluminio. La torre centrale rivestita in vetrocemento richiamava esplicitamente la Lanterna di Genova, città nella quale Invernizzi aveva vissuto e lavorato. Gli interni progettati da Fagiuoli introducevano riferimenti nautici, Déco e futuristi. Tapparelle elettriche potevano essere controllate dalle stanze e persino dai comodini, mentre un ascensore Otis collegava i sei livelli dell'edificio.

Per gli anni Trenta era una casa sorprendentemente automatizzata. Il programma comprendeva inoltre un solarium tournant, un campo da tennis sulla terrazza, una piscina con scivolo in cemento armato e un piccolo lago artificiale inserito negli undici ettari del parco. Villa Girasole era la rappresentazione domestica di una fiducia quasi assoluta nell'ingegneria.

14 novembre 1933: la casa comincia a muoversi

Secondo le annotazioni del direttore dei lavori Mario Daverio, il corpo portante effettuò la prima rotazione il 14 novembre 1933. Due anni più tardi il completamento della villa arrivò persino nei cinegiornali dell’Istituto Luce, che presentarono al pubblico nazionale quella straordinaria «casa girevole». La costruzione attirò rapidamente l’attenzione delle riviste internazionali di architettura. Era la prima casa rotante realizzata in Italia e una delle poche al mondo nelle quali il principio della mobilità non fosse rimasto sulla carta. Questo aspetto è importante. Il Novecento è disseminato di architetture utopiche mai costruite: città mobili, edifici trasformabili, strutture pneumatiche, habitat modulari. Villa Girasole appartiene invece alla rara categoria delle utopie effettivamente abitate. Invernizzi e la sua famiglia vi soggiornarono inizialmente durante i periodi estivi. Dopo il ritiro professionale dell’ingegnere, la villa divenne la residenza principale dei coniugi. Lina morì nel 1957; Angelo Invernizzi l’anno successivo. La macchina era diventata casa.

Il paradosso della villa immobile

Ed è proprio il movimento, oggi, a essere scomparso. A causa di progressivi assestamenti ed erosioni del terreno, il sistema delle rotaie e dei meccanismi di scorrimento ha subito deformazioni che hanno reso impossibile la rotazione. La villa nata per inseguire continuamente la luce è diventata immobile. Il paradosso ha qualcosa di quasi perfetto. L’edificio sopravvive, ma la sua funzione più radicale esiste ormai soprattutto nella memoria, nei disegni, nelle fotografie e nei filmati storici. Nel 1995 il regista Christoph Schaub e l’architetto Marcel Meili dedicarono alla villa un film presentato al Festival di Locarno, contribuendo alla sua riscoperta internazionale. Gli eredi Invernizzi continuarono a conservarla e nel 2002 istituirono la Fondazione «Il Girasole – Angelo e Lina Invernizzi», collegata all’Accademia di architettura di Mendrisio. Nel 2012 la proprietà è passata a Fondazione Cariverona, che ha promosso interventi di restauro e manutenzione. L’edificio, tuttavia, non è stabilmente aperto al pubblico. Questa condizione rende ancora più evidente la questione conservativa. Che cosa significa restaurare un edificio il cui valore risiede anche nel movimento?

Conservare muri, arredi e materiali non equivale necessariamente a conservare Villa Girasole. Il suo meccanismo appartiene all’architettura quanto la sua forma. Ripristinarlo, tuttavia, porrebbe problemi strutturali, tecnici ed economici significativi. Ancora una volta il monumento moderno costringe il restauro a confrontarsi con un patrimonio diverso da quello tradizionale: macchine, motori, impianti e dispositivi possono essere parte integrante dell’autenticità di un edificio.

Il tempo come materiale dell’architettura

A quasi un secolo dalla sua costruzione, Villa Girasole rimane interessante proprio perché molte delle questioni che solleva sono ancora aperte. Quanto deve essere intelligente un edificio? Quanto può adattarsi all’ambiente? Quanto movimento può entrare nell’architettura? È possibile utilizzare il sole non semplicemente come fonte energetica, ma come elemento capace di determinare la forma dell’abitare? Gli edifici contemporanei possiedono facciate dinamiche, sistemi automatizzati di ombreggiamento, sensori ambientali e software in grado di modificare consumi e condizioni interne. Villa Girasole affrontava lo stesso problema attraverso una soluzione molto più radicale: non muovere soltanto una facciata, ma l’intera casa.

È questo che rende ancora oggi l’edificio sorprendente. Non la bizzarria della casa girevole, ma la serietà della domanda che contiene. L’architettura tradizionale costruisce un rapporto stabile tra un luogo e il suo orientamento. Invernizzi immaginò invece che quel rapporto potesse essere continuamente negoziato. Il paesaggio non è più una veduta davanti alla finestra: cambia nel tempo. La luce non entra semplicemente nell'edificio: viene inseguita. E il giorno stesso diventa parte della pianta. Oggi Villa Girasole non ruota più. Ma conoscere il principio per cui era stata costruita modifica inevitabilmente il modo in cui la si guarda. L’immobilità conserva la memoria del movimento, come una macchina ferma di cui continuiamo a immaginare il funzionamento. Forse proprio qui si trova la sua qualità più contemporanea. Villa Girasole aveva trasformato il tempo in un materiale architettonico. Il cemento, il ferro, il vetro e la luce costruivano la casa; il movimento completava l’opera. E quasi cento anni dopo, anche da ferma, continua idealmente a inseguire il sole.

Virginia Djurberg, 20 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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