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Virginia Djurberg
Leggi i suoi articoliPiù di 450 topi sepolti all’interno di un santuario greco. È il dato insolito emerso dagli scavi archeologici condotti a Gortina, nella Creta meridionale, e potrebbe nascondere qualcosa di molto più significativo di un'anomalia faunistica: la presenza sull'isola di un culto di Apollo finora non documentato in questa forma. Il deposito votivo, individuato nel 2025 e al centro delle ricerche proseguite durante la campagna dal 19 luglio al 14 agosto 2026, si trova nel recinto sacro dedicato ad Apollo. Gli scavi sono condotti dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene insieme al Dipartimento dei Beni Culturali dell'Università di Padova e si inseriscono nella lunga tradizione delle ricerche italiane nella città cretese.
Il numero dei roditori è eccezionale: oltre 450 individui deposti insieme ad altre offerte. Ed è proprio questa concentrazione ad avere suggerito agli archeologi una possibile interpretazione. I topi potrebbero essere collegati ad Apollo Smintheus, letteralmente l'Apollo «dei topi», una particolare manifestazione del dio legata alla capacità di provocare e al tempo stesso allontanare pestilenze ed epidemie. Il riferimento porta direttamente a Omero. Nel primo libro dell'«Iliade», il sacerdote Crise invoca Apollo perché punisca con una pestilenza l'esercito acheo che assedia Troia. Il dio risponde scagliando le proprie frecce contro l'accampamento. È una delle prime immagini del poema e lega Apollo alla malattia, alla morte improvvisa e alla possibilità di arrestare il contagio.
Il principale centro conosciuto del culto di Apollo Smintheus si trovava infatti nella Troade, nell'Anatolia nordoccidentale, presso l'odierna Gülpınar. Secondo la tradizione antica, nel santuario venivano mantenuti topi vivi sotto l'altare e la statua cultuale attribuita allo scultore Skopas avrebbe rappresentato Apollo con un piede appoggiato sopra un roditore. Strabone ricordava inoltre diverse località dell'Asia Minore legate al nome Sminthe, indizio di una diffusione del culto più ampia rispetto al singolo santuario anatolico. È precisamente questo quadro a rendere interessante Gortina. Se l'interpretazione del deposito verrà confermata, i 450 roditori potrebbero documentare una declinazione cretese del culto di Apollo Smintheus e ampliare sensibilmente la geografia religiosa finora conosciuta.
Il topo nel mondo antico possedeva un'ambivalenza che aiuta a comprendere il culto. Era un animale capace di distruggere raccolti e riserve alimentari e poteva essere associato alla diffusione delle malattie. Apollo, analogamente, possiede nella religione greca una natura duplice: può scagliare la pestilenza e può farla cessare. Il deposito di Gortina potrebbe quindi appartenere a una pratica religiosa costruita precisamente attorno a questo rapporto fra contagio, protezione e divinità. Resta però necessario mantenere aperte altre interpretazioni. La quantità dei resti e il loro contesto votivo costituiscono indizi importanti, ma il riconoscimento di un culto specifico richiede lo studio archeozoologico dei materiali, della modalità di deposizione e delle altre offerte associate. È anche la cronologia del santuario a rendere importante la scoperta. Il recinto sacro venne costruito intorno alla metà del VII secolo a.C., in una fase cruciale per la formazione delle città-stato cretesi. Le tre nuove trincee aperte durante la campagna 2026 hanno confermato la datazione e fornito ulteriori informazioni sulle tecniche costruttive dell'edificio.
Ci troviamo quindi davanti a uno dei complessi religiosi più antichi collegati alla nascita della polis cretese. In una fase storica scarsamente documentata dalle fonti scritte, l'archeologia permette di osservare come culto, organizzazione dello spazio e costruzione della comunità politica procedessero insieme. Nei secoli successivi il santuario avrebbe conosciuto una lunga trasformazione. In epoca ellenistica era associato ad Apollo Pizio, mentre sotto Roma divenne uno dei principali complessi religiosi della città. L'eventuale presenza di Apollo Smintheus aggiungerebbe dunque un ulteriore livello alla stratificazione cultuale del luogo.
Gli archeologi stanno contemporaneamente lavorando sul vicino Teatro del Pizio, costruito nel II secolo d.C. e considerato il teatro romano meglio conservato di Creta. La cavea semicircolare poteva accogliere circa duemila spettatori ed era preceduta da un grande portico colonnato. Gli scavi del 2026 hanno riportato alla luce nuove porzioni della scaenae frons, la monumentale facciata architettonica che costituiva il fondale del palcoscenico. Lunga originariamente circa cinquanta metri, doveva presentarsi come una composizione articolata di portali, colonne doriche bianche e nere e rivestimenti marmorei. Dal materiale di crollo stanno inoltre emergendo elementi architettonici e frammenti scolpiti che potranno contribuire alla ricostruzione dell'aspetto originario dell'edificio. Santuario e teatro formavano così un sistema monumentale nel quale religione, spettacolo e vita pubblica finivano per occupare spazi strettamente connessi. È una relazione che le ricerche italiane stanno studiando da oltre vent'anni e che permette di seguire l'evoluzione di Gortina dalla città arcaica alla grande capitale provinciale romana.
Gortina possiede infatti una storia eccezionalmente lunga. Sorge nella fertile pianura della Mesara, circa 45 chilometri a sud di Heraklion, in un'area frequentata già dal Neolitico. Durante l'Età del Bronzo rimase inizialmente nell'orbita dei grandi centri minoici, a cominciare dalla vicina Festo, ma nei secoli successivi si affermò come una delle principali città-stato dell'isola, alternando alleanze e conflitti con Cnosso. La testimonianza più celebre della sua autonomia è il Codice di Gortina, la grande iscrizione legislativa del V secolo a.C. che disciplina matrimonio, proprietà, eredità e altri aspetti della società e costituisce uno dei documenti giuridici più importanti giunti dal mondo greco. Con la conquista romana di Creta nel 67 a.C., la posizione della città crebbe ulteriormente. Gortina divenne capitale della provincia di Creta e Cirenaica e acquistò la monumentalità propria di un grande centro imperiale: terme, edifici amministrativi, odeon, santuari e culti provenienti da differenti aree del Mediterraneo. Continuò ad avere un ruolo importante anche in epoca cristiana e bizantina, prima che terremoti e trasformazioni politiche ne determinassero il progressivo declino. Proprio questa lunga durata rende il santuario di Apollo un osservatorio particolarmente interessante. Le sue trasformazioni consentono di seguire quasi in continuità il modo in cui uno stesso spazio sacro venne reinterpretato da comunità diverse.
E in questa storia monumentale, fatta di templi, teatri e grandi iscrizioni, l'indizio forse più sorprendente arriva da alcune centinaia di minuscoli scheletri. Quattrocentocinquanta topi possono sembrare un dettaglio marginale; nel contesto corretto diventano un documento religioso. Se il collegamento con Apollo Smintheus verrà confermato dalle analisi, Gortina avrà restituito una testimonianza inattesa della circolazione dei culti nel Mediterraneo antico e di una delle manifestazioni più enigmatiche del dio: l'Apollo che attraverso il topo poteva rappresentare contemporaneamente la minaccia della pestilenza e la sua protezione.
Virginia Djurberg
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