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Dettaglio della dalmatica santambrosiana con scene di caccia, IV secolo d.C.

© Federico Capriuoli, Università di Pisa

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Dettaglio della dalmatica santambrosiana con scene di caccia, IV secolo d.C.

© Federico Capriuoli, Università di Pisa

Sete d’Oriente nel cuore della cristianità. Il tesoro islamico della Basilica di Sant’Ambrogio

Miriam Rita Tessera, responsabile dell’Archivio storico della Basilica, ripercorre la storia di un patrimonio prezioso, tra vicende medievali, circolazione di manufatti e testimonianze degli scambi culturali euromediterranei, illustrando le nuove prospettive di studio e valorizzazione

I numerosi manufatti islamici conservati in musei diocesani e tesori della Chiesa in tutta Italia, da Bressanone a Palermo, testimoniano quanto questa specifica produzione artistica sia parte integrante del patrimonio culturale italiano. Ne parliamo con Miriam Rita Tessera, responsabile dell’Archivio storico della Basilica di Sant’Ambrogio e coordinatrice del Comitato Scientifico di «Ambrosius. Il Tesoro della Basilica».

In che cosa consiste il Tesoro?
Il tesoro delle reliquie tessili della Basilica di Sant’Ambrogio comprende 15 tessuti di altissima qualità, databili dal IV-VI al XIII secolo. Si tratta di un patrimonio straordinario, cresciuto nei secoli intorno a una preziosa dalmatica in seta decorata con scene di caccia e considerata prestissimo una reliquia del vescovo Ambrogio. La necessità di restaurare e proteggere questa dalmatica tardoantica ha spinto nell’XI secolo l’arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano ad allestire due straordinari «reliquiari tessili», le cui vicende sono tanto complesse quanto affascinanti. Attualmente, conserviamo, tra sete e lini, 33 singoli frammenti dei tessuti originari; altri frammenti, passati per vie più o meno lecite in collezioni private, sono approdati fortunatamente in istituzioni museali italiane ed europee.

Che cosa si sa dell’arrivo di questi tessuti in Sant’Ambrogio?
La storia è stata ricostruita a ritroso: nel 1940, l’archeologo Alberto De Capitani d’Arzago fu incaricato di aprire il reliquiario dove erano conservati i tessuti in vista dell’allestimento del nuovo Museo Sacro della Basilica. Con grande sorpresa, ci si accorse che non si trattava solo di due dalmatiche, ma di un complesso enorme di tessili, restaurato ed esposto nel 1949. Capitani d’Arzago pubblicò un lavoro fondamentale per classificare i singoli frammenti; tuttavia, la maggior parte delle informazioni sulla storia di questi tessuti sono emerse grazie al minuzioso lavoro condotto da Sabine Schrenk e Ulrike Reichert tra il 2012 e oggi: interrogate sotto il loro aspetto materiale, le reliquie tessili finalmente «raccontano». La dalmatica tardoantica con scene di caccia è stata ritenuta sicuramente dal V-VI secolo una reliquia di Ambrogio: potrebbe trattarsi del drappo che ha rivestito il corpo del vescovo durante la veglia funebre, e possiede una qualità che solo una manifattura imperiale poteva produrre. Se di alcuni tessuti è possibile rintracciare l’origine, come il tiraz in seta blu dell’emiro Nasr al-Dawla di Diyarbakir (nella Giazira, tra Turchia, Siria e Iraq; un frammento dello stesso tiraz è conservato al V&A di Londra, Ndr) prodotto intorno al 1024-25, molto più complesso è comprendere attraverso quali percorsi queste stoffe siano arrivate nella Basilica di Sant’Ambrogio.

Nel 2018 un convegno in Sant’Ambrogio metteva a disposizione della comunità scientifica i primi risultati del progetto di studio e restauro dei tessuti: dove si trovavano fino ad allora e come venivano valorizzati?
Il convegno ha costituito un punto di arrivo per la prima parte del progetto, la messa in sicurezza e il restauro dei tessuti che fino a quel momento, a causa della loro fragilità, ma anche delle dimensioni considerevoli di alcuni pezzi (la «seconda» dalmatica, decorata con i clavi, misura 180x310 cm circa) erano conservati in una cassettiera di metallo nel matroneo della Basilica, una soluzione che andava rinnovata secondo criteri più moderni. Nel 2024 abbiamo organizzato una seconda giornata di studi per offrire i risultati delle indagini storico-archeologiche sui «reliquiari tessili» delle dalmatiche che hanno coinvolto, oltre alle curatrici del progetto, un gruppo di studiosi specializzati. La valorizzazione di questo patrimonio comincia ora con la pubblicazione del volume The textile relics in Sant’Ambrogio, Milan: Interweaving Craft, Cult and Politics per il mondo scientifico, ma anche con iniziative per il pubblico.

L’apertura di «Ambrosius», il rinnovato spazio dedicato al Tesoro della Basilica, e la pubblicazione del volume segnano due importanti traguardi: quale visione vi ha guidato? 
La presenza delle reliquie tessili di Ambrogio tra i tesori più preziosi della Basilica ci ha spinto a riflettere sulla necessità di valorizzare e presentare non soltanto i capolavori «visibili», ad esempio la reliquia del letto di Ambrogio o le meravigliose oreficerie visconteo-sforzesche, ma anche quelli «invisibili» o non accessibili (come l’altare d’oro) attraverso un racconto che sfrutta le possibilità dei nuovi mezzi multimediali (sito web, ricostruzioni 3D) fruibili con Qr Code dai pannelli del Tesoro e dal sito web dedicato.

Ritiene che il patrimonio islamico custodito nei tesori ecclesiastici italiani possa beneficiare di un progetto condiviso e strutturato di valorizzazione? 
Certamente. Credo che i manufatti islamici presenti nei tesori ecclesiastici abbiano una caratteristica particolare: a differenza di altri capolavori di arti islamiche, riuniti in collezioni poi musealizzate, questi oggetti spesso sono arrivati a destinazione durante il Medioevo con un proposito preciso, che adeguatamente studiato può rivelare moltissimo sugli scambi culturali euromediterranei.

Prossimi progetti? 
Per la valorizzazione del tesoro delle reliquie tessili di sant’Ambrogio stiamo studiando una presentazione più completa, con un nuovo percorso permanente che racconti attraverso ricostruzioni dettagliate e immagini ad alta risoluzione la storia dei singoli tessuti.

Elisabetta Raffo, 05 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

Elisabetta Raffo

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