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Alwar Balasubramaniam (Bala), «Not just for us», 2026

Foto Elisabetta Raffo

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Alwar Balasubramaniam (Bala), «Not just for us», 2026

Foto Elisabetta Raffo

Un sussurro pieno di fiducia nella Venezia dello spettacolo. Intervista ad Amin Jaffer, curatore del Padiglione India

In un mondo in costante trasformazione, la casa diventa deposito di cultura, mitologia personale ed emozione

Elisabetta Raffo

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Con «Geographies of Distance: Remembering Home» il Padiglione India della Biennale 2026 ci fa riflettere su come, in un mondo attraversato da trasformazioni continue, mobilità e senso di disorientamento, l’idea di casa possa diventare uno spazio interiore, emotivo e culturale da custodire e ricostruire. Ne parliamo con Amin Jaffer, curatore del Padiglione.

Anche per chi non ha familiarità con il linguaggio dell’arte contemporanea, è evidente come ogni forma artistica debba essere compresa attraverso il tempo in cui nasce. Entrando nel Padiglione India, la sensazione che si avverte è quasi di sollievo, di quiete, in contrasto con il ritmo della Biennale e forse anche con la complessità del mondo contemporaneo. Da che cosa nasce, secondo lei, questo effetto? Dal dialogo tra le opere, dall’uso dei materiali o dall’idea stessa di casa come spazio emotivo e sensoriale?
L’effetto era assolutamente intenzionale e, come curatore del Padiglione India, sono felice che sia percepibile. La Biennale può essere un’esperienza travolgente, visivamente, intellettualmente, persino emotivamente, e sentivo fortemente che il Padiglione India dovesse offrire uno spazio di quieta riflessione interiore, invitando i visitatori a interrogarsi sul significato della casa. La sensazione di calma nasce dalla convergenza di diversi elementi, tra cui la materialità delle opere è centrale. I lavori sono realizzati con terra, fili, tessuti, bambù: materiali organici, lavorati a mano. Assorbono il suono, rallentano lo sguardo e invitano alla contemplazione. Ogni artista affronta l’idea di casa da una prospettiva diversa (il territorio, l’architettura, la natura, la comunità, la trasformazione), ma insieme le opere formano un continuum visivo ed emotivo. Si dispiegano nello spazio quasi come una meditazione. Entrando nel Padiglione, il visitatore è invitato a rivolgersi verso l’interno, a riflettere sul proprio senso di appartenenza. Ed è proprio questa interiorizzazione a generare naturalmente un’atmosfera di silenziosa contemplazione.

Lei descrive il Padiglione dicendo che «l’India si insinua a Venezia non come spettacolo, ma come un sussurro pieno di fiducia». In una Biennale spesso dominata dall’eccesso visivo, che cosa significa oggi per l’India presentarsi attraverso sottigliezza, fragilità e risonanza piuttosto che attraverso affermazione o spettacolarità?
L’espressione «un sussurro pieno di fiducia» è stata scelta con estrema consapevolezza. In un contesto in cui molti progetti di arte contemporanea operano attraverso complessità tecnologiche e materiali contemporanei, abbiamo sentito che l’India potesse affermarsi in modo diverso: non alzando la voce, ma raffinandola. La sottigliezza, nella scelta di materiali tradizionali e organici lavorati a mano, rappresenta una posizione di forza. Riflette sull’attualità delle nostre tradizioni civilizzatrici nel mondo contemporaneo. Il tema della Biennale, «In Minor Keys», incoraggiava precisamente questo approccio, privilegiando introspezione rispetto alla dichiarazione, sfumatura rispetto alla monumentalità. L’identità può rivelarsi attraverso l’intimità e la persistenza silenziosa della memoria.

Skarma Sonam Tashi, «Echoes of Home». Foto Elisabetta Raffo

«Geographies of Distance: Remembering Home» suggerisce un’idea di casa più emotiva che geografica, qualcosa che si porta dentro di sé attraverso il tempo, il movimento e lo spostamento. Per lei, che ha vissuto e lavorato tra Paesi e culture differenti (Jaffer è direttore della Al Thani Collection a Parigi, è stato direttore artistico della seconda edizione della Islamic Arts Biennale a Gedda e Senior Curator al Victoria & Albert Museum di Londra, Ndr), quanto è personale questo progetto curatoriale? E il suo rapporto con l’India è cambiato attraverso la distanza?
Questo progetto è inevitabilmente molto personale. La mia vita è stata segnata dal movimento. Sono nato fuori dall’India, cresciuto tra continenti diversi e ho trascorso gran parte della mia carriera lavorando a livello internazionale. Eppure, in tutto questo, il mio senso di identità indiana è rimasto forte, anche se si è trasformato nel tempo. La distanza produce un effetto curioso. Non indebolisce necessariamente il rapporto con la casa; spesso, al contrario, lo intensifica. Quando si è lontani da un luogo, si inizia a ricostruirlo attraverso la memoria, i rituali, i frammenti, talvolta in modo persino più vivido di quando vi si è fisicamente presenti. Il Padiglione nasce proprio da questa condizione ed è radicato nell’esperienza vissuta. Pone una domanda che mi accompagna da molti anni: la casa è un luogo oppure qualcosa che portiamo dentro di noi? E se la portiamo dentro, in che modo la manteniamo viva?

Molti artisti del Padiglione lavorano con materiali profondamente legati alla civiltà e all’artigianato indiani, eppure la mostra non appare nostalgica o folklorica. Era importante per lei costruire un’idea di India intima e in evoluzione, piuttosto che fissa o monumentale?
Fin dall’inizio era importante che il Padiglione riflettesse una condizione culturale contemporanea, piuttosto che un’immagine fissa o nostalgica. L’uso di materiali come terra, filo, bambù o cartapesta non vuole evocare il patrimonio in senso antiquario, ma mettere in primo piano pratiche che restano profondamente presenti nella vita quotidiana indiana, anche mentre il Paese attraversa trasformazioni radicali. Ciò che conta non è l’antichità del materiale, ma la contemporaneità del suo utilizzo: il modo in cui gli artisti trasformano questi media per parlare al presente. Questo approccio è inoltre strettamente allineato alla visione dei partner del Padiglione. Il Ministero della Cultura è fortemente impegnato nel presentare l’India non soltanto come una civiltà dal passato straordinario, ma come una Nazione che contribuisce attivamente a plasmare il proprio futuro culturale. Allo stesso tempo, istituzioni come il Nita Mukesh Ambani Cultural Centre e Serendipity Arts apportano una prospettiva complementare, fondata sul dialogo con il grande pubblico, sull’interdisciplinarità e sullo scambio globale. Il loro coinvolgimento garantisce che il Padiglione operi come una piattaforma dinamica, che va oltre la mostra stessa per aprirsi a performance, conversazioni e incontri.

La pratica di Asim Waqif si è recentemente sviluppata in contesti molto diversi, tra cui Gedda alla Islamic Arts Biennale e ora Venezia, due città segnate da stratificazioni storiche, movimento e trasformazione. Che cosa ha fatto risuonare in modo particolare il suo lavoro con la sua visione curatoriale di «Geographies of Distance»? E in che modo Chaal risponde specificamente a Venezia? Più in generale, quanto sono importanti il luogo e l’atmosfera nel determinare l’esperienza del pubblico di fronte al suo lavoro?
Il lavoro di Asim Waqif era essenziale per l’equilibrio concettuale del Padiglione. Mentre gli altri artisti evocano, in modi diversi, aspetti della casa così come era o come viene ricordata, Asim introduce la dimensione del cambiamento dinamico attraverso una monumentale struttura scultorea che richiama le impalcature in bambù diffuse in tutta l’Asia. L’impalcatura è segno di costruzione, trasformazione, emergere di qualcosa di nuovo. È al tempo stesso provvisoria e anticipatrice. Questo risuonava profondamente con l’idea di «Geographies of Distance», dove la casa non è mai statica, ma in continua evoluzione. L’opera di Asim suggerisce che gli spazi che ricordiamo siano costantemente sostituiti, riconfigurati, reimmaginati. A Venezia, questo assume un ulteriore livello di significato. La città stessa è un luogo di straordinaria sedimentazione storica, ma anche fragile, costantemente impegnato a negoziare tra conservazione e trasformazione. L’installazione di Asim entra in dialogo diretto con questa condizione.

Asim Waqif, «Chaal»; in secondo piano Ranjani Shettar, «Under the same sky». Foto Elisabetta Raffo

Sumakshi Singh, «Permanent Address». Foto Elisabetta Raffo

Elisabetta Raffo, 21 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Un sussurro pieno di fiducia nella Venezia dello spettacolo. Intervista ad Amin Jaffer, curatore del Padiglione India | Elisabetta Raffo

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