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Virginia Djurberg
Leggi i suoi articoliEsistono opere che sembrano sfidare i limiti stessi della materia. La Caduta degli angeli ribelli appartiene a questa categoria. Ricavata da un unico blocco di marmo di Carrara e composta da circa sessanta figure scolpite con un'impressionante precisione, rappresenta uno dei più sorprendenti esercizi di virtuosismo della scultura europea del XVIII secolo. Oggi il capolavoro, appartenente alle collezioni di Intesa Sanpaolo, è protagonista di un nuovo allestimento alle Gallerie d'Italia di Vicenza, che restituisce al pubblico tutta la complessità di un'opera destinata a riscrivere anche la storia del suo autore.
Per oltre due secoli il gruppo scultoreo era stato attribuito ad Agostino Fasolato. Solo le ricerche sviluppate negli ultimi anni, in particolare da Monica De Vincenti e Simone Guerriero, hanno consentito di ricondurre la scultura a Francesco Bertos, raffinato scultore e fonditore veneziano attivo tra i primi decenni del Settecento. Una revisione attributiva che modifica significativamente il profilo di uno degli artisti più originali della stagione barocca veneziana e restituisce identità a un'opera la cui fama aveva da tempo superato quella del suo stesso autore. L'episodio rappresentato proviene dall'Apocalisse di Giovanni: la battaglia celeste tra l'arcangelo Michele e Lucifero, simbolo dello scontro eterno tra il Bene e il Male. Bertos traduce questo racconto in una composizione di straordinaria complessità, dove i corpi si intrecciano in un vortice ascensionale che annulla quasi il peso del marmo. L'effetto è quello di una massa in continuo movimento, nella quale ogni figura mantiene una propria autonomia plastica pur contribuendo all'equilibrio dell'insieme.
La difficoltà tecnica dell'impresa appare ancora più evidente considerando che l'intera composizione nasce da un solo blocco di marmo, senza assemblaggi successivi. Una scelta che trasforma la scultura in una dimostrazione di controllo assoluto della materia, capace di coniugare spettacolarità barocca e precisione quasi miniaturistica. Ogni angelo, ogni demonio, ogni dettaglio anatomico è rifinito con la stessa attenzione, invitando l'osservatore a una lettura ravvicinata e progressiva dell'opera. Originariamente il gruppo era destinato a decorare la galleria di Palazzo Trento a Padova, commissionato negli anni Venti del Settecento in relazione all'ingresso di Marcantonio Trento nell'Ordine di Malta. Il soggetto assumeva così anche un valore politico e morale, celebrando il ruolo del cavaliere come difensore della fede e ammonendo contro il peccato della superbia. Nel corso dei secoli la scultura ha alimentato una fortuna critica insolita. Ammirata da Antonio Canova, studiata da Leopoldo Cicognara e da Antonio Rosmini, arrivò perfino a colpire Herman Melville, che nel 1858 le dedicò una conferenza negli Stati Uniti. La sua notorietà sopravvisse anche ai drammatici eventi del Novecento: durante la Prima guerra mondiale fu trasferita a Pisa per proteggerla dai bombardamenti, prima di rientrare a Padova nel 1919 e successivamente entrare nelle collezioni della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, oggi Intesa Sanpaolo.
La nuova presentazione alle Gallerie d'Italia non si limita a esporre il capolavoro. Il progetto, firmato dal lighting designer Pietro Palladino, costruisce una vera e propria esperienza di lettura dell'opera attraverso un sofisticato sistema di illuminazione che accentua la profondità plastica della composizione e guida lo sguardo lungo la complessa narrazione scolpita nel marmo. Accanto alla scultura, un percorso multimediale comprende riproduzioni tattili, una ricostruzione tridimensionale, contenuti video e materiali accessibili anche in LIS, ampliando le possibilità di interpretazione. La riscoperta di Francesco Bertos offre anche uno spunto più ampio sulla storia della scultura italiana. Se il Settecento è stato a lungo raccontato attraverso figure come Canova, questa attribuzione ricorda quanto il panorama artistico dell'epoca fosse più articolato e ricco di personalità ancora da approfondire. La Caduta degli angeli ribelli rappresenta dimostra come la ricerca storico-artistica continui a modificare il canone, restituendo protagonisti dimenticati e aprendo nuove prospettive sulla scultura europea del XVIII secolo.
BERTOS 'SCULTOR DI PADOVA, UOMO CELEBRE E SOLO NELL’ARTE DI SIMIL GENERE'
Francesco Bertos, attivo in Veneto entro la prima metà del Settecento, è stato uno degli artisti più singolari e prolifici dell'intero panorama artistico del suo tempo. La sua formazione è ancora avvolta nell'ombra, ma sappiamo che tra il 1708 e il 1709 intraprese un viaggio per arricchire il suo bagaglio culturale: egli fu infatti a Firenze presso Giovan Battista Foggini, scultore prediletto dei Medici, con l'intenzione poi di proseguire per Roma. Le fonti letterarie ricordano tuttavia Bertos a Padova come 'valente discepolo' di Giovanni Bonazza, scultore veneziano di primaria importanza che indubbiamente influenzò la sua arte.
L'artista fu ricercato e celebrato per il virtuosismo tecnico, talmente strabiliante da venir posto sotto esame dall'Inquisizione, ed è soprattutto noto per i dinamici gruppi scultorei in marmo e bronzo composti in strutture piramidali da più figure umane unite in contorsioni acrobatiche, intessuti di richiami a opere dell'antichità, del Tardo Manierismo e del Barocco.
Questo speciale tipo di piccola statuaria, che sembra gareggiare con le mirabilia in avorio delle Wunderkammer principesche rinascimentali, era destinata a decorare gli interni dei palazzi dei più raffinati collezionisti dell'epoca, attratti dall'ingegnosità delle composizioni, dai soggetti mitologici o allegorici colti e complessi, e, naturalmente, dalla maestria tecnica. Le opere di Bertos trovarono posto, infatti, nelle gallerie più rinomate della sua epoca, come furono quelle dei nobili veneziani Pisani, Sagredo e Manin, dei padovani Trento e Dondi Dall'Orologio, del generale tedesco Johann Matthias von der Schulenburg, di Carlo Emanuele III di Savoia e dello zar Pietro il Grande. I suoi affascinanti gruppi si trovano oggi custoditi nei maggiori musei italiani ed esteri.
L’ICONOGRAFIA
Il tema del gruppo, raro per una scultura da collezione, deriva dal brano dell’Apocalisse di Giovanni (12,7-9): 'Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli'.
L'episodio biblico, analogo per significato alla mitologica 'Caduta dei Giganti' all'epoca preferita dalla committenza, allude alla punizione divina della superbia connettendosi con l'educazione gesuitica ricevuta da Marcantonio Trento, che promuoveva il culto degli angeli, e con l'impegno da lui assunto come Cavaliere di Malta di difensore della Fede. La rovinosa caduta degli angeli ribelli è generata dall'arcangelo Michele che al vertice della composizione si libra in volo brandendo alta la spada e imbracciando lo scudo ove si legge QVIS/ UT/ DEVS (Chi [è] come Dio [?]): l'invincibile frase, traduzione latina dall'ebraica Mi-ka-El, con la quale il principe della Milizia Celeste annichilisce con la sua fede i seguaci di Lucifero, scaraventandoli nel profondo degli Inferi.
In posizione antitetica all'arcangelo si trova Lucifero, 'figlio dell'aurora' (Isaia 14,12), che non ancora vinto si ribella al volere di Dio: egli, infatti, è l'unica figura a ergersi ancora saldamente sulle proprie gambe e armato del forcone punta l'indice urlando furente contro Michele.
Lo straordinario capolavoro perpetua, dunque, la scelta che l'umanità affronterà sino alla fine dei tempi spingendoci a schieraci con il Bene o con il Male, con Michele o con Lucifero, perché la vittoria finale non è stata ancora raggiunta.
SAN MICHELE ARCANGELO
Michele, il cui nome in ebraico significa 'Chi (è) come Dio?' (Mīkā'el), è uno degli arcangeli riconosciuti dalla Chiesa cattolica, insieme a Raffaele e Gabriele. Nelle Sacre Scritture viene presentato come primo dei principi e custode del popolo d'Israele nel Libro di Daniele (12,1), e come comandante della schiera angelica fedele a Dio che respinge sulla Terra il drago e i suoi seguaci nell'Apocalisse di Giovanni (12, 7-8).
Il culto dell'arcangelo Michele, originatosi nell'Oriente bizantino, si diffuse in Occidente dopo la sua apparizione nel tardo V secolo sul Gargano, in Puglia, ove tuttora sorge il Santuario, la Celeste basilica, a lui dedicato.
Come combattente Michele viene raffigurato in armatura mentre brandisce la spada, o la lancia, ma può tenere la bilancia quando appare come esaminatore delle anime destinate al Giudizio universale (psicostasia). L’iconografia bizantina predilesse invece l'immagine dell'arcangelo in abiti da dignitario di corte (con il loron).
LUCIFERO
Lucifero, dal latino Lucifer 'Portatore di luce', è nominato nella Bibbia da Isaia (14, 12) nella descrizione metaforica della caduta agli Inferi del re babilonese: 'Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore dei popoli?'.
I Padri della Chiesa e i filosofi e teologi successivi, identificano Lucifero con l'angelo ribellatosi al volere di Dio per superbia e per invidia, che decadde insieme ai suoi seguaci divenendo Satana, il principe dell'Inferno, l'eterno nemico di Dio. Tra Seicento e Settecento l'immagine artistica dell'angelo caduto, già umanizzatasi nel Rinascimento, è influenzata dal poema di John Milton il Paradiso Perduto (1667) in cui Lucifero esce sconfitto ma emerge come un eroico, indomito ribelle. Le sembianze di Lucifero saranno allora connotate sempre più da una bellezza sovrannaturale che diviene simbolo del potere della seduzione del male.
Virginia Djurberg
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