Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliIn un recesso dello stato di Campeche, in Messico, nel cuore della giungla della Riserva della Biosfera di Calakmul, un’équipe slovena-messicana di archeologi ha scoperto una città Maya rimasta pressoché intatta. Ribattezzata dagli studiosi «Minanbé», espressione maya yucateca che significa «non c’è strada», la città è stata nascosta dalla vegetazione per oltre mille anni.
Il sito presenta un tempio piramidale alto 13 metri e 14 altari e stele scolpiti, riferisce l’Instituto Nacional de Antropología e Historia (Inah) del Messico, che ha autorizzato la spedizione. La scoperta rappresenta l’esito finale di tre decenni di esplorazioni condotte dall’archeologo capo Ivan Šprajc nelle pianure centrali Maya, dove vivevano tra i 9 e gli 11 milioni di persone durante il periodo tardo-classico della civiltà Maya (600-900 d.C.).
La spedizione di quest’anno è una conseguenza della scoperta, avvenuta nel 2013, della città maya di Chactún da parte del team. La mappatura Lidar aerea dell’area aveva infatti rivelato un centro urbano di 37 acri sotto la chioma della foresta, appena ad ovest di Chactún, con piazze circondate da palazzi e templi, terrazze e canali idraulici.
Per effettuare una ricognizione fisica di Minanbé, gli archeologi e gli operatori locali hanno dovuto aprirsi un sentiero con i machete per quasi cinque chilometri, per poi avanzare a piedi e con i quad fino al sito. L’assenza di vecchie strade forestali che conducessero lì era un buon segno, ha affermato Šprajc. «Rispetto ad altri luoghi in cui abbiamo effettuato ricognizioni di superficie», ha osservato, «l’accesso qui era molto più difficile; tuttavia, negli ultimi tre anni, questo è il primo sito che abbiamo trovato intatto, senza segni di saccheggio».
Sono stati gli archeologi Atasta Flores Esquivel, Israel Chato López, Quintín Hernández Gómez e Vitan Vujanović a condurre il rilevamento sul campo di Minanbé. Parlando del tempio piramidale, Vujanović ha affermato che presentava le caratteristiche dello stile classico di Río Bec, una forma di architettura maya risalente a un periodo compreso tra il VII e il XII secolo d.C. «È la prima volta che registro un tempio così ben conservato, in maggiore o minor misura», ha detto.
Di particolare interesse è la Stele 1, che raffigura una scena di decapitazione e riporta un segno calendariale che data l’oggetto all’849 d.C. «Si tratta di un indizio importante», osserva l’epigrafista del progetto, Octavio Esparza Olguín, «perché possiamo supporre che l’intero gruppo di monumenti, o almeno alcuni di essi, siano stati eretti durante il Periodo Classico Terminale, in prossimità dell’abbandono dei siti della regione, avvenuto nel X secolo d.C.».
È da notare anche un altare che sembra essere stato intenzionalmente danneggiato: presenta cartigli sui lati e la figura di un sovrano con un copricapo piumato. Uno dei testi geroglifici contiene parte di una data del «Conto Lungo» (un calendario Maya) che probabilmente si riferisce a un periodo della fine del VII secolo d.C., rendendola una delle iscrizioni più antiche della regione (anche se il «Conto Lungo» si esprime sempre in una sequenza di cinque cifre). Il fatto che sia stato deturpato ha suggerito agli studiosi la possibilità di un’incursione nella città abbandonata da parte di gruppi provenienti dalla parte settentrionale della penisola dello Yucatán.
Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Tra i ritrovamenti effettuati (tutti di vestigia di epoca carolingia o ottoniana, comprese quindi tra IX e X secolo) quello di una struttura fortificata e quella di un muro largo quasi due metri, che potrebbe essere appartenuto a una torre. Il cosiddetto Palazzo del vescovo si sviluppava probabilmente su più piani
Finora non sono state individuate testimonianze archeologiche direttamente riconducibili al VI secolo, epoca testimoniata dalla tradizione e dalla documentazione storica: sono invece numerose le evidenze databili tra il VII e il X
Il bacino centrale doveva essere una vasca per abluzioni rituali, con sistema di «troppo pieno». Sono state anche ritrovate alcune sculture, forse appartenenti a gruppi collocati sulla facciata monumentale della struttura
Il museo amplia i nuclei già dedicati ai due maestri e permette di seguire, attraverso un confronto diretto, l'evoluzione di linguaggi e sensibilità differenti all'interno del movimento



