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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoliLa polvere degli archivi è differente da quella degli scavi e contribuisce a fare sentire un archeologo a disagio quando si deve misurare con le carte ingiallite di un passato più o meno lontano. La documentazione con la quale si deve confrontare è diversa dalla solita e avverte di conseguenza i limiti della propria preparazione. Una sensazione con la quale non è facile misurarsi.
L’imbarazzo si supera in parte continuando a ricercare nel nuovo tipo di testimonianze: «il calore residuo delle esistenze che furono, le pedate furtive della storia minore, quasi sempre più maestra di ogni altra», come suggerisce lo scrittore Gesualdo Bufalino in Museo d’ombre.
Oppure quando ci si avvede che la disciplina archeologica ne guadagna alcune acquisizioni: un sito, un contesto, alcuni reperti, un suggerimento nel risolvere un problema storiografico. Un’eventualità più frequente di quello che si pensi, anche tra gli addetti ai lavori.
Scavare negli archivi ha una funzione ulteriore, spinge a non ritenersi i pionieri in una ricerca, a pensare di essere stati i primi a misurarsi con un determinato sito, o ad avervi effettuato scoperte.
Spesso, infatti, sfogliando la documentazione d’archivio ci si rende conto che sono state effettuate indagini già in passato nell’area verso la quale si sono indirizzati (o stanno per rivolgersi) i nostri interessi. Le tecniche di ricerca non erano raffinate come le attuali, lo scavo stratigrafico non era praticato, la documentazione poteva essere affidata di necessità soltanto a disegni e ad appunti, o a un diario di scavo nel migliore dei casi.
Ma sarebbe errato non tenere conto di quelle ricerche, si perderebbe una miniera d’informazioni e, ricorrendo a una metafora utilizzata spesso per uno scavo archeologico, dimenticheremmo di recuperare le pagine stracciate di un libro di storia senza nemmeno tentare di farlo.
Non va sottovalutato neppure il dato che le ricerche più antiche, seppure meno raffinate sotto il profilo metodologico, sono state portate avanti in paesaggi e in contesti urbani decisamente più conservati rispetto ad oggi, o a qualche decennio or sono.
Non basta, avendo tra le mani gli appunti su scoperte casuali; le relazioni restate inedite per intero o in parte, a causa di comprensibili esigenze editoriali; gli elenchi di materiali e gli inventari di collezioni; i resoconti burocratici inviati agli «organi superiori»; le lettere scambiate tra colleghi, ci si rende conto del lavoro portato avanti in situazioni non facili, talora in contesti di pericolo per il momento storico che gli estensori si trovavano ad attraversare, o per gli interessi che andavano a toccare.
Non spesso, ma accade talvolta che, da questo tipo di documentazione, emergano le emozioni di chi ha scritto quelle pagine: la gioia per una scoperta; la sua interpretazione entusiastica e talvolta ingenua ai nostri occhi, dopo gli sviluppi dovuti a decenni di altre ricerche; le delusioni per campagne di scavo da cui ci si attendeva molto e che, invece, avevano restituito poco o nulla; le incomprensioni; le difficoltà personali anche materiali nell’andare avanti e non solo sul lavoro; i progetti promossi e portati avanti in modo individuale, o in maniera condivisa con altre persone aventi la stessa passione.
Uno spaccato dell’avventura dell’archeologia, che è ricostruzione storica di un passato più o meno lontano, in base alle discipline e alle specializzazioni di cui oggi si compone, che è attenzione per la produzione artistica e artigianale, ma è sempre pure il presente di chi l’ha scelta per professione, o la osserva con curiosità e attenzione.
Le carte di cui scriverò sono passate tra le mie mani, sono state già nella mia esperienza di ricerca e di questo mi scuso, ma, almeno, le conosco a fondo e l’orizzonte che trattano è comunque sufficientemente ampio per fare comprendere le potenzialità di scavare negli archivi.
Pagina del taccuino di Luciano Bonaparte intitolato Caisse générale (agosto-settembre 1839). Courtesy Fondazione per il Museo «Claudio Faina» di Orvieto
Giuseppe M. Della Fina
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