Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Mauro Zanchi
Leggi i suoi articoliVanishing Act di Sarah Pickering si configura come un’indagine sulla soglia instabile che separa la certezza empirica dalla sospensione del dubbio, in un territorio dove agisce una collisione perturbante tra l’ordinario e il sovrannaturale. Attraverso una prassi estetica che ibrida la precisione della scienza forense con l’evocazione spettrale, l’artista britannica evoca il paranormale o l’illusionismo e seziona i meccanismi stessi della credenza. Pickering ha operato una sintesi strutturale di due percorsi di ricerca precedentemente paralleli, focalizzati rispettivamente sull’universo della magia e sulla fenomenologia del paranormale. Questa convergenza ha trovato il suo fulcro nell’ambientazione domestica dell’esposizione all’HAPAX Living Room Residency, a Londra, tra aprile e maggio 2026, in un appartamento vittoriano riconvertito, uno spazio dove l’indeterminatezza dei trucchi e le manifestazioni dello spiritismo si sono fusi, annullando i confini tra le discipline. Per tessere questa trama, l’autrice ha accostato oggetti di scena appartenenti al repertorio degli illusionisti a una variegata tipologia di immagini scientifiche e tecnologiche, dalla fotografia Kirlian ai raggi X, fino all’utilizzo di schermi CRT. Questi strumenti sono stati scelti per la loro specifica eredità culturale, ovvero, per la capacità storica di espandere le possibilità della visione e, di riflesso, di influenzare i sistemi di credenza umani.
Attraverso l’indagine sulla magia e sul sovrannaturale, Pickering affronta temi quali l’appartenenza di classe, la visibilità delle donne nella fase della mezza età e le istanze del femminismo. Tale approccio si manifesta concretamente in immagini come quelle dedicate alle radiografie delle tasche di Fay Presto, leggendaria figura della magia close-up, in cui l’indagine tecnica diventa strumento di narrazione biografica. Parallelamente, l’artista ha sviluppato opere basate sulla documentazione d’archivio di oggetti legati al celebre caso del poltergeist di Enfield, avvenuto in Gran Bretagna negli anni Settanta, trasformando reperti storici in materia di riflessione estetica e concettuale.
Sarah Pickering, «The Reveal, Chanel Jacket #1, OutsideInside Pockets», 2026
La serie The Reveal, installata nelle stanze da letto dell’appartamento vittoriano riconvertito, opera uno scarto ontologico. Vengono utilizzati raggi X per esplorare le vesti della maga Fay Presto, per spostare l’attenzione dal trucco alla sua infrastruttura materiale. Le tasche x-ray, come quelle della Duster Jacket o della Chanel Jacket, rivelano strati nascosti e volumi funzionali, che sono al contempo segreti di mestiere e reliquie di una resistenza femminile nel mondo dell’illusionismo. In queste immagini, il raggio X recupera la sua funzione storica di ponte tra positivismo e occultismo, e mostra l’invisibile e il mistero che lo ricopre, per esaltarne la complessità strutturale. Se in queste opere la magia è smontata tecnicamente, in Suspension of Disbelief - Fay Presto’s Close Up Table (2026) l’illusione viene ripristinata come presenza fisica. Il tavolo appare sospeso, congelato in un istante che evoca la fotografia spiritica delle sedute ottocentesche, dove l’assenza di gravità diventava prova tangibile di un altrove. L’uso della fotografia Kirlian, realizzata con Magda Kuca per catturare l’aura di posate manipolate, sposta il discorso verso una dimensione quasi atomistica della visione. Le immagini dei manici e dei rebbi di forchetta, come in Kirlian Aura of Fork Handle Distorted in a Magician’s illusion (2026), trasmettono una corrente elettrica che appare come traccia luminosa, un’emanazione che la CIA definì in bilico tra l’essere una scoperta pari alla teoria di Einstein o il nulla assoluto. È in questa oscillazione che risiede la forza del lavoro. L'artista va oltre una verità ultima e documenta la persistenza del desiderio di credere. O – Metal Bent by Janet (suspended by magician’s invisible thread), il soggetto dell’immagine è un frammento metallico piegato dalla forza del pensiero di Janet Hodgson durante i fatti di Enfield, e viene presentato come un reperto forense prestato dalla Society for Psychical Research. La fotografia analogica che ne deriva, carica di interferenze e segni che sembrano rispondere magneticamente al soggetto, rifiuta ogni concessione al patetismo o all'effetto scenico e lascia trasparire invece un rigore scientifico e lirico al contempo. Nel loop video Channel (Spoon Bent by Janet at Breakfast), una scansione TC mostra un cucchiaio che ruota su un asse verticale in un televisore vintage a tubo catodico, un Waltham degli anni '80. L’illusione ottica che trasforma il cucchiaio da concavo a convesso espone i nostri pregiudizi cognitivi e rende il reale immaginario proprio mentre lo strumento scientifico ne rivela lo stress molecolare e la mutazione del metallo. Nel dittico Evidence of Superminds, le incisioni laser su alluminio cristallizzano la ricerca di un ordine superiore tra le macerie della percezione, così che i fruitori dell’immagine siano indotti a esperire una negoziazione infrasottile con il visibile. Anche il suono interviene in questa fenomenologia del paranormale. L'opera audio Coin Drop, installata nel bagno dello spazio espositivo, restituisce l'urto di una moneta scagliata su una superficie dura, memoria di un evento vissuto dall'artista ma rimasto privo di riscontri fisici, un rumore che sveglia dalla sonnolenza del quotidiano per scaraventare il soggetto nella pura fenomenologia dell'evento acustico. L'intera mostra si configura quindi come dimensione in cui lo sguardo non smette di interrogare la soglia tra due presenze, là dove la testimonianza si fa coscienza. La dimensione domestica diventa universale, il segreto del mago si fonde con il mistero della fisica e lascia gli spettatori in uno stato di feconda incertezza, sospesi tra la prova scientifica e l’enigma di un mondo che, oltre la cronaca, continua a cercare il proprio sfaccettato senso della Storia.
Sarah Pickering, «The Reveal, Duster Jacket, Dump Pocket», 2026
La mostra Vanishing Act e l’opera recente di Sarah Pickering si delineano come una coraggiosa fenomenologia del riemergere, una negoziazione necessaria tra il silenzio del lavoro di cura e la riappropriazione della parola artistica. Il suo ritorno alla pratica creativa è una rivendicazione ontologica che nasce dal superamento di un’esperienza genitoriale complessa, dove l’equilibrio tra il lavoro invisibile del caregiving, la necessità del sostentamento e il privilegio del fare arte diventa materia stessa di riflessione. Pickering abita con lucidità la soglia di quel particolare "vanishing act" che colpisce la donna nella mezza età, un’eclissi sociale che lei trasfigura in strumento di indagine, intrecciandola alle percezioni sinestetiche e ai mutamenti sensoriali propri di una mente neurodivergente. Questa sensibilità si innesta su una traiettoria intellettuale consolidata, che elegge il medium fotografico e le sue derivazioni a sonda per esplorare i territori della finzione e dell’inganno. Attraverso collaborazioni strutturali con scienziati, maghi ed esperti forensi, l’artista decostruisce la pretesa oggettività della visione per rivelarne le impalcature gerarchiche e le implicazioni di classe. Ogni sua opera affonda le radici in storie vere, in reperti della cronaca o dell’occulto che vengono trattati con il rigore di un’indagine scientifica e la pietas di chi riconosce nella credenza un componente essenziale dell’atto creativo. La ricerca attuale espande questi confini verso i regni del paranormale e dell'illusionismo, dove la percezione non è mai un dato acquisito ma un processo di sofferta negoziazione etica. In questo contesto, l’emulsione fotografica e la tecnologia digitale diventano la pelle sensibile attraverso cui Pickering filtra il reale e cerca di mostrare ciò che si deposita nelle pieghe dell’ordinario. In questa prospettiva, la magia e il poltergeist sono intesi come lenti attraverso cui osservare la persistenza della dignità umana tra le macerie del visibile, per restituire corpo e voce a ciò che il mondo ha smesso di guardare.
Mauro Zanchi
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
A Punta della Dogana, vent’anni di lavoro dell’artista brasiliano trasforma il viaggio, il confine e la memoria diasporica in strumenti di resistenza
La retrospettiva a Punta della Dogana attraversa quattro decenni della ricerca dell’artista americana, dalla fotografia in bianco e nero alle grandi pitture materiche: un’indagine sulla memoria, sull’archivio e sulla rappresentazione del corpo afroamericano
Nate da una fotografia anonima pubblicata online e trasformate in uno dei fenomeni più influenti del folklore digitale contemporaneo, le Backrooms approdano al cinema con il film di Kane Parsons prodotto da A24. Più di un horror, rappresentano una riflessione sull'architettura dei non-luoghi, sull'alienazione prodotta dal capitalismo digitale e su un immaginario che intreccia cultura di Internet, teoria dei media, Mark Fisher e intelligenza artificiale. Il successo di Backrooms conferma come le nuove mitologie del XXI secolo nascano ormai dagli algoritmi prima ancora che dalla letteratura o dal cinema.
Il calcestruzzo come materia, archivio e metafora dell'Italia contemporanea. Nicola Di Giorgio dialoga con Mauro Zanchi sul progetto Calcestruzzo, nato da una ricerca che intreccia fotografia, scultura e materiali d'archivio. Dalle Vele di Scampia all'ingegneria di Pier Luigi Nervi, dalle cartoline acquistate su eBay alle prove sui materiali, emerge una riflessione sul costruire, sulla memoria, sull'eredità familiare e sulle contraddizioni del paesaggio italiano. Una conversazione che affronta il rapporto tra architettura, fotografia e tempo, interrogando il significato stesso dell'abitare oggi



