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Veduta dell’allestimento di «Bernd & Hilla Becher. History of a Method»

©️Fondazione MAST

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Veduta dell’allestimento di «Bernd & Hilla Becher. History of a Method»

©️Fondazione MAST

Bernd e Hilla Becher, la lentezza come metodo dell’arte a Bologna

La Fondazione Mast ripercorre con oltre 350 stampe vintage l’indagine della coppia tedesca sull’architettura industriale: un rigoroso atlante fotografico nato per sottrarre alla distruzione le forme della civiltà produttiva e destinato a cambiare la fotografia del Novecento

Mauro Zanchi

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Alla Fondazione Mast di Bologna è possibile fare esperienza di una rigorosa ricognizione retrospettiva con la mostra «Bernd & Hilla Becher. History of a Method» (fino al 27 settembre), un progetto espositivo curato da Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel, che espone per la prima volta in Europa un vasto corpus di opere e la coerenza metodologica che ha reso la coppia tedesca un punto di riferimento ineludibile della fotografia del Novecento. 

Questa monumentale impresa visiva prende corpo in un momento di profonda trasformazione economica e sociale in Germania, coincidente con quel declino della civiltà industriale che, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, ha visto la dismissione, lo smantellamento e la delocalizzazione progressiva delle grandi fabbriche europee verso i mercati emergenti dell’Est Europa e dell’Asia. L’avvento dell’automazione, della globalizzazione e delle successive transizioni digitali ha inflitto un colpo durissimo a quel patrimonio produttivo, generando una doppia sconfitta per la memoria visiva. Venivano anche sistematicamente ridimensionati o cancellati i reparti fotografici interni alle aziende per ragioni di bilancio e dispersi o smaltiti in interi container gli archivi aziendali dai nuovi vertici imprenditoriali, incuranti della storia e della cultura materiale dei luoghi. È in questo scenario di imminente sparizione che l’opera dei coniugi Becher assume la valenza urgente di un salvataggio archeologico e storico, un catalogo sistematico condotto infaticabilmente viaggiando a bordo del loro furgone Volkswagen in Germania, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Canada, con l’obiettivo di fissare nella memoria storica le forme di un’architettura destinata alla demolizione.

La genesi di tale metodo risale alla singolare biografia formativa dei due artisti, segnata dal precoce talento di Bernd come pittore decorativo e grafico, formatosi tra il 1947 e il 1950 a Siegen e perfezionatosi poi all’Accademia di Stoccarda sotto la guida di Karl Rössing, con tappe fondamentali nei viaggi in Italia e in Spagna, dove le suggestioni di Calatayud generarono visioni prossime al surreale, prima di approdare all’Accademia di Düsseldorf con Walter Breker. Parallelamente, Hilla Wobeser aveva maturato una solida competenza professionale come fotografa nello studio di Walter Eichgrün a Potsdam tra il 1951 e il 1953, per poi trasferirsi a Düsseldorf e assumere l’incarico di fondare il primo laboratorio fotografico dell’Accademia. 

L’abbandono del disegno a favore della camera oscura e del banco ottico avviene a metà degli anni Cinquanta, in concomitanza con la rapida demolizione della miniera Eisernhardter Tiefbau a Eisern, un evento che dimostra come i ritmi della distruzione superassero la velocità della mano, imponendo il ricorso esclusivo alla macchina fotografica quale strumento d’elezione per una documentazione oggettiva e puntuale.

Prima di approdare al celebre metodo fotografico che avrebbe segnato un passaggio importante nella storia dell’arte visiva, Bernd Becher muove i suoi primi passi nel 1956 dedicandosi appunto alla meticolosa rappresentazione a matita e a grafite delle strutture della miniera di carbone Eisenhardter Tiefbau, con una dedizione quasi ossessiva. 

Quel bisogno di sviscerare la geometria e l’articolata ossatura dei complessi produttivi passò ben presto attraverso la sperimentazione materica del collage, realizzato dal 1957 fino ai primi anni Sessanta, assemblando su cartoncino frammenti di stampe fotografiche ai sali d’argento, un passaggio ibrido e sperimentale che testimonia la graduale transizione dal disegno manuale alla visione ottica, preludio definitivo alla nascita del rigore tassonomico che avrebbe poi ridefinito i confini della documentazione tedesca moderna.

Il modus operandi della coppia si strutturava attraverso sopralluoghi sistematici e rigorosi, durante i quali i soggetti venivano prima individuati sulle mappe o tramite ricerche preliminari, poi osservati da lontano e infine aggirati a piedi per studiare la migliore prospettiva. 

Durante la scelta dell’inquadratura attraverso lo schermo di messa a fuoco, la coppia mirava a un equilibrio formale che risultasse appagante da vedere, del tutto rigoroso e fedele al vero, solido nella costruzione, curando di preservare una luce, uno sfondo e un clima uniformi nel corso degli anni, proprio come fecero per la miniera Ewald Fortsetzung a Recklinghausen nel periodo tra il 1982 e il 1985.

Bernd & Hilla Becher, «Altoforno, c. 1930, stabilimento siderurgico Esch, Lussemburgo #: PSD-BHB-2024-043», 1969. ©Estate Bernd & Hilla Becher, rappresentato da Max Becher. Courtesy Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Bernd & Hilla Becher Archiv, Colonia

Bernd & Hilla Becher, «Essen-Schönebeck, Germania #: PSD-BHB-2024-026», 1981. ©Estate Bernd & Hilla Becher, rappresentato da Max Becher. Courtesy Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Bernd & Hilla Becher Archiv, Colonia

A dispetto delle enormi quantità di negativi prodotte per ciascuno dei circa 200 impianti documentati, la selezione finale rispondeva alla ferma intenzione di mostrare l’intero complesso produttivo, mossa dalla lucida consapevolezza che la prima crisi del carbone e dell’acciaio avrebbe spazzato via ogni cosa da lì a poco.

Da questo impianto concettuale derivano le «tipologie» e gli «svolgimenti», strutture espositive in cui un oggetto o edificio viene sezionato attraverso rotazioni, viste frontali, tre quarti e profili, o disposto in griglie seriali, che «biologizzano» l’architettura industriale accostandola a una tassonomia botanica o zoologica. Come Hilla e Bernd ebbero modo di spiegare in diverse interviste, l’accostamento di più unità simili genera una tensione percettiva basata su variazioni millimetriche, percepibili unicamente grazie a un confronto diretto organizzato su più file orizzontali, verticali o diagonali. Le categorie indagate spaziano dalle torri di estrazione, comprese le tipiche tipples in legno della Pennsylvania o le strutture a traliccio della miniera di Neu Iserlohn, nella regione della Ruhr, ai gasometri telescopici documentati nei differenti stadi di riempimento, passando per altiforni, torri idriche, torri di raffreddamento, silos per i cereali, forni da calce e cave di ghiaia.

Accanto alle grandi infrastrutture produttive, l’obiettivo dei Becher si è rivolto con identico rigore alle architetture residenziali e domestiche, dalle case a graticcio del Siegerland (documentate attraverso singole vedute, sequenze rotazionali e tipologie comparative basate sul metodo costruttivo dello Ständerfachwerk) fino ai caseggiati popolari edificati nel dopoguerra lungo la Ruhr e la Renania per offrire un lusso modesto alla popolazione provata dai bombardamenti. In queste immagini, le facciate delle abitazioni, le finestre, i balconi e le recinzioni si accompagnano ai piccoli segni della vita quotidiana e del benessere raggiunto (automobili, garage, giardini e cartelli stradali), delineando uno spazio in cui la figura umana, pur assente nella fotografia, traspare come principale destinataria e superficie di proiezione psicologica.

La portata storica di questa ricerca trovò una definitiva consacrazione culturale all’inizio del 1969 con la mostra alla Kunsthalle di Düsseldorf e la pubblicazione, nel 1970, del volume fondamentale Anonyme Skulpturen. Eine Typologie technischer Bauten, edito da Art Press Verlag e seguito da una fortunata collana ventennale con la casa editrice Schirmer/Mosel di Monaco di Baviera. L’uso dell’aggettivo «anonime» intendeva rimarcare come i progettisti, gli ingegneri e gli operai di quegli edifici fossero rimasti sconosciuti e come tali strutture, prive di un riconoscimento monumentale ufficiale, possedessero in realtà un inestimabile e insito valore estetico. Un rigore tipografico e formale caratterizzava anche i manifesti, le locandine e i materiali di approfondimento progettati direttamente dai Becher, così come le primissime stampe di piccolo formato realizzate tra il 1969 e il 1974 alla miniera Zollern 2 a Dortmund e impiegate per la maquette del volume edito da Prestel nel 1977.

A completare la fitta trama di riferimenti che nutrono la mostra contribuiscono anche le sperimentazioni condotte in autonomia da Hilla Becher negli anni Sessanta. In quel periodo, l’artista esplorò le forme della natura e la struttura dei materiali attraverso macrofotografie di liquidi vicine alla pittura informale, fotogrammi di apparati radicali, conchiglie, foglie e una platessa disposta su un tavolo luminoso, traendo esplicita ispirazione dai repertori morfologici di Ernst Haeckel e Karl Blossfeldt

Attraverso l’esposizione di oltre 350 stampe vintage in bianco e nero, affiancate da un importante apparato di disegni, libri, manifesti e materiali d'archivio provenienti dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia e dal Bernd & Hilla Becher Studio di Düsseldorf, «History of a Method» restituisce l’evoluzione di una ricerca visiva radicale, capace di ridefinire i confini della fotografia documentaria e di esercitare un’influenza duratura sull’arte contemporanea. L’articolazione in 10 sezioni consente di ripercorrere l’intero percorso dei due autori, mentre il Foyer della Fondazione ospita un dialogo ideale con i protagonisti della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere degli allievi divenuti famosi a livello internazionale (Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz), provenienti dalla Collezione Mast.

La monumentale impresa visiva di Bernd e Hilla Becher si fonda in ultima istanza anche su un radicale elogio della lentezza, intesa come condizione etica e metodologica indispensabile per sottrarre la memoria alla voracità del tempo. Di fronte alla rapida dissoluzione della civiltà industriale, i due artisti hanno opposto la disciplina inflessibile di un’attesa calcolata. Documentare 200 impianti produttivi, scattando fino a 500 negativi per ciascun complesso, per un totale di circa 100mila immagini complessive, ha richiesto un tempo dilatato, fatto di sopralluoghi pazienti, di camminate intorno agli stabilimenti e di un’attesa meticolosa della luce giusta, identica anche a distanza di anni. Il metodo dei Becher ci restituisce il valore di uno sguardo che si prende il tempo di sostare sulle cose, dove la fotografia è intesa anche come atto di resistenza contemplativa e mezzo efficace per costruire un archivio insostituibile di archeologia industriale, edificabile nella nostra memoria.

Mauro Zanchi, 07 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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