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Nino Migliori, «Sesso kitsch #7», 1974

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Nino Migliori, «Sesso kitsch #7», 1974

100 candeline per Nino Migliori, l’irriducibile camaleonte della fotografia italiana

Visionario e refrattario a ogni etichetta, sperimentatore dallo sguardo ironico e sornione, l’autore bolognese festeggia il suo centesimo compleanno con la stessa curiosità febbrile di un infante 

Il traguardo anagrafico si fa ironia concettuale quando a compierlo è un autore che ha fatto dello spostamento di senso, del pastiche, del calembour, del cortocircuito visivo e della manipolazione del segno la cifra stilistica di un’intera esistenza. Ci si può davvero chiedere se si diventi «migliori» dopo aver attraversato cent’anni di immagini, di emulsioni aggredite, di errori chimici, di realismi e di sperimentazioni, o se la vera grandezza risieda proprio nell’essere rimasti magnificamente imperfetti, fedeli a quello spirito di rivolta e di gioco che ha permesso a Nino Migliori di guardare il mondo sempre da un’inclinazione inattesa? Perché se la maturità biologica di un secolo di vita solitamente irrigidisce le categorie e i monumenti in una posa statica e definitiva, nel caso di Nino l’accumulo temporale ha sortito l’effetto opposto, alimentando una giovinezza d’intenti che ha continuato a trattare la fotografia come una materia viva da deformare, bruciare e reinventare giorno dopo giorno, con la sensazione e mai la certezza che l’eccellenza non risieda nell’arrivo a una formula stabile, quanto piuttosto nella capacità irrefrenabile di rimanere inadeguati in maniera permanente, spiazzanti e radicalmente infedeli a ogni comoda definizione precostituita.

In questa inesausta propensione al gioco linguistico e visivo, si colloca una delle sue prove più recenti, ancora inedita, intitolata «Se vuoi far… falle» (2025), un cortocircuito fonetico e semantico che evoca un messaggio non totalmente dichiarato, per introdurre i fruitori all’interno di una serie di ricognizioni fotografiche dedicate alla disposizione dei colori e delle macchie sulle ali di diverse specie di farfalle. Attraverso avvicinamenti macroscopici alla materia effimera e delicatissima che costituisce la cromia di queste superfici naturali, Migliori scardina la tradizionale percezione zoologica per trasformare il dettaglio in un campo d’indagine pittorico, dove i singoli scatti si spingono ben oltre la documentazione scientifica per rivelarsi come forme, macchie, colori biologici, simili a quelli presenti in opere d’arte. Queste immagini sono un’ulteriore declinazione delle sperimentazioni di matrice astratta o informale, realizzate tra il 1948 e la fine degli anni Cinquanta attraverso le serie «Idrogrammi», «Pirogrammi», «Ossidazioni», «Cellogrammi», «Lucigrammi», continuata poi negli anni Settanta con «Lucigrafie», «Polarigrammi», e con «Carte ossidate» nel 1996. Il motto di spirito racchiuso nel titolo «Se vuoi far…falle» non si esaurisce nella sola assonanza tra l’azione del creare e l’evocazione delle ali dei lepidotteri. Si rivela piuttosto un invito esistenziale a osare. L’imperativo celato nel gioco di parole funziona come un incoraggiamento a portare avanti le proprie intuizioni senza il timore dell’errore o del giudizio altrui, ribadendo che nell’arte come nella vita il compimento di un’idea richiede l’atto coraggioso del fare, del mettersi in gioco in prima persona. 

Nel modus operandi di un autore sperimentale, il titolo non accompagna passivamente l’opera ma la genera e funziona come una chiave d’accesso ironica, che ribalta il piano della rappresentazione: l’invito operativo («se vuoi far qualcosa, falla») coincide perfettamente con l’oggetto biologico indagato o è un rimando a ulteriori significati («se vuoi farfalle», intese come simboli della metamorfosi, della rinascita, della «psyche»). Nel festeggiare l’anno del suo centenario, mi è stato chiesto di trovare alcune parole efficaci per definire in sintesi la ricerca dell’autore bolognese. Potrebbero essere: «camaleonte», «ironia» e «insonnia operosa». L’essenza più profonda di Migliori si svela in quel suo irriducibile atteggiamento camaleontico, una postura intellettuale che rifiuta categoricamente l’accidia di chi si siede comodo in uno stile consolidato per farsi invece nomade irrequieto all’interno dello stesso linguaggio visivo. Più che un autore fedele a una formula riconoscibile, Nino ha sempre agito come un visionario refrattario a ogni etichetta o recinto accademico, mutando continuamente pelle e inventando sempre nuove grammatiche formali e concettuali per tradurre le sue intuizioni. Ho selezionato qui di seguito qualche lavoro poco noto, all’interno di un vasto corpus di opere, per segnalare alcuni tratti distintivi dello sguardo ironico di Migliori. Nell’opera «Rileggenda di Orlando», concepita nel 1987 per la mostra «Sulle orme di Orlando», su invito del Centro Etnografico Ferrarese, l’artista fabbrica la prova provata (indessicale) attraverso il medium fotografico. Realizza tre ossidazioni chimiche che attestano il reale passaggio del paladino attraverso reperti rigorosamente falsi, un attestato fasullo che trasforma l’impronta mitologica in un cortocircuito ironico tra storia e invenzione. Questo slittamento beffardo tra l’autentico e il contraffatto è presente anche in «Natura morta» (1977), opera nata dallo shock di fronte all’avvento della plastica nei supermercati. Migliori realizza 12 scatti di frutta e verdura imprigionate nel Domopak, un’impaginazione asfissiante che sanziona la frattura definitiva con la terra e l’olfatto. Quei negativi, esiliati poi nei cassetti per decenni a causa del disagio generato da quell’imballaggio innaturale, riemergono nel 2005 per trasformarsi in oggetti votivi e installazioni spettrali come «Natura/Snatura» e «Frutta e Verdura», dove le immagini bruciano dentro le candele o riposano su finte lettiere di paglia, con l’intento di denunciare con amara ironia come la natura incontaminata si sia ormai mutata in un simulacro artificiale. 

«Sesso Kitsch» (1974-79) è invece un’escursione antropologica e sbeffeggiante nei territori della moda, in cui i jeans e le magliette attillatissime diventano una seconda pelle tirannica. Migliori smaschera la ridicola e dolorosa sottomissione collettiva ai dettami del costume di quegli anni e fotografa dettagli ravvicinati dei sessi maschili e femminili stretti dalle stoffe dei pantaloni attillati, una vera e propria tortura autoinflitta, fatta di cuciture in tensione e anatomie esibite, dove il cattivo gusto trionfa come ironico contrappasso sociale. L’irriverenza beffarda e lo spirito di provocazione trovano una delle loro apoteosi più esilaranti nella fondazione, datata 1982, del Gruppo Abrecal, acronimo speculare e rovesciato di quella rivista futurista «Lacerba». Nato come cenacolo di discussione settimanale a Bologna, per raccogliere l’eredità dei Celebranti sotto il segno della totale libertà espressiva e dell’apertura generazionale, questo collettivo si rese protagonista nel 1983 di una memorabile quanto disastrosa incursione nella Riviera romagnola con il progetto «Marte 83». Spacciata per un’innocua animazione turistica estiva per gli alberghi di Cattolica in cambio di vitto e alloggio nelle fatiscenti e spettrali ex colonie de Le Navi, l’operazione culminò la sera del 14 agosto in uno show sul bagnasciuga condotto da Giorgio Celli tra workshop di abiti in carta fluorescente, defilé di moda sgangherati in cui i vestiti volavano via grazie a palloncini di elio e performance audiovisive d’avanguardia. Anche in quell’occasione venne coniato un titolo apposito: «Filata di smoda».Custode da decenni di un’insonnia operosa che non conosce tregua, Migliori affida il flusso febbrile delle sue visioni notturne a frammenti di carta destinati a popolare quella leggendaria scatola dei progetti che custodisce il suo archivio d’invenzioni più intimo. «Ce ne sono un centinaio, al momento, nella mia scatola. Li farò! I progetti servono per realizzarli, no?», ama ripetere con un sorriso sornione, esibendo quella lucida e dissacrante ironia con cui da sempre pianifica il proprio futuro a lunghissima scadenza, per sfidare l’orizzonte del tempo con la consapevolezza che le idee sopravvivono a ogni limite biologico. Questo forziere di utopie concrete testimonia una vitalità inesauribile, la spinta di un autore che ha fatto della metamorfosi continua il proprio vessillo, muovendosi senza tregua tra sperimentazioni chimiche e rigorosi slanci concettuali, tra la levità del gioco e la profondità della speculazione filosofica, per ridefinire instancabilmente i confini stessi dello sguardo e consegnare al domani un’eredità dirompente e aperta. Lasciando alle spalle i Cent’anni di solitudine che la grande letteratura ha consegnato al mito, Migliori oltrepassa 29 settembre per entrare nel primo giorno del suo prossimo secolo, da percorrere con la stessa curiosità febbrile di un infante e con la lingua dalla mira eccellente del camaleonte insonne.

Nino Migliori, «Sesso kitsch #8», 1974

Mauro Zanchi, 29 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Mauro Zanchi

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