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Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliA causa della Brexit, dal 2020 la fisionomia di Dublino è mutata in modo irreversibile, diventando il quartier generale europeo per i giganti del tech e della finanza. Qui, le tasse sul capital gain toccano il 40%, generando un conseguente mercato immobiliare con i prezzi tra i più alti d’Europa. A ciò si aggiunga una media di 11 turisti per abitante e si capisce come mai la questione scottante sia la mancanza di spazi per gli artisti. Anche per questo, le politiche di sostegno alle arti qui sono tra le più finanziate d’Europa. Le porta avanti l’agenzia governativa indipendente, l’Art Council, che ogni anno valuta, incuba e sostiene progetti artistici di ogni disciplina: dall’opera al circo, dai festival alle arti visive. Ciò fa di Dublino una capitale europea ancora affamata d’arte, capace di un’offerta non immodesta ma, soprattutto per quanto riguarda le arti visive, ancora in attesa di un sistema privato capace di affiancare il sostegno statale.
Ogni itinerario culturale a Dublino non può che iniziare dalla Hugh Lane Gallery, la prima galleria d’arte moderna del mondo, fondata nel 1908 dal mercante e filantropo Hugh Lane e situata a Parnell Square North. Qui c’è lo studio londinese del «migrante» irlandese Francis Bacon. Nel 1998 il suo antro delle meraviglie è stato smontato, catalogato, trasportato sull’isola e ricostruito meticolosamente nei suoi 7mila oggetti. Anche la polvere è entrata nel protocollo di conservazione. «Posso dipingere solo qui, spiegava Bacon: non riesco a lavorare in luoghi troppo ordinati». Entrare oggi in questo dispositivo mentale significa misurarsi con una delle operazioni museologiche più radicali e affascinanti del Novecento.
Presso la National Gallery of Ireland, invece, una collezione di 16mila opere tra cui «La cattura di Cristo» di Caravaggio scoperta negli anni Novanta, parla di una storia in controtendenza: non è nata, infatti, da una collezione reale o nobiliare, come molte altre, ma dalla volontà filantropica di privati cittadini e dalle acquisizioni statali a partire da metà ’800. Di recente, l’arte contemporanea è arrivata anche qui, con gli artisti in residenza esposti nell’ala Millennium e il prestigioso Zurich Portrait Prize.
Ma la storia di Dublino è fatta di alcune grandi ferite: l’EPIC, The Irish Emigration Museum, nei Docklands, narra la diaspora di 10 milioni di irlandesi, tanti dei quali viaggiarono su vascelli come la Jeanie Johnston Tall Ship, oggi museo galleggiante sul fiume Liffey. Poco distante, il Famine Memorial (costituito da un poderoso insieme di statue bronzee di uomini, donne e bambini affamati) ricorda la Grande carestia, che devastò l’isola tra il 1845 e il 1852. A ciò si aggiungano i più recenti Troubles, il conflitto nordirlandese che dagli anni Sessanta agli accordi del 1998 ha opposto unionisti protestanti e repubblicani cattolici, segnando profondamente l’immaginario culturale del Paese.
Ma Dublino, che dal 2010 è Città della Letteratura Unesco, è una città di scrittori, prima che di artisti visivi. I più noti sono James Joyce, Oscar Wilde, Bram Stoker, W.B. Yeats e Samuel Beckett. Proprio a quest’ultimo è stato dedicato il più recente ponte sul fiume Liffey che unisce le due anime di Dublino: la tradizione operaia, cattolica, e la borghesia protestante. Il Samuel Beckett Bridge ha forma di gigantesca arpa gaelica, la cui effige campeggia su ogni lattina di Guinness. Lo strumento appartenne al primo sovrano supremo d’Irlanda, Brian Boru, dal 1002 d.C.; ora è custodito al Trinity College. Poco distante sorge il Museum of Literature Ireland (MoLI), che propone un’esperienza immersiva nella letteratura irlandese. Questa centralità della letteratura crea un paesaggio urbano stratificato fatto di luoghi, come le case di Wilde e di Joyce, e di eventi, come il Bloomsday per celebrare James Joyce (il 16 giugno, giorno in cui si svolge l’«Ulisse»), il Festival Oscariana o la scenografica Macnas Parade che celebra l’autore di «Dracula». In questo contesto l’arte visiva ha avuto uno sviluppo più discontinuo. Non esiste una lunga tradizione pittorica autoctona paragonabile a quella letteraria. Molti artisti si sono formati o affermati altrove. L’Irlanda ha prodotto immaginari, più che immagini.
Eppure qualcosa sta cambiando. Erede delle storiche mostre ROSC (in gaelico: «poesia della visione»), che tra il 1967 e il 1988 introdussero sull’isola le correnti internazionali e artisti da Picasso a Richter e da Duchamp ad Abramović, l’Irish Museum of Modern Art (Imma), nato nel 1991, è oggi il cuore espositivo dell’arte contemporanea nazionale. Situato nel monumentale complesso seicentesco del Royal Hospital Kilmainham, ospita oltre 3.500 opere ed è il centro attorno a cui ruota il sistema dell’arte dublinese, per capire il quale può risultare utile il bel saggio di Roisin Kennedy intitolato «Art and the Nation State. The Reception of Modern Art in Ireland» (Liverpool University Press, 2021), che traccia la ricezione delle avanguardie dalla fondazione dello Stato Libero d’Irlanda, nel 1922, fino alla fine del modernismo, negli anni ’70.
La Douglas Hyde Gallery è invece orientata esclusivamente alla ricerca e alla teoria; ospitata al Trinity College, è diretta da Georgina Jackson che è anche la curatrice del padiglione irlandese per la Biennale di Venezia 2026, affidato a Isabel Nolan. Il collezionismo privato dublinese è un «work in progress» e le gallerie di respiro internazionale sono scarse: tra di esse spiccano la Kerlin Gallery, «ammiraglia» dell’arte irlandese, la più curatoriale Kevin Kavanagh Gallery e la talent scout Mother’s Tankstation. Partecipano alle fiere e rappresentano le figure di punta di una ricca scena creativa contemporanea che vive una stagione di prestigio globale, trainata da artisti capaci di fondere ricerca estetica e impegno civile. Se maestri come Sean Scully ed Eva Rothschild continuano a dominare le collezioni internazionali, una nuova generazione sta ridefinendo l’identità visiva dell’isola nelle rassegne più esclusive, come dimostrano Niamh O’Malley, Eimear Walshe e Isabel Nolan presenti alle ultime tre edizioni della Biennale di Venezia. Accanto a pionieri della tecnologia come John Gerrard e della scultura come Siobhán Hapaska, emerge la sensibilità di Ailbhe Ní Bhriain, protagonista lo scorso anno di una rilevante personale alla Hugh Lane Gallery.
Un termometro del gusto nazionale più conservatore è rappresentato dalla Royal Hibernian Academy (Rha), dove ogni estate espongono oltre 300 artisti, prevalentemente pittori e scultori figurativi. Nel nuovo contesto dublinese la fotografia è in espansione: nei Docklands ha inaugurato da pochi mesi l’International Centre for the Image, progetto di PhotoIreland nato per decodificare il presente.
A fronte di un settore privato che appare contratto, quello pubblico-associativo è molto espanso e può rappresentare una sorpresa per il turista culturale. Il Temple Bar Gallery+Studios, diretto da Clíodhna Shaffrey nel cuore della zona turistica gremita di pub, è una tappa obbligatoria, così come il Project Arts Centre. Una peculiarità dublinese è la natura ibrida di questi luoghi: studi, gallerie, teatri, spazi performativi e laboratori convivono nello stesso edificio. È il caso anche di The Complex, diretto da Mark O’Gorman a Smithfield, quartiere in piena gentrificazione. Fire Station Artists’ Studios e Pallas Projects concludono il quadro ma operano su appuntamento, mantenendo una dimensione quasi clandestina.
La scena dell’arte contemporanea a Dublino appare quindi vitale, eppure resta incompleta nel suo ciclo economico. Per questo motivo, lo Stato, che già interviene con esenzioni fiscali, programmi di sostegno e finanziamenti pubblici, ha avviato ad aprile un’iniziativa storica: il Bia (Basic Income for the Arts), un sussidio di 1.300 euro al mese per i lavoratori delle arti. Ciò rende il sistema culturale irlandese uno dei più strutturati d’Europa, specialmente dopo il successo del progetto pilota che ha confermato un ritorno economico attivo, la riduzione della precarietà e un importante aumento della quantità di tempo dedicato alla produzione artistica. Il paradosso emerge qui: a fronte di un forte intervento pubblico, il mercato privato resta debole e mancano le fondazioni d’arte private così come i mecenati aziendali.
Per riprendersi dalle «fatiche estetiche» e comprendere davvero Dublino, è necessario uscire dai musei ed entrare nei pub. Il Grogan’s Castle Lounge, vicino agli edifici governativi, espone una galleria di ritratti di scrittori, musicisti, attori, sportivi e politici dublinesi.
La zona di Temple Bar si conferma come un mosaico di pub dove musica e danze perpetuano la tradizione gaelica, vera anima irlandese espressa nello «storytelling», un’arte del racconto che è stata custodita per secoli dal «seanachai», il cantastorie che visitava i villaggi narrando dei «little people»: gli irlandesi chiamano così le fate, con timore reverenziale. La loro presenza è liminale ma decisiva, tanto che le strade vengono deviate pur di non violare i loro luoghi.
Malgrado le nuove sfide, Dublino resta una città villaggio, a misura d’uomo, facile da visitare a piedi, ma alle prese con la gentrificazione e l’arrivo di nuove comunità migranti. L’Irlanda idealizzata e rurale, o quella legata al fotogiornalismo dei Troubles, non bastano più a spiegare la realtà complessa della «Tigre celtica». Per questo motivo i nuovi artisti lavorano sui temi di una contemporaneità che in questa città, e su questa isola, è costretta a dialogare con una cultura ancestrale considerata vitale da un popolo famoso per il suo calore e il suo forte senso di comunità.
Nicola Davide Angerame
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