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Redazione
Leggi i suoi articoliLa ricercatrice indipendente Valentina Salerno, che in un suo nuovo studio ha ricostruito gli ultimi giorni di vita di Michelangelo Buonarroti e ha scoperto una ventina di opere sconosciute del genio fiorentino, ha presentato il 4 marzo a Roma, presso la Basilica di Sant’Agnese fuori le mura, con l’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi, che regge il complesso monumentale, la riattribuzione a Michelangelo di un busto marmoreo di Cristo Salvatore, conservato nella stessa Basilica e finora rimasto nell’oblio (finora è stato catalogato come «Busto scultoreo di autore anonimo della scuola romana del XVI secolo»).
Ad essere ricostruita è anche l’origine dell’opera: in realtà il marmo ritrae Tomaso De’ Cavalieriis, un notabile amico e sodale del grande scultore, che poi sarà, ha detto Salerno, «tra gli uomini più in vista della politica romana ed europea dell’epoca». Il De’ Cavalieriis fu «priore dei Tredici» nella Compagnia del Ss. Sacramento, confraternita a cui aderì lo stesso Michelangelo, il quale pare che, avvicinandosi alla morte, per lasciare in eredità ai confratelli i propri beni e oggetti artistici, al fine di perpetuarne lo studio.
Alla sua morte, nel febbraio 1564, i beni furono occultati a San Pietro in Vincoli, dove c’erano i Canonici Lateranensi, amici dell’artista, in una stanza segreta con chiavi multiple. E dopo la morte del De’ Cavalieriis, nell’aprile 1584, riemerse dal nascondiglio il busto che lo ritraeva. In seguito, fu il cardinale Alessandro Medici, futuro papa Leone XI e confratello della Compagnia, a trasferire il busto nel suo studiolo nella Basilica di Sant’Agnese.
L’opera reca anche con sé il racconto di una sorta di «miracolo». Il 12 aprile 1855 Pio IX andò in visita con la Corte pontificia a Sant’Agnese: per il crollo di un soffitto tutti precipitarono al piano inferiore, restando però miracolosamente illesi. Per ringraziare di quell’evento, il Papa ordinò grandi lavori nella Basilica, nei quali tra le altre cose sparì lo studiolo del cardinale Medici dov'era stato riposto il busto michelangiolesco. Questo finì nella Basilica, in una cappella sulla destra della navata, ma poi nei decenni successivi se ne persero le tracce.
Con la ricercatrice sono intervenuti alla conferenza stampa l’abate generale emerito don Franco Bergamin, il tenente colonnello Paolo Salvatori, del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio culturale, e lo studioso e critico letterario Michele Rak.
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