Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Valeria Sermonti
Leggi i suoi articoliTornano alla Certosa di Pavia, dopo un intervento di studio e restauro, i tredici corali miniati che costituiscono gli unici volumi dell’antica biblioteca certosina ancora conservati nel complesso. Dal prossimo 3 ottobre i grandi manoscritti saranno nuovamente accessibili al pubblico e collocati nella biblioteca storica, diventando una nuova tappa del percorso di visita.
Il progetto, avviato nel 2025 e promosso dalla Direzione regionale Musei nazionali Lombardia, è stato affidato al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale. Un intervento complesso, condotto con un approccio interdisciplinare, necessario per restituire leggibilità e stabilità a manufatti di eccezionale valore storico e artistico.
Le dimensioni raccontano già la straordinarietà di questi libri: ciascun volume misura circa 90 centimetri di altezza e oltre 60 di larghezza. Al loro interno erano raccolti i canti della messa destinati ad accompagnare l’intero anno liturgico. I corali furono realizzati in due fasi, tra la fine del Quattrocento e gli anni Settanta del Cinquecento. Alle miniature, eseguite tra il 1549 e il 1578, lavorarono Evangelista della Croce, Guarnerio Berretta da Pavia e il monaco vallombrosano Benedetto da Bergamo.
La storia dei manoscritti è stata però segnata anche dagli spostamenti. Dopo la soppressione del monastero, i corali furono trasferiti alla Biblioteca Braidense e nel 1786 raggiunsero Parigi. Tornati a Milano dopo la caduta di Napoleone, furono infine riportati alla Certosa nel 1883, grazie all’iniziativa dello storico Carlo Magenta.
La loro nuova esposizione richiederà particolare attenzione. La fragilità dei materiali impone infatti condizioni ambientali e luminose controllate: i volumi saranno esposti a rotazione e aperti ogni volta su pagine differenti, così da consentire la fruizione delle miniature senza compromettere la conservazione.
«Una volta assicurata l’integrità materica di queste eccezionali opere, spiega Stefano Aiello, direttore della Certosa di Pavia, abbiamo voluto restituirle al pubblico, per quanto le condizioni conservative lo consentiranno, nel loro ambiente più congeniale, l’antica biblioteca della Certosa». Un progetto nel quale tutela e valorizzazione procedono dunque insieme.
La restituzione dei corali sarà accompagnata, sabato 3 ottobre alle 10, dal convegno «Segno, suono e materia. I corali miniati della Certosa di Pavia. Il progetto di studio, conservazione e restituzione del corpus», in programma nella Sala Cartusiana. La partecipazione è gratuita, con prenotazione obbligatoria.
La presenza dei corali riporta così al centro anche la lunga storia della biblioteca certosina. Fin dalla fondazione del monastero, nel 1396, i monaci si dedicarono alla raccolta dei libri. Una prima libraria venne costruita nel 1426-27 sul lato orientale del chiostro piccolo; nel Seicento la biblioteca occupava già l’antica infermeria, tra i due chiostri. I certosini vi raccoglievano soprattutto testi liturgici, opere di ascetica, mistica e spiritualità.
Oggi, grazie al restauro, tredici di quei preziosi testimoni della cultura monastica tornano nel luogo per il quale furono pensati, offrendo ai visitatori non soltanto la possibilità di ammirare splendide miniature, ma anche di comprendere il ruolo che il libro e la musica liturgica ebbero nella vita secolare della Certosa.
Valeria Sermonti
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
L’edificio settecentesco sarà la «nuova casa» della Biblioteca Civica di Cuneo (la più antica del Piemonte), su una superficie di 12mila metri quadrati e con 12 chilometri lineari di scaffalature
Si tratta di un brano del trattato di Kadesh, tra il monarca hittita Hattusili III e il faraone Ramesse II, che venne stipulato nel XIII secolo a.C., mettendo fine a una lunga fase di rivalità tra le due grandi potenze del Vicino Oriente
Le tombe sono probabilmente collegabili alla Chiesa di Santa Sofia, un antico edificio religioso che sorgeva nella piazza principale del paese, in parte ora integrato nella Chiesa madre di Sant’Anna
Commissionata dal priore Giorgio di Challant come dono nuziale per il suo pupillo Filiberto, nasconde una peculiarità: i frutti sono melograni, ma le foglie sono quelle della quercia (e «ospita» tra i rami dei piccoli draghi)



