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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliI quadri che rappresentano il martirio di san Sebastiano mi hanno sempre fatto pensare all’episodio finale del celebre film giapponese «Il trono di sangue» (1957) di Akira Kurosawa, un Macbeth in salsa Wasabi, dove il cattivissimo Washizu (Toshirô Mifune) muore ridotto a una sorta di riccio trafitto da decine di frecce. Ma a trafitti andiamo alla grande anche noi in Occidente, e il campione della serie in Europa è certamente il nostro san Sebastiano martire, che fra le schiere di santi che il Cattolicesimo ha sempre proposto ai fedeli quali esempi di fede e fortezza spicca per quantità e qualità delle rappresentazioni. La sua è una storia iconografica che si avvia nel V secolo d.C. e arriva fino ad oggi: san Sebastiano piace infatti ancora molto agli artisti contemporanei ed è riuscito a diventare, fra l’altro, anche un’icona della cultura gay. A radunarne la storia iconografica, iconologica e religiosa ci ha pensato oggi con un volume Giovanni Manetti, che lo ha indagato con acribia storica e critica dall’antichità ai nostri giorni. L’autore ripercorre la storia del martire, indagando con attenzione documenti e cronache.
La prima fonte è la Depositio Martyrum, del Cronografo del 354, il più antico calendario della Chiesa di Roma, che pone la morte di san Sebastiano al 20 gennaio e ne testimonia il culto sin dai primissimi secoli del Cristianesimo. La seconda è un testo di sant’Ambrogio che lo dice originario di Milano, ma trasferito a Roma. Poi cominciano testi che mescolano invenzioni e fatti storici come gli Acta (o Passio) Sancti Sebastiani Martyris, e siamo nel V secolo. Si salta dopo alla Legenda aurea (1260-98) di Jacopo da Varagine, e qui cominciano i problemi perché la storia diventa confusa, fiorita di miracoli e leggende. Sebastiano sarebbe stato una guardia pretoriana, gradito agli imperatori Diocleziano e Massimiliano per la sua fedeltà e lealtà.
Scoperto però il suo credo, fu chiamato a giudizio da Diocleziano che lo condannò a morte mediante il supplizio delle frecce, legato nudo a un palo. Abbandonato perché creduto morto, fu raggiunto da Irene, matrona cristiana, che si accorse che era ancora vivo e lo curò. Ripresosi, volle nuovamente affrontare gli imperatori. Fu allora nuovamente arrestato e ucciso e il corpo fu gettato nella cloaca della città. Lo stesso santo apparve però alla matrona Lucina, indicandole dove si trovava e ordinandole di seppellirlo presso la tomba dei santi Pietro e Paolo in quelle che oggi si chiamano Catacombe di San Sebastiano.
Il suo culto si diffuse oltre che a Roma, fra i Longobardi, i Franchi e i Bizantini e fu presto associato alla protezione contro la peste, sovrapponendosi, almeno in parte, a quell’Apollo irato dell’Iliade, che lancia le frecce della peste nel campo acheo. In realtà san Sebastiano le frecce dell’ira divina le ferma e le raccoglie su di sé. La sua iconografia subisce molti cambiamenti. Fra V e XIII secolo è un uomo anziano, o comunque maturo, con la barba bianca e i capelli ricciuti, bianchi anch’essi, vestito con una lunga tunica, oppure come un comandante militare con l’armatura da soldato romano. Dopo l’XI secolo ringiovanisce progressivamente, passando da vecchio a uomo adulto. Fra XIV e XV secolo diventa un cavaliere e passa anche in sartoria a rivestirsi con abiti eleganti: giovane nobile, ricco e bello. Vestito di broccato e velluto, passeggia in molti polittici a fondo oro portando in mano una freccia che allude con discrezione al martirio. Ovviamente assurge a protettore degli arcieri. Andrea della Robbia realizza quello che è il primo san Sebastiano nudo e «casual chic», con una camicia usata come perizoma, un’impeccabile acconciatura di ricci, l’aria serena e rilassata (Musei di Montalcino). Pure Raffaello lo rappresenta forbito e sereno sullo sfondo di Urbino. Seguono, a cascata, santi Sebastiani saettati, infilzati con cento frecce, grondanti sangue, ma senza che «il patire infinga il volto», dove il dolore brilla «soltanto negli occhi», per dirla con Rilke. Tutti i più grandi pittori ci si esercitano, perché Sebastiano è bello, un bel nudo efebico maschile, con tante reminiscenze dall’antico. Da Piero della Francesca, che gli infila le più belle mutande del Rinascimento italiano, a Mantegna, Antonello da Messina, Tiziano, Michelangelo. Dal tardo Cinquecento, l’iconografia cambia e il nudo del santo comincia a fare scandalo. Lomazzo in un suo trattato afferma che «lo spettacolo lascivo di uomini nudi» poteva addirittura turbare in chiesa lo spirito delle donne. Prende forza così il tema del Sebastiano curato da Irene e i caravaggeschi non useranno mezze misure nella resa di questo soggetto. Ci si cimenteranno, oltre a Caravaggio, Nicolas Regnier, Ribera, La Tour, Trophime Bigot e, nella variante con il santo soccorso dagli angeli, Rubens e Tanzio da Varallo, che ne fa uno dei grandi capolavori della pittura secentesca italiana (National Gallery of Art di Washington). Spesso il santo è associato agli altri classici protettori dalla peste: Rocco, Cristoforo o sant’Antonio Abate. L’Ottocento non smette di dipingerlo, soprattutto in Francia: Delacroix, Corot, Moreau, Redon. E in Francia verrà presentata nel 1911 la pièce drammatica di D’Annunzio «Le martyre de Saint Sébastien» con musiche di Debussy: un testo di grande ambiguità, oscillante fra dato religioso ed erotismo. Nel 1976 il film «Sebastiane» diretto da Derek Jarman e recitato in latino lo trasforma in un’icona gay, ipotizzando un suo rapporto amoroso con Diocleziano. Una serie di studiosi contribuirà poi durante il Novecento ad associarlo all’identità omosessuale. Il tema interessa anche i giapponesi, come testimonia una foto di Kishin Shinoyama del 1966 scattata allo scrittore Yukio Mishima, in posa come il «San Sebastiano» di Guido Reni con l’espressione di chi ha «una sorta di orgasmo» (mistico «of course»). Il rapporto di san Sebastiano con il mondo gay è di attualità a tutt’oggi, con il suo corteggio di varianti sadomaso, «fetish», kitsch, come testimoniano, fra gli altri, il quadro di Pierre et Gilles o quello, veramente dissacrante, di Keith Haring. Anche la pubblicità e la moda si sono buttate su Sebastiano con Dolce e Gabbana, Versace, e perfino con pubblicità di birre.
La poesia e la letteratura contemporanee non sono state da meno, e il talentuoso poeta Gabriele Tinti ha scritto, a partire dal 2021, una serie di vibranti poesie ispirate ai tre celebri dipinti di san Sebastiano realizzati da Andrea Mantegna, poesie lette nel corso di performance artistiche internazionali. Questo santo segnato dalla bellezza rimane dunque un singolare caso di commistione fra arte e religione che, a tutt’oggi, agisce come potente risveglio estetico ed erotico, legando indissolubilmente la sua figura, oltre che al passato, anche all’immaginario psicologico ed emotivo del XX secolo.
Arabella Cifani
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