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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliNon vi è ombra di dubbio sul fatto che oggi viviamo immersi nelle immagini, che le guardiamo continuamente e che, proprio per questo, rischiamo di non vederle più veramente. Le immagini catturano l’attenzione, costruiscono percezioni e raccontano il reale ma possono anche manipolarlo e reinventarlo. Tra fotografie ritoccate, immagini generate artificialmente e rappresentazioni costruite per orientare il nostro sguardo, il confine tra realtà e sua rappresentazione si fa ogni giorno più incerto. È da questa condizione oggettiva che prende avvio uno dei fili più interessanti della prossima edizione di AKAA, la fiera parigina dedicata all’arte contemporanea africana e afro-discendente. Dal 23 al 25 ottobre, sotto la grande copertura vetrata del Carreau du Temple, la manifestazione torna per l’undicesimo appuntamento, nel calendario della Paris Art Week, e sceglie la fotografia come principale terreno di riflessione. La coincidenza con il bicentenario dell’invenzione del mezzo offre l’occasione per guardare alla fotografia oltre la sua funzione documentaria. Se due secoli di immagini hanno contribuito a registrare il mondo, hanno anche costruito narrazioni, selezionato punti di vista, fissato stereotipi e prodotto forme di memoria. La fotografia non è dunque soltanto ciò che conserva un istante ma anche uno strumento attraverso cui una società decide che cosa ricordare, chi rendere visibile e da quale prospettiva raccontare la propria storia. È un tema particolarmente significativo quando lo sguardo si sposta verso l’Africa e le sue diaspore. Per lungo tempo la rappresentazione del continente è stata affidata, in larga misura, a sguardi esterni. La fotografia contemporanea africana e afro-discendente ha progressivamente costruito un’altra possibilità producendo nuovi archivi visivi, più complessi e plurali, capaci di restituire la molteplicità delle esperienze.
La sezione fotografica della fiera rende concreta questa prospettiva attraverso una selezione che attraversa generazioni, geografie e linguaggi differenti. Tra gli espositori figurano Fisheye Gallery, con il lavoro di Delphine Diallo, e Galerie Carole Kvasnevski, che presenta due figure di grande rilievo come Angèle Etoundi Essamba e Zanele Muholi. La presenza di Omar Victor Diop presso Magnin-A aggiunge un ulteriore capitolo a una ricerca in cui fotografia, storia, autorappresentazione e costruzione dell’identità si intrecciano. Accanto a loro, la selezione comprende Gavin Goodman, Gabriel Dia, Paul Kodjo, Maya Inès Touam e il duo Charlotte Brathwaite e Malick Welli, a testimoniare una scena che non può essere ricondotta a un unico linguaggio fotografico. Sono infatti immagini richiedono di essere contestualizzate e dove il corpo, il paesaggio, l’archivio, la memoria familiare e la storia collettiva diventano materia di ricerca.
La pluralità degli sguardi costruisce uno degli elementi più interessanti dell’edizione 2026. Le fotografie rendono più complesso il racconto parlando di una società in trasformazione, tradizioni reinventate, aspirazioni giovanili, migrazioni, conflitti e forme di resilienza ma anche la dimensione più ordinaria dell’esistenza: la casa, la strada, il gesto, la festa, il paesaggio. Questa molteplicità trova un corrispettivo nell’intera selezione della fiera. Accanto alle gallerie parigine, AKAA riunisce realtà provenienti da Roma, Ginevra, Harare, Kampala, Maputo, Bruxelles, Schiedam, Milano e Lugano, costruendo una geografia che supera i confini francesi e rende evidente quanto il sistema dell’arte contemporanea africana sia oggi interconnesso.
Tra i partecipanti della main section, per esempio, Galleria Anna Marra porta da Roma Turiya Magadlela e Dana Zvulun; LOFT3 Gallery, da Harare, presenta Hloniphani Noah Dialo Dube, Mukudzei Muzondo e Gillian Roselli; Umoja Art Gallery di Kampala riunisce Eltayeb Dawelbait, Pamela Enyonu e Babirye Erinah. Primo Marella Gallery, tra Milano e Lugano, propone invece un nucleo particolarmente articolato con Joël Andrianomearisoa, Amani Bodo, Godwin Champs, Tegene Kunbi e Samuel Nnorom.
La mappa si allarga ulteriormente con artisti come Aliou Diack, Soly Cissé, Gopal Dagnogo, Dominique Zinkpè, Youss Atacora, Sébastien Boko, Paterne Dokou, Rachel Malaika e Angeline Masuku, presenze che mostrano quanto sia ormai difficile parlare di una sola «scena africana». È significativo, in questo quadro, il rilievo dato anche agli artisti dei Caraibi e della diaspora francofona. Laurent Jasmin, Izae Etifier, Sylvia Eustache Rools ed Ernest Breleur introducono altre coordinate storiche e culturali, mentre la presenza di Fahamu Pecou dagli Stati Uniti o di Claribel Calderius da Cuba amplia ulteriormente il campo. L’idea di contemporaneità africana che emerge dalla fiera è quindi necessariamente transnazionale.
Amadeo Carvalho. Courtesy Les Arts Voyagent
Ernest Breleur. Courtesy Ceysson & Bénétière
Questa apertura geografica riflette anche l’evoluzione di AKAA negli ultimi dieci anni. La fiera ha accompagnato la crescita di un mercato che oggi possiede una visibilità internazionale molto maggiore, contribuendo alla circolazione di artisti che sono diventati figure riconosciute tanto nelle scene africane quanto nel sistema globale dell’arte. Sotto la direzione artistica di Sitor Senghor, AKAA continua a proporsi come luogo di confronto tra artisti, gallerie, collezionisti, curatori e istituzioni, mettendo in discussione le categorie attraverso cui l’arte africana viene osservata e classificate. Les Rencontres AKAA, incontri, conversazioni, performance, proiezioni e dibattiti con artisti, curatori, studiosi e professionisti del sistema dell’arte, permettono di spostare il discorso oltre le opere e oltre la loro dimensione commerciale, affrontando le questioni che attraversano oggi la produzione contemporanea africana e il suo crescente impatto internazionale. Dopo l’edizione celebrativa del decennale, AKAA arriva dunque all’undicesimo appuntamento in una fase di consolidamento, ma anche di ridefinizione. La sua forza non sta più soltanto nell’aver contribuito a rendere visibile una scena in crescita bensì nella possibilità di diventare uno spazio in cui quella stessa scena possa essere interrogata ... in tutta la sua complessità.
Monica Trigona
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