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Francis Offman, Senza titolo, 2025-2026

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Francis Offman, Senza titolo, 2025-2026

Più bianco del bianco. In mostra a Bologna una riflessione sul senso ultimo della pratica pittorica

La seconda personale dell'artista alla galleria P420 si concentra sugli aspetti tecnici e poetici del suo lavoro, incentrato sul recupero di materiali di scarto e la stratificazione dei ricordi d'infanzia

Alberto Camogli

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Più bianco del bianco. Oppure: è possibile superare se stessi e assumere una forma ancora più aderenti alla propria essenza? O per raggiungere tale stato sublimato è preferibile ridursi al minimale, togliere strati per raggiungere il senso? Questione che P420 di Bologna si pone applicandola all'arte, in particolare alla pittura di Francis Offman, in una mostra intitolata appunto «Più bianco del bianco». Si tratta della seconda esposizione personale negli spazi della galleria, in programma dall'8 settembre al 14 novembre.

Nel lavoro dell'artista, la tensione a ragionare sul senso e sulle possibilità ultime della pittura ha un ruolo fondamentale. La sua pratica si sviluppa attraverso una soluzione che rifiuta il supporto tradizionale: le sue opere sono infatti tele prive di telaio, caratterizzate da perimetri irregolari e contorni frastagliati sui quali la materia cromatica si organizza per campiture piatte, dense e uniformi.

La prassi di Offman muove da una fase preparatoria di recupero e stratificazione. Prima ancora dell'intervento pittorico, la ricerca si concentra sulla raccolta di materiali trovati o ricevuti in dono, elementi d'uso quotidiano che recano con sé una memoria individuale e specifici contesti culturali. Carte sottili o spesse provenienti da imballaggi di pane o scatole di scarpe vengono inserite direttamente sulla superficie tramite il collage, generando strappi, ferite e discontinuità nel campo visivo. Da questi incastri di materia e colore affiorano solo raramente frammenti riconducibili a una dimensione figurativa reale, come la sagoma di un albero secco, il profilo di una montagna o una porzione d'acqua, di terra e di cielo.

La composizione libera e dinamica che ne deriva rifiuta la costruzione di un paesaggio integro o pacificato. I frammenti accostati sulla tela evocano piuttosto richiami minimi e sottotraccia a un mondo lontano, legato all'Africa e al Ruanda dove l'artista ha trascorso parte dell'infanzia. Attraverso una sintesi visiva che lavora sui margini dell'astrazione, le superfici di Offman danno forma alle pieghe di un'identità incerta, trasformando il supporto pittorico in un luogo di emersione per memorie traumatiche e consuetudini stratificate.

Alberto Camogli, 07 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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