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Coppo di Marcovaldo (attribuito), «La predica al sultano», da «San Francesco e storie della sua vita», 1245-50, Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi

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Coppo di Marcovaldo (attribuito), «La predica al sultano», da «San Francesco e storie della sua vita», 1245-50, Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi

Piccole storie dal Medioevo intorno a san Francesco • Un grande fuoco mai acceso

Nell’estate del 1219 ebbe luogo l’incontro tra san Francesco e al-Malik al-Kāmil, sultano d’Egitto: «da una predica per convertire, siamo passati a una sfida da vincere»

Come per le fotografie di cronaca contemporanea, il fermo immagine scelto a illustrare una storia influenza e determina l’interpretazione della storia stessa. Tale uso strumentale della comunicazione visiva è palese nella raffigurazione dell’incontro tra san Francesco e al-Malik al-Kāmil, sultano d’Egitto.

Le fonti (anche non francescane) concordano sulla dinamica degli eventi. Nell’estate del 1219 Francesco raggiunse Damietta, in Egitto, dove infuriava la quinta crociata. Senza temere (o perseguendo) il martirio, ottenne dal legato pontificio l’autorizzazione a inoltrarsi in campo nemico, volendo incontrare e convertire il sultano. Pur intercettato, arrestato, ingiuriato e malmenato, riuscì a raggiungerlo e ne ebbe udienza. Al-Malik al-Kāmil lo trattò con rispetto e lo ascoltò; affascinato dal suo coraggio, dalla sua parola e dalla sincerità della sua fede cercò di convertirlo alla propria e poi lo congedò.

La prima illustrazione (nota) dell’episodio compare nella tavola Bardi (1245-50), attribuita a Coppo di Marcovaldo e conservata nella Cappella di Santa Croce a Firenze da cui ha assunto il nome. Francesco (accompagnato da tre compagni) vi predica, con una mano sospesa nel gesto della parola e l’altra che regge il libro, cioè il Vangelo, significativamente aperto.

Si rivolge al sultano e a un folto gruppo di uditori (tra cui almeno una donna) seduti a terra, all’orientale, accanto al trono; con spazialità tipicamente romanica, le loro teste (sovradimensionate) si allineano e sovrappongono in quattro file parallele, per poi addensarsi in un insieme di calotte colorate. Sono dunque moltissimi e tutti, sultano compreso, hanno volti di profilo o scorciati con lo sguardo rivolto a Francesco, a mostrare e dimostrare (con straordinaria chiarezza espressiva) l’efficacia della sua parola.

Giotto, «La prova del fuoco», 1317-25, Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi

Taddeo Gaddi, «La prova del fuoco», 1335-40, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek

Se, sostando nella Cappella Bardi, alzassimo lo sguardo dalla tavola di Coppo di Marcovaldo al ciclo affrescato da Giotto una settantina d’anni dopo, ritroveremo il medesimo episodio ma fissato in un istante successivo, secondo l’iconografia inaugurata da Giotto stesso nella Basilica superiore di Assisi e assunta a modello di innumerevoli versioni successive. La forza visiva della parola di Francesco è totalmente svanita, come segnala anche la variazione del titolo attribuito alle scene: da «Predica davanti al sultano» a «La prova del fuoco».

Fonte di riferimento è la Leggenda maggiore di Bonaventura da Bagnoregio, dal 1266 unica biografia autorizzata del santo. Bonaventura conferma che il sultano «ascoltò volentieri» Francesco, pregandolo vivamente «di restare presso di lui». Aggiunge poi un episodio inedito. Francesco avrebbe chiesto di accendere un fuoco «il più grande possibile» entro cui gettarsi insieme ai sacerdoti musulmani: dall’esito di tale ordalia il sultano avrebbe dedotto «quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Il sultano declinò l’offerta, dubbioso sulla disponibilità dei suoi, uno dei quali, aggiunge Bonaventura, era scomparso «appena udite le parole della sfida».

Quel grande fuoco che mai fu acceso brillò in tutte le raffigurazioni successive: per esempio nella piccola tavola (1335-40) di Taddeo Gaddi all’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, oppure in quella di Beato Angelico (1429) al Lindenau Museum di Altenburg. Nella versione del Sassetta (1437-44), presso la National Gallery di Londra, Francesco sembra tuffarsi entro le elegantissime e ricciolute fiamme, tra la preoccupazione del compagno e lo sconcerto degli infedeli.

Come osservava Chiara Frugoni, «da una predica per convertire, siamo passati a una sfida da vincere», anche se la Regola non bollata (1221) prescriveva ai fratelli «che vanno tra i saraceni e gli altri infedeli» di non fare «liti o dispute». L’arte, anche in questo caso, racconta una storia diversa.

Beato Angelico, «La prova del fuoco», 1429, Altenburg, Lindenau Museum (particolare)

Sassetta, «La prova del fuoco», 1437-44, Londra, National Gallery

Virtus Zallot, 17 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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