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Giotto, «Rinuncia ai beni paterni», 1317-25, Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi. Alle estremità della scena, i due bambini lanciasassi

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Giotto, «Rinuncia ai beni paterni», 1317-25, Firenze, Santa Croce, Cappella Bardi. Alle estremità della scena, i due bambini lanciasassi

Piccole storie dal Medioevo intorno a san Francesco • Bambini sfortunati oppure monelli

L’assenza di empatia verso l’infanzia, oltre a registrare le consuetudini di un tempo in cui i bambini erano di competenza femminile, risentì certo delle scelte di vita del santo, oltre che della sensibilità e mentalità dei suoi biografi

Secondo le fonti francescane, raramente san Francesco si relazionò con i bambini, dimostrandosi invece vicino, e spesso affettuoso, con gli animali. Il solo bambino che abbracciò fu il piccolo Gesù nel presepe di Greccio, ma si trattava (a seconda delle versioni) di una visione o di una statuina. L’assenza di empatia verso l’infanzia, oltre a registrare le consuetudini di un tempo in cui i bambini erano di competenza femminile, risentì certo delle scelte di vita del santo, oltre che della sensibilità e mentalità dei suoi biografi.

Francesco, tuttavia, ne soccorse, risanò e risuscitò molti, prevalentemente post mortem, rendendo il resoconto dei suoi miracoli un catalogo (tradotto in numerosissime immagini) delle disgrazie e dei pericoli a cui erano esposti. Negli affreschi (1485) della Cappella Sassetti in Santissima Trinità a Firenze, per esempio, Ghirlandaio immortalò la vicenda di un bambino caduto da una finestra e poi risuscitato.

Domenico Ghirlandaio, «Miracolo del fanciullo resuscitato», 1485, Firenze, Santa Trinità, Cappella Sassetti. Nel particolare, si vede il bambino precipitare dal balcone e, in primo piano sulla destra, rialzarsi sopra al catafalco

«Miracolo della bambina dal collo torto», da «San Francesco, storie della sua vita e miracoli post mortem», 1255 ca, Pistoia, Museo Civico

Il primo miracolo registrato presso il sepolcro del santo sanò proprio una bambina, nata con la testa attaccata alla spalla. L’episodio sempre compare nelle tavole duecentesche, tra le piccole scene narrative che affiancano il grande santo centrale: per esempio, nell’esemplare (1255 circa) al Museo civico di Pistoia. Lo schema iconografico, ripetuto con minime varianti, prevede la bambina (vistosamente deforme) a terra accanto alla cassa e la madre implorante; quindi la madre che esce di scena recando sulle spalle la figlioletta guarita. Questo e altri miracoli saranno poi «dimenticati» (ma non per distrazione) dal biografo ufficiale, Bonaventura da Bagnoregio, scomparendo anche dalle storie illustrate.

Giotto tuttavia, nel ciclo della Basilica superiore di Assisi (1290-92) lo citò nella «Canonizzazione di san Francesco», collocando la bambina accanto al sepolcro per quanto il miracolo fosse avvenuto due anni prima: non presenza effettiva, dunque, ma visualizzazione delle parole che il papa pronunciò quando, comunicando al popolo convenuto l’elenco dei miracoli, iniziò proprio da quello della bambina dal collo torto.  

Tra i molti convenuti, Giotto ha inserito altri bambini, come del resto testimoniato da Tommaso da Celano nella Vita prima (1229). Uno, comprensibilmente annoiato, è afferrato per i capelli e per il mento dalla madre che lo costringe, senza tanti complimenti, ad alzare lo sguardo verso il pontefice. A un altro, più piccolo e in braccio alla madre, la distrazione è invece concessa. Due più grandicelli sono condotti a toccare la cassa.

Giotto, «Canonizzazione di san Francesco», 1290-92, Assisi, San Francesco, Basilica superiore. Accanto alla cassa che contiene il corpo del santo si scorge la bambina dal collo torto, Tra il pubblico altri bambini

Giotto, particolare dalla scena precedente, con il bambino annoiato e distratto

La novità della pittura giottesca si misura anche nella verità e vivacità dei bambini che qui, come altrove, fungono da spettatori e segnalano una partecipazione popolare, tale da includere, appunto, anche i più piccoli: come quello nel «Pianto delle Clarisse», arrampicato su un ulivo a procurarsi un ramo per aggiungersi alla folla che, «con rami d’albero e gran numero di fiaccole» (Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda maggiore, 1263), scorta il corpo di Francesco sino ad Assisi. I due monelli nella «Rinuncia ai beni paterni» hanno invece raccolto alcune pietre, intenzionati a scagliarle contro il santo. Giotto li ha inseriti anche nel medesimo episodio (1317-25) della Cappella Bardi, in Santa Croce a Firenze, dove sono trattenuti a forza l’uno da un chierico e l’altro dalla madre. Ripetutamente citati, ricompaiono, per esempio, nel ciclo (1450-52) di Benozzo Gozzoli in San Francesco a Montefalco (Perugia).

Un bambino lanciasassi è invece all’opera nell’«Allegoria di Povertà», realizzata (intorno al 1334) da Giotto e bottega nella Basilica inferiore di Assisi. Sta lanciando una pietra non contro Francesco ma contro la sua sposa, Povertà, che un altro bambino infastidisce con un bastone.

Ai bambini era dunque assegnato il compito iconografico di manifestare, con sincerità infantile, lo sconcerto suscitato dal comportamento del santo, esimendo gli adulti dall’imbarazzo (postumo) di esprimerlo. Postumo perché, a suo tempo, proprio gli adulti «gli lanciavano contro il fango e i sassi delle strade, e, strepitando e schiamazzando, lo insultavano come un pazzo» (Leggenda maggiore); ma, al tempo di Giotto, se ne sarebbero vergognati.

Giotto, «Rinuncia ai beni paterni», 1290-92, Assisi, San Francesco, Basilica superiore. Sulla sinistra, i due bambini pronti a lanciare i sassi contro il santo

Benozzo Gozzoli, «Rinuncia ai beni paterni, particolare», 1450-52, Montefalco (Perugia), chiesa-museo di San Francesco. A sinistra, i bambini lanciasassi

Virtus Zallot, 13 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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