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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliUno dei più importanti artisti contemporanei della sua generazione debutta nel cinema di finzione, portando sul grande schermo una ricerca che da oltre trent'anni attraversa immagini in movimento, installazioni, dispositivi narrativi e trasformazioni dello spazio espositivo. È Philippe Parreno, protagonista della 21ª Festa del Cinema di Roma con Riverrun (2026), presentato il 24 ottobre in anteprima mondiale nella sezione Freestyle. Un film interpretato da Charlotte Gainsbourg, Zoë Saldaña, Vicky Krieps e Ángela Molina, che affronta i temi dell'identità, della fragilità del corpo e delle trasformazioni della percezione. La distribuzione italiana è prevista nella primavera del 2027, attraverso Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures. Il progetto segna un passaggio significativo nella carriera dell'artista francese: per la prima volta Parreno costruisce un lungometraggio narrativo, confrontandosi con la durata, i personaggi e le convenzioni del cinema di finzione.
Al centro della storia si trova Lucy H., interpretata da Charlotte Gainsbourg, una musicista che sta progressivamente perdendo il controllo del proprio corpo e della propria voce. La sua psichiatra, la dottoressa Cruz, interpretata da Zoë Saldaña, le suggerisce un periodo di osservazione in una clinica isolata in Spagna. Qui Lucy incontra Tony, interpretata da Vicky Krieps, una figura enigmatica che modifica profondamente la percezione che la protagonista ha di sé. Quello che inizialmente si presenta come un percorso terapeutico si trasforma progressivamente in una ricerca più complessa, nella quale i confini tra individuo, ambiente e realtà diventano sempre meno definiti. La trama costituisce tuttavia soltanto la struttura iniziale di un progetto che nasce da interrogativi più vicini alla ricerca artistica che al cinema psicologico tradizionale. Che cosa significa rappresentare un'identità? Come può un corpo trasformarsi attraverso le immagini, i suoni e lo spazio che lo circonda? E fino a che punto un personaggio può rinunciare alla propria centralità narrativa, diventando parte dell'ambiente nel quale si muove?
Sono questioni che attraversano da tempo il lavoro di Parreno e che in Riverrun assumono una nuova dimensione. Nelle note di regia, l'artista descrive il film come un ritratto destinato a trasformarsi in paesaggio. La figura della protagonista perde progressivamente la propria autonomia visiva e narrativa, fino a diventare parte di una dimensione più ampia, fatta di durata, spazio e percezione. La depressione, condizione dalla quale prende avvio il racconto, non viene affrontata attraverso una rappresentazione clinica o un percorso convenzionale di guarigione: Parreno dichiara di volerla spostare dall'interiorità del personaggio verso l'ambiente, trasformandola da esperienza individuale in una condizione temporale e percettiva.
È un'impostazione profondamente coerente con il percorso di un artista che, fin dagli anni Novanta, ha contribuito a ridefinire il rapporto tra opera, spettatore e contesto espositivo. Nato nel 1964, Philippe Parreno si è imposto sulla scena internazionale attraverso una pratica che mette in discussione l'idea dell'opera d'arte come oggetto autonomo e concluso. Nelle sue installazioni, film e ambienti, il tempo diventa spesso il principale elemento compositivo, mentre immagini, suoni, luci e dispositivi tecnologici vengono organizzati secondo sequenze capaci di modificare continuamente l'esperienza dello spettatore. Le sue opere sono state presentate in istituzioni come Tate Modern, Centre Pompidou, MoMA, Guggenheim Museum e Fondation Beyeler, oltre che nei progetti della LUMA Foundation. In questi contesti Parreno ha costruito sistemi espositivi nei quali l'architettura, gli elementi audiovisivi e il movimento del pubblico contribuiscono a definire il significato dell'opera. Non si tratta semplicemente di mostrare immagini, ma di costruire le condizioni attraverso le quali esse vengono percepite.
Il rapporto con il cinema occupa da sempre una posizione centrale in questa ricerca. Nel 2006, insieme a Douglas Gordon, Parreno realizzò Zidane: A 21st Century Portrait, un film costruito seguendo il calciatore francese Zinedine Zidane durante una singola partita di calcio attraverso un sistema di diciassette telecamere. L'obiettivo non era raccontare l'incontro sportivo secondo le convenzioni della ripresa televisiva, ma costruire il ritratto di un individuo attraverso la sua presenza fisica, i movimenti, i gesti e il rapporto con lo spazio che lo circondava. L'opera rappresenta ancora oggi uno degli esempi più significativi dell'incontro tra linguaggio cinematografico e ricerca artistica contemporanea. La durata della partita diventava quella del film, mentre la concentrazione pressoché esclusiva sul protagonista trasformava un evento collettivo in un'indagine sulla presenza individuale. L'immagine di Zidane non era costruita attraverso interviste o ricostruzioni biografiche, ma attraverso l'osservazione continua di un corpo in azione.
La stessa attenzione alla costruzione del ritratto ritorna in Marilyn (2012), dedicato alla figura di Marilyn Monroe, e nei progetti legati ad Annlee, il personaggio di manga giapponese acquisito insieme a Pierre Huyghe e successivamente trasformato in protagonista di una complessa sperimentazione sull'identità, sulla proprietà dell'immagine e sulla possibilità di attribuire una nuova esistenza a una figura di finzione. In tutti questi lavori, Parreno mette in discussione il rapporto tra il soggetto rappresentato e i dispositivi attraverso i quali viene prodotto e percepito.
Con Riverrun, questa ricerca compie un ulteriore passaggio. Il ritratto non riguarda più soltanto una persona osservata dall'esterno, ma un personaggio la cui identità si modifica durante il racconto. La scelta di Charlotte Gainsbourg appare particolarmente significativa: attrice e musicista, protagonista di una carriera costruita tra cinema d'autore, sperimentazione e ricerca musicale, Gainsbourg interpreta una figura la cui crisi coinvolge proprio il corpo e la voce, due elementi fondamentali della sua identità artistica. Accanto a lei, la presenza di Zoë Saldaña, Vicky Krieps e Ángela Molina riunisce interpreti provenienti da tradizioni cinematografiche differenti. Il film assume così anche il carattere di una produzione internazionale, sviluppata tra Stati Uniti ed Europa attraverso una rete di società e collaborazioni che comprendono Felix Culpa, Anna Lena Films, MDAC Productions, LEAF Films, ProdCo e Angel Archer.
La dimensione audiovisiva del progetto è affidata alla fotografia di Maceo Bishop e alle musiche originali di Invisible Mountain, il duo composto da Nicolas Becker e LEXX, collaboratori di lunga data dell'artista. Il ruolo del suono è particolarmente importante in un'opera che ha per protagonista una musicista e che affronta il progressivo mutamento della relazione tra corpo, spazio e percezione. È anche attraverso questa componente che emerge una delle questioni centrali del film: il rapporto tra la struttura narrativa e l'autonomia delle immagini. Parreno ha costruito gran parte della propria carriera esplorando la possibilità che un'opera audiovisiva produca significato attraverso la sua durata, la sua articolazione spaziale e le condizioni della fruizione, piuttosto che affidarsi esclusivamente a un racconto lineare. Il passaggio al lungometraggio di finzione implica ora il confronto con una forma più definita, nella quale il film possiede un inizio, uno sviluppo e una conclusione, ma può conservare zone di ambiguità e indeterminazione.
La scelta della Festa del Cinema di Roma, e in particolare della sezione Freestyle, dedicata alle proposte cinematografiche meno convenzionali, risponde alla natura di un progetto che si colloca tra linguaggi differenti. La presenza di Parreno conferma inoltre il crescente interesse dei festival cinematografici verso gli artisti visivi che utilizzano il film come estensione della propria pratica, contribuendo a rendere meno rigida la distinzione tra cinema d'autore, videoarte e installazione.
Sophie Seydoux
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