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Courtesy Raffaella Cortese

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Marcello Maloberti illumina Parigi, Raffaella Cortese racconta le inquietudini del presente

Ad Art Basel Paris 2026, Galleria Raffaella Cortese presenta undici artisti in un percorso che attraversa disegno, pittura, fotografia, scultura e installazione. A collegare lo stand al programma pubblico della fiera è Marcello Maloberti, con «CIEL», una scritta al neon sospesa a venti metri d'altezza su avenue Winston-Churchill, e una seconda opera luminosa all'interno del Grand Palais. Dai lavori di Anna Maria Maiolino e Roni Horn alle ricerche di Monica Bonvicini, Zoe Leonard, Gabrielle Goliath e Mirosław Bałka, la selezione riflette sui rapporti tra linguaggio, memoria, vulnerabilità e percezione dello spazio.

Sophie Seydoux

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Una parola luminosa, scritta a mano e sospesa a venti metri d’altezza sopra avenue Winston-Churchill, tra il Grand Palais e il Petit Palais. È CIEL, l’intervento di Marcello Maloberti che accompagna la partecipazione della Galleria Raffaella Cortese ad Art Basel Paris 2026, trasformando una semplice scritta al neon in un’apparizione urbana. Le quattro lettere, capovolte e rivolte idealmente verso il cielo, introducono uno dei temi centrali della presentazione della galleria milanese: la capacità dell’arte di modificare la percezione del reale attraverso il linguaggio, la memoria e il rapporto con lo spazio. Il progetto prosegue all’interno del Grand Palais, nello stand 0.A39, dove Raffaella Cortese riunisce undici artisti di generazioni e provenienze differenti: Francesco Arena, Silvia Bächli, Mirosław Bałka, Monica Bonvicini, Alejandro Cesarco, Gabrielle Goliath, Roni Horn, Zoe Leonard, Anna Maria Maiolino, Marcello Maloberti e Jessica Stockholder. Una selezione che attraversa pittura, disegno, fotografia, scultura e installazione, costruendo un percorso in cui le opere mantengono la propria autonomia, ma condividono l’attenzione per la fragilità delle immagini, l’instabilità dei significati e la relazione tra corpo e ambiente.

A collegare lo stand allo spazio pubblico è dunque Maloberti, che collabora con la galleria dal 1999 e che da tempo utilizza parole, immagini e gesti come strumenti per intervenire sulla percezione dei luoghi. L’installazione CIEL (2026), sostenuta da una piattaforma aerea, assume l’aspetto provvisorio di un cantiere, mentre la scritta capovolta sembra destinata a uno spettatore immaginario collocato sopra la città. All’interno della fiera, ARC EN CIEL, un secondo neon del 2026, trasferisce questa ricerca in una dimensione più raccolta, evocando attraverso il linguaggio un’immagine che non viene rappresentata direttamente. A completare la presenza dell’artista è POLITICA (2026), realizzata con pennarello su carta e fermagli metallici. Il rapporto tra parola e immagine trova un diverso sviluppo nelle opere di Roni Horn, presente con Hack Wit – The Blessing of Doubt (2014), appartenente alla serie nella quale l’artista americana scompone e ricombina proverbi ed espressioni comuni attraverso il disegno e l’acquerello. Le frasi perdono la propria struttura originaria e acquistano significati inattesi, mettendo in discussione l’apparente stabilità del linguaggio. Un interesse per il segno che attraversa anche la ricerca di Anna Maria Maiolino, Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 2024. La galleria presenta un dipinto senza titolo della serie Propícios (2013), un acrilico su tela di due metri di larghezza, affiancato da lavori su carta delle serie Projxetos de Escarificações (2015) e Interações (2019). Nelle sue opere il gesto si traduce in una scrittura fisica, fatta di ripetizioni, accumulazioni e variazioni, nella quale la superficie conserva la traccia del movimento e del tempo.

Dalla densità dei segni di Maiolino si passa alla sottrazione di Silvia Bächli, rappresentata da una selezione di disegni a guazzo su carta, tra cui un grande lavoro senza titolo del 2025. Le linee, spesso irregolari e aperte, definiscono un equilibrio tra presenza e vuoto, trasformando il foglio in uno spazio nel quale anche ciò che non viene disegnato partecipa alla costruzione dell’immagine. Una diversa relazione tra corpo e spazio emerge nelle opere di Monica Bonvicini, che affronta la vulnerabilità dell’architettura e le contraddizioni delle strutture concepite per offrire protezione. Alabama 2011 (2016), un dittico di oltre tre metri di larghezza, e Woodward, Oklahoma, 2012 (2019) appartengono alla ricerca dell’artista sulle conseguenze degli uragani e delle catastrofi naturali. Gli edifici vengono osservati nel momento del cedimento, quando la casa perde la propria funzione di rifugio e rivela la precarietà delle costruzioni umane. Accanto a queste opere, il piccolo bronzo Belt Exercises No. 1 (2018) introduce una differente scala di intervento, confermando la continuità di una ricerca che intreccia architettura, potere, genere e condizione fisica.

Il tema della vulnerabilità assume un significato più direttamente legato alla memoria e alla testimonianza nelle opere di Gabrielle Goliath, artista sudafricana che sviluppa una pratica incentrata sulle conseguenze della violenza e sulle possibilità della cura. A Parigi presenta Bearing XVI (2025) e due ritratti della serie Beloved, dedicati a Sonia e Mahmoud. Attraverso il disegno e il pastello, l’immagine diventa uno strumento per affermare la singolarità delle persone rappresentate, sottraendole all’anonimato e restituendo alla memoria una dimensione individuale. Un’attenzione altrettanto rigorosa verso le tracce dell’esistenza caratterizza la fotografia di Zoe Leonard, presente con Tombstone with Two Hearts (1985-91) e una coppia di stampe alla gelatina ai sali d’argento del 2020-22. Nelle sue immagini, luoghi, oggetti e dettagli apparentemente marginali diventano testimonianze delle trasformazioni culturali e sociali. La distanza dello sguardo fotografico permette di individuare relazioni che spesso sfuggono all’osservazione quotidiana. Alejandro Cesarco, invece, utilizza fotografia, riferimenti biografici e citazioni per interrogare il rapporto tra memoria, desiderio e tempo. The Long Term (A Measure of Intimacy II) (2020) affronta la possibilità di misurare una relazione affettiva, mentre All the Doors of My Mother’s Home (2022) e Untitled (John Baldessari’s Knees) (2026) proseguono una ricerca nella quale l’immagine assume spesso il carattere di un frammento o di una traccia, lasciando aperte differenti possibilità interpretative.

La misura è anche il principio attorno al quale si sviluppano le sculture di Mirosław Bałka, che utilizza proporzioni e materiali per evocare il corpo, la memoria e l’assenza. I titoli delle opere presentate a Parigi, 65 × 20 × 17 (2013-22) e 107 × 42 × 38 (2010), coincidono con le loro dimensioni fisiche. Terracotta, plastica, acciaio e terrazzo definiscono presenze essenziali, nelle quali il riferimento numerico elimina ogni narrazione esplicita, affidando alla materia e alle proporzioni il compito di suggerire una relazione con l’esperienza umana. Un procedimento che trova un’affinità nella ricerca di Francesco Arena, presente con I miei due look (ottobre) (2025), una piccola scultura in bronzo. Anche per Arena il corpo costituisce frequentemente un’unità di misura attraverso la quale mettere in relazione la dimensione individuale con la storia, lo spazio e la memoria. A introdurre un diverso rapporto tra materia e composizione è infine Jessica Stockholder, la cui ricerca supera le distinzioni tradizionali tra pittura, scultura e oggetto. La galleria presenta un tappeto di lana senza titolo, realizzato tra il 2006 e il 2011, e Coronavirus Homework No. 35: After Rothko (2020), costruito attraverso l’accostamento di gommapiuma, tulle, pittura acrilica, carta e altri materiali. Il colore diventa una presenza fisica, capace di organizzare lo spazio e di trasformare elementi eterogenei in una composizione che mantiene un carattere volutamente instabile.

La proposta di Raffaella Cortese non segue dunque un unico movimento o una specifica generazione, ma individua una sensibilità condivisa tra ricerche anche molto distanti. Il linguaggio di Maloberti e Horn, i segni di Maiolino e Bächli, le architetture di Bonvicini, le immagini di Leonard e Goliath, le misure di Bałka e Arena, le riflessioni di Cesarco e gli assemblaggi di Stockholder affrontano la questione di come attribuire una forma a ciò che spesso rimane difficile da rappresentare: la memoria, l’identità, il tempo, la vulnerabilità e le relazioni tra individui. È anche una selezione che restituisce alcuni degli orientamenti della galleria milanese, fondata da Raffaella Cortese nel 1995, e caratterizzata da collaborazioni artistiche sviluppate lungo archi temporali estesi. Roni Horn lavora con la galleria dal 1997, Marcello Maloberti dal 1999 e Zoe Leonard dal 2001: una continuità che consente di leggere lo stand come il risultato di relazioni costruite nel tempo, piuttosto che come una semplice aggregazione di opere. Sul piano commerciale, nella documentazione pubblicata dalla galleria risultano già contrassegnati come venduti Untitled (John Baldessari’s Knees) di Alejandro Cesarco e il tappeto Untitled di Jessica Stockholder, senza indicazione dei prezzi. L’estensione della presentazione nello spazio pubblico attraverso CIEL costituisce infine un elemento distintivo della partecipazione parigina. La scritta luminosa di Maloberti introduce un gesto poetico nell’architettura monumentale della città, mentre all’interno del Grand Palais le opere degli altri artisti sviluppano differenti possibilità di interrogare ciò che consideriamo familiare. Ne emerge una concezione dell’arte contemporanea nella quale il significato non è mai definitivamente stabilito, ma continua a trasformarsi attraverso il rapporto tra opera, contesto e spettatore. Dalla parola sospesa sopra avenue Winston-Churchill alle opere raccolte nello stand, Raffaella Cortese costruisce una presentazione che considera l’instabilità come una condizione del presente e, insieme, una possibilità della ricerca artistica.

Galleria Raffaella Cortese, Art Basel Paris 2026, Grand Palais, stand 0.A39, 21-25 ottobre 2026. Programma pubblico: Marcello Maloberti, «CIEL», avenue Winston-Churchill.

 

 

Sophie Seydoux, 22 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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