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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliPromuovere una gestione integrata ed efficace del patrimonio culturale, capace di coniugare tutela, valorizzazione economica e fruizione in sicurezza, è oggi una sfida centrale per operatori pubblici e privati. Il Ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli sta lavorando a progetti strategici per rendere il sistema museale italiano all’avanguardia nel mondo con l’Istituto centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale, guidato da Alessio de Cristofaro, che «elabora parametri qualitativi e quantitativi, procedure e modelli digitali diretti a valutare la gestione degli istituti e dei luoghi della cultura statali, in termini di economicità, efficienza ed efficacia, nonché di qualità dei servizi di fruizione e di valorizzazione erogati». La sensibilità per questi argomenti sta permettendo di far emergere la capacità, tutta italiana, di creare novità in grado di ottenere un primato a livello mondiale sul tema della gestione dei musei. Alla luce di queste esigenze nasce SGPI01:2024, il nuovo standard sviluppato da Certiquality insieme agli Stati Generali del Patrimonio Italiano, pensato per offrire un modello condiviso di governance dei beni culturali e paesaggistici. Il tema è stato al centro di un incontro a Firenze, nella sede della Regione Toscana, che ha riunito istituzioni e protagonisti del settore per discutere scenari, applicazioni e benefici concreti dello standard. Obiettivi, funzionamento e impatti sono al centro dell’intervista che Leonardo Froio, responsabile Area Strategica Ispezioni e Scheme Manager SGPI01, ha concesso in esclusiva a «Il Giornale dell’Arte».
Da quale esigenza concreta nasce lo standard SGPI01:2024 e quali lacune intende colmare nella gestione del patrimonio culturale italiano?
Lo standard SGPI01:2024 è pensato per essere adottato da una gamma molto ampia di soggetti, pubblici e privati. Possono applicarlo amministrazioni pubbliche, enti territoriali, musei, archivi, biblioteche, fondazioni, associazioni culturali, imprese, enti ecclesiastici e soggetti privati proprietari o gestori di beni culturali o paesaggistici. Il requisito centrale non è la natura giuridica, ma il fatto di gestire uno o più beni riconosciuti ai sensi del Codice dei Beni Culturali e di voler governare in modo strutturato i processi di conservazione, fruizione e valorizzazione. Questa apertura rende lo standard uno strumento comune, capace di parlare a realtà molto diverse. In Italia esisteva una chiara definizione di obblighi e competenze, ma mancava un modello operativo condiviso per governare nel tempo conservazione, fruizione e valorizzazione. SGPI01 interviene proprio qui, introducendo un sistema di gestione verificabile che aiuta le organizzazioni a passare dall’adempimento formale alla programmazione, dalla gestione per emergenze a una visione di lungo periodo. La lacuna che colma è quindi quella del «come»: come rendere la valorizzazione coerente, misurabile e sostenibile, senza snaturare la tutela del patrimonio.
Che cosa significa gestire oggi un bene culturale in modo evoluto?
Gestire oggi un bene culturale in modo evoluto significa superare la logica della sola custodia e adottare una gestione consapevole, programmata e orientata al futuro. In pratica vuol dire governare il bene come un sistema complesso, definendo obiettivi chiari, ruoli, responsabilità e processi, anziché limitarsi a interventi episodici. Una gestione evoluta integra conservazione, fruizione e valorizzazione, evitando contrapposizioni tra tutela e uso pubblico. Significa pianificare le attività nel tempo, valutare rischi e impatti, misurare le performance e migliorare continuamente. Soprattutto vuol dire mettere al centro accessibilità, inclusività e relazione con la comunità, affinché il bene resti protetto ma anche vivo, comprensibile e rilevante per la collettività di oggi e di domani.
SGPI01:2024 mette insieme tutela e valorizzazione economica. In un Paese come l’Italia, spesso diviso tra conservazione e sviluppo, è una sintesi possibile?
Sì, SGPI01:2024 rende finalmente possibile una sintesi credibile, ma a una condizione precisa: che la valorizzazione economica sia governata, non spontanea. Lo standard parte dal presupposto che tutela e sviluppo non siano opposti, purché la valorizzazione sia compatibile, programmata e misurabile. In pratica, SGPI01 sposta il dibattito da «se valorizzare» a «come valorizzare», imponendo processi, obiettivi, controlli e responsabilità. La conservazione resta il vincolo inderogabile; la dimensione economica diventa uno strumento al servizio della sostenibilità culturale, non un fine autonomo. In un Paese come l’Italia, storicamente diviso tra cautele a volte eccessive e sfruttamento, questa sintesi è possibile solo se sostenuta da un sistema di gestione maturo e verificabile. Ed è proprio questo il contributo più innovativo dello standard.
Lo standard SGPI01:2024 è certificabile?
Sì, lo standard SGPI01:2024 è certificabile. È stato progettato fin dall’origine come standard di certificazione di un sistema di gestione, non come linea guida volontaria. La conformità viene verificata da un ente terzo indipendente attraverso un programma strutturato di audit: un audit iniziale articolato in Stage 1 e Stage 2, seguito da audit periodici di sorveglianza e da un audit di rinnovo. La certificazione ha validità triennale ed è mantenuta solo se il sistema continua a funzionare e a migliorare nel tempo. Questo meccanismo garantisce che SGPI01 non resti un esercizio formale, ma diventi uno strumento concreto di governo della valorizzazione del patrimonio culturale.
Chi lo ha progettato?
Lo standard SGPI01:2024 è stato progettato dall’Ente Stati Generali del Patrimonio Italiano (Sgpi) in collaborazione con Certiquality, uno dei principali organismi italiani di certificazione dei sistemi di gestione. Lo schema nasce dall’integrazione tra competenze sul patrimonio culturale e «know how» maturato nel campo della certificazione e degli audit di terza parte. A supporto della sua applicazione operativa, Certiquality ha sottoscritto un accordo quadro con l’Ente Stati Generali del Patrimonio Italiano per la conduzione delle attività di certificazione, l’esecuzione degli audit e il rilascio dei certificati. Questa collaborazione garantisce coerenza metodologica, indipendenza delle verifiche e allineamento con le pratiche consolidate dei sistemi di gestione certificabili.
In che modo questa certificazione può contribuire allo sviluppo dei territori e alla loro attrattività, anche internazionale?
La certificazione SGPI01:2024 può contribuire concretamente allo sviluppo dei territori perché rende credibile, leggibile e affidabile il modo in cui il patrimonio culturale è gestito. Per i territori significa attrarre investimenti, partenariati e progettualità di medio e lungo periodo, superando la logica dell’evento isolato. Uno standard certificato offre garanzie a operatori culturali, turistici e istituzionali, anche internazionali, che cercano contesti stabili, governati e capaci di mantenere qualità nel tempo. Inoltre SGPI01 rafforza l’identità territoriale, integra cultura, economia e comunità locali e migliora la capacità di competere in reti europee e globali. L’attrattività non nasce solo dal valore dei beni, ma dalla qualità del sistema che li gestisce.
Lo standard richiama esplicitamente il tema della fruizione «sicura, inclusiva e sostenibile»: quali sono oggi le principali criticità in questo ambito e come possono essere superate?
Quando si parla di fruizione «sicura, inclusiva e sostenibile», il problema principale è che questi tre aspetti vengono spesso affrontati separatamente. La sicurezza è gestita come emergenza, l’inclusività come adempimento tecnico, la sostenibilità come capacità di attrarre flussi di persone. Il risultato è una fruizione fragile: affollamenti, esclusioni, stress sul bene. SGPI01 chiede invece di governare la fruizione come un processo, partendo dall’analisi dei rischi, pianificando flussi e modalità di accesso, integrando tutela, sicurezza e accessibilità fin dall’inizio. In questo modo la fruizione smette di essere una reazione e diventa una scelta consapevole, misurata e compatibile con la conservazione del bene nel tempo.
La certificazione è aperta a soggetti molto diversi tra loro, pubblici e privati. Questo può favorire una nuova forma di collaborazione nella gestione del patrimonio?
Sì, può favorire una nuova forma di collaborazione, perché SGPI01:2024 introduce un linguaggio comune e un quadro di regole condivise tra soggetti molto diversi. Pubblico e privato restano distinti nei ruoli e nelle responsabilità, ma possono dialogare sullo stesso piano gestionale: processi, obiettivi, controlli, risultati. Questo riduce diffidenze reciproche e improvvisazioni, perché tutti sono chiamati a dimostrare come governano la valorizzazione nel tempo. La certificazione non omologa i modelli, ma crea condizioni di fiducia, rendendo più facili partenariati, concessioni, gestioni miste e reti territoriali. In questo senso SGPI01 non sostituisce il Codice, ma ne diventa uno strumento operativo di cooperazione.
In che modo un sistema di audit indipendente può incidere realmente sulla qualità della gestione culturale, evitando il rischio di diventare solo un adempimento formale?
Un sistema di audit indipendente incide davvero sulla qualità solo se verifica il funzionamento del sistema, non la presenza dei documenti. Il rischio dell’adempimento formale della valorizzazione del bene nasce quando l’audit si limita a controllare carte e procedure. In SGPI01, invece, l’audit valuta se i processi sono attuati, se gli obiettivi guidano le decisioni e se il sistema produce miglioramento nel tempo. L’auditor osserva coerenza, continuità e capacità di gestione dei rischi, non singole iniziative. Inoltre la periodicità degli audit e il riesame obbligano l’organizzazione a non «spegnere» il sistema dopo la certificazione. In questo modo l’audit diventa uno strumento di apprendimento e responsabilizzazione, non un controllo sterile.
Il patrimonio culturale è per definizione unico. Come si concilia l’idea di uno standard con la specificità dei singoli beni e contesti?
Il patrimonio culturale è unico nei contenuti, ma la qualità della gestione non dipende dall’unicità del bene, bensì dal metodo. SGPI01 non standardizza i beni, ma il modo di governarli. Lo standard definisce un quadro comune di principi, processi e responsabilità, lasciando piena libertà di adattamento ai singoli contesti. Ogni organizzazione costruisce il proprio sistema partendo dalle caratteristiche specifiche del bene, del territorio e delle comunità coinvolte. In questo senso lo standard non omologa, ma valorizza le differenze, chiedendo che siano comprese, motivate e gestite consapevolmente. La sintesi sta proprio qui: regole comuni per garantire qualità e coerenza, applicate in modo flessibile a situazioni irripetibili.
Tra i benefici citati c’è la capacità di attrarre fondi e donazioni. Pensate che questo standard possa diventare anche uno strumento di dialogo con investitori e mecenati?
Sì, SGPI01 può diventare uno strumento efficace di dialogo con investitori, finanziatori e donatori, perché introduce un elemento oggi decisivo: fiducia verificabile. Questi soggetti non cercano solo beni di valore, ma contesti capaci di gestire risorse con metodo, trasparenza e continuità. La certificazione offre una garanzia indipendente sulla qualità della governance, sulla chiarezza degli obiettivi e sulla capacità di trasformare le risorse in impatto culturale misurabile. In questo modo riduce il rischio percepito, facilita il confronto tra pubblico e privato e rende più credibili progetti di lungo periodo. Non è uno strumento di raccolta fondi in sé, ma un abilitatore di relazioni sostenibili tra patrimonio culturale e capitali disponibili.
Qual è il valore di SGPI01:2024 per il sistema culturale italiano?
SGPI01:2024 offre al sistema culturale italiano un metodo condiviso per trasformare la tutela del patrimonio in una gestione consapevole, verificabile e sostenibile nel tempo, capace di integrare conservazione, fruizione e valorizzazione senza snaturare l’unicità dei beni, ma rendendo finalmente governabile la loro complessità.
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