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Una foto di scena di «Orfeo ed Euridice» di Gluck nell’allestimento di Shirin Neshat per il Teatro Regio di Parma

Foto Roberto Ricci

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Una foto di scena di «Orfeo ed Euridice» di Gluck nell’allestimento di Shirin Neshat per il Teatro Regio di Parma

Foto Roberto Ricci

Orfeo ed Euridice, umani come noi

Nell’allestimento di Shirin Neshat dell’opera di Gluck in scena al Teatro Regio di Parma, il cantore e la ninfa sono un uomo e una donna contemporanei che vivono l’amore, il dolore e l’incomunicabilità 

Grande inizio con l’«Orfeo ed Euridice» di Christoph Willibald Gluck quello che ha inaugurato la Stagione Lirica 2026 del Teatro Regio di Parma. Oltre al bravo direttore Fabio Biondi, al suo debutto in questo tempio della lirica, la cosa più inaspettata è stata quella di assegnare la regia all’artista e regista iraniana multidisciplinare Shirin Neshat (1957), Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999, che avevamo visto l’anno scorso al PAC-Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano nella magnifica retrospettiva «Body Of Evidence»

In tutti questi anni Neshat si è confrontata con la fotografia, il video, il cinema: è del 2009 il Leone d'Argento per la miglior regia alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Nello stesso anno, sempre a Venezia, le era stato assegnato un altro premio per «Looking for Oum Kulthum» e più recentemente, nel 2021, per «Land of Dreams», mentre nel 2017, a Tokyo, aveva ricevuto il prestigioso Praemium Imperiale).  La sua più recente opera filmica, «Do U Dare!», è stata presentata in anteprima dalla Galleria Lia Rumma nel 2025. Neshat ha gravitato anche nel teatro, creando narrazioni altamente liriche, oltre a visioni politicamente cariche che rimettono in discussione questioni di potere, religione, razza e relazioni tra passato e presente, Oriente e Occidente, individuo e collettività. Nel 2022 aveva già diretto, questa volta al Festival di Salisburgo, «L’Aida» di Verdi, poi riallestita nel 2025 all’Opéra di Parigi.

Tema fondamentale nella sua poetica è lo sguardo delle donne: dagli esordi nei primi anni Novanta con la serie fotografica «Women of Allah», i celebri corpi femminili  istoriati con calligrafiche poetiche, fino a «The Fury»videoinstallazione che anticipa il movimento «Woman, Life, Freedom». Le opere di Shirin Neshat  travalicano il tema di genere indagando le tensioni tra appartenenza ed esilio, salute e disagio mentale, sogno e realtà. 

E quale opera lirica meglio di Orfeo ed Euridice poteva affascinarla di più per esprimere con grande raffinatezza il rapporto uomo-donna di cui è intriso questo antichissimo mito greco che da sempre ha avuto profonde riflessioni. Gluck lo mise in scena nel 1762 a Vienna su libretto del poeta Ranieri de’ Calzabigi.  Con questo librettista il compositore ha avuto come primo obiettivo formale scrollarsi di dosso i sensazionalismi visivi e sonori ancora abituali nel palcoscenico operistico serio del suo tempo. Un secolo prima di lui, nel 1607, Claudio Monteverdi aveva riletto la potenza del mito greco ideando l’Orfeo in tutt’altra maniera.

Gluck in tre atti ha saputo rievocare la morte della ninfa, interpretata con grande emozione e capacità dal soprano Francesca Pia Vitale, la discesa agli Inferi di Orfeo, messo egregiamente in scena dal controtenore Carlo Vistoli, conscio della sua grande responsabilità, l’infrazione del patto, che porta il poeta tracio a struggersi nell’aria «Che farò senza Euridice?». Grazie all’intervento di Amore (ruolo assegnato a Theodora Raftis), con le sue enormi ali bianche, che riporta in vita la giovane, l’opera si conclude in modo decisamente più positivo rispetto all’originale greco. 

Shirin Neshat con grande maestria ci immerge in questa vicenda grazie anche alle scene ideate da Heike Vollmer e i costumi contemporanei di Katharina Schlipf, con le luci di Valerio Tiberi, le coreografie di Claudia Greco, la drammaturgia di Yvonne Gebauer e la direzione della fotografia di Rodin Hamidi.

La regista ci racconta che quest’opera era la storia giusta per lei, con interessanti possibilità visive e concettuali, perfettamente in linea con il suo lavoro passato nella fotografia e nel cinema. Il suo Orfeo è ricco di dualità: amore e morte, dolore e gioia, cielo e terra, mondo e inferno, magia e realismo e, infine coscienza e subconscio. Fin dall'inizio l’ha immaginata in bianco e nero per incarnare alcuni di questi paradossi, ma anche per rimanere fedele al suo stile caratteristico, in cui i contrasti tra i diversi elementi di una storia sono sottolineati in termini visivi. E in questo è stata fondamentale la drammaturgia ideata in accordo con Yvonne Gebauer e la perfetta sinergia con tutto il suo team. 

Ed ecco che ci ritroviamo davanti fin dalle prime scene video in bianco e nero con la coppia, prima distesa sul letto matrimoniale, poi in piedi: e mentre lui si veste fissa lei che con grande tristezza osserva fuori dalla finestra, pensando al figlio che non c’è più. Orfeo è un essere umano in conflitto con il proprio ego, dibattuto tra il suo narcisismo e l’amore incondizionato per la moglie Euridice. Il suicidio di quest’ultima lo distrugge e lo rende incapace di distinguere tra illusione e realtà, tra vita e morte, innocenza e colpa. 

La regista ribadisce con la sua maestria cinematografica il disorientamento del protagonista, che si ritrova immerso nelle prove delle sue colpe. Ci fa percepire il passaggio di Orfeo agli inferi come un viaggio nell’oscurità, nel dubbio, nel dolore e nei limiti umani. Mentre Euridice, tormentata dalla perdita del figlio e dalla crudeltà e incapacità del marito di piangere questa tragedia, si dà la morte. Quando Orfeo, grazie ad Amore, appare negli inferi per liberarla, Euridice torna esitante alla vita solo per ritrovarsi disillusa e sopraffatta dall’assenza del figlio. La regista fa iniziare e finire quest’opera in tre atti come un film muto in bianco e nero che  proietta noi spettatori in un altro livello narrativo, offrendoci uno sguardo più intimo sui personaggi e sulla travagliata relazione fra Orfeo e Euridice.   Con il suo riuscitissimo intervento poetico, Neshat ha reso impareggiabile l’apertura della Stagione Lirica di Parma, grazie anche alla Filarmonica Arturo Toscanini e al Coro del Teatro Regio di Parma, perfettamente preparato da Martino Faggiani. Coro, anch’esso in abiti contemporanei, che ha avuto momenti importanti per raccontare il complicato rapporto dei due protagonisti.

La reinterpretazione di Neshat del celeberrimo mito riletto da Gluck nel '700 fa seguito a quella, altrettanto affascinante, di Rainer Maria Rilke che ai primi del '900 ci propose Orfeo, Euridice ed Hermes in cui percepivamo una Euridice profondamente mutata dalla morte. Ma l'evoluzione di questo celeberrimo mito nella letteratura prosegue nel '900 con Cesare Pavese, che in Dialoghi con Leucò (1947) pubblica l'Inconsolabile, con protagonisti Orfeo e Bacca, una donna tracia. Di quel dialogo ricordiamo la celebre frase di Orfeo verso la sua compagna: «Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai». Questi intramontabili temi affascinarono anche lo scrittore, drammaturgo e regista francese Jean Cocteau che nel 1950 diresse il film «Orphée», adattamento dell’omonima opera teatrale del 1926. Il film reinterpretava in chiave moderna la storia della coppia mitologica, unendo un gusto surrealista a un tono drammatico. I protagonisti erano Orfeo, Euridice e una principessa, nientemeno che la Morte in persona, innamorata del poeta. Nel 1980 Italo Calvino pubblicò sulla rivista «Gran Bazaar» L'Altra Euridice, un racconto paradossale che capovolge il mito così come lo conosciamo, ipotizzando un mondo sotterraneo ricco di vita in cui originariamente Euridice vive assieme a Plutone, il Re degli inferi per i Romani. Il racconto, contenuto in Tutte le Cosmicomiche, mostra Orfeo come responsabile della risalita in superficie della giovane ammaliata dal suo canto ingannatore. In questo mondo rovesciato, la «superficialità della superficie» si contrappone all’autenticità della vita del sottosuolo a cui Euridice è stata ingiustamente sottratta. 

Chissà che cosa avrebbe detto Eugenio Montale di questa impareggiabile regia multimediale di Shirin Neshat. Nel 1958 il poeta  vide alla Scala una rappresentazione dell’«Orfeo ed Euridice» di Gluck con la regia di Gustav Grundgens e con la direzione musicale di Lovro von Matacic. Ne mise in giusta evidenza la capacità di riunire le due opposte e necessarie qualità della forza e della delicatezza che il pubblico scaligero apprezzò. Montale ammirava in Gluck la capacità di mantenere la sua atmosfera, che non ha bisogno di essere pittorica perché è intensamente musicale. Tutto, per Montale, arie, recitativi, danze e pagine corali, costruisce un racconto di una coerenza meravigliosa. E io penso che questa ulteriore, riuscitissima rilettura di Neshat, lo avrebbe affascinato. 

«Orfeo ed Euridice», in coproduzione con i Teatri di Reggio Emilia, ha debuttato in Prima assoluta al Teatro Regio di Parma il 23 gennaio e sarà in replica anche il 25, il 29 e il 31 gennaio.

Sergio Buttiglieri, 24 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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