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Sergio Buttiglieri
Leggi i suoi articoliDa domenica 18 gennaio il Salone degli specchi del Teatro San Carlo di Napoli ospita la seconda tappa della mostra «Frammenti di vita per il teatro. Paolo Grassi ed Eduardo de Filippo tra Sud e Nord», che attraverso fotografie, documenti, video e un carteggio inedito ricostruisce il dialogo tra due figure centrali del Novecento teatrale. L’iniziativa rientra nel palinsesto di Napoli 2500 del Comune di Napoli, con la direzione artistica di Laura Valente. Fondatore del Piccolo Teatro e poi direttore del Teatro alla Scala di Milano, Grassi (1919-81) ha svolto un ruolo rivoluzionario nel teatro italiano. A pochi giorni dall’inaugurazione abbiamo incontrato la figlia, nonché curatrice della mostra, Francesca Grassi.
Ci può raccontare com’è stata pensata la mostra sul suo mitico padre?
La mostra è stata inaugurata lo scorso 21 dicembre al Teatro San Ferdinando per i 2.500 anni di Napoli millenaria, «Neapolis». Ora la «spostiamo» al Teatro San Carlo fino al 18 marzo. Racconta la vita di Paolo Grassi, così come l’avevamo presentata a Milano, a Palazzo Reale (dal 25 gennaio al 24 marzo 2019 con il titolo «Senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione», Ndr). Ovviamente allora l’esposizione era molto più vasta: qui l’abbiamo ristretta in una cassa da viaggio, con l’idea, appunto, di portarla in giro. È il racconto di una vita di un uomo che ha dedicato la sua esistenza all’obiettivo di creare una fondazione, un teatro stabile comunale, un «teatro d’arte per tutti», come diceva lui. Arrivato alla Scala come sovrintendente, nel 1972, mio padre ha mantenuto lo stesso atteggiamento, la stessa politica. All’epoca la Scala era un teatro che aveva una «marcia» inferiore, essendo stato per tanti anni in mano a un uomo meraviglioso, ma ovviamente di un’altra generazione, come Antonio Ghiringhelli (che fu sovrintendente dal 1948 al 1972, Ndr). Mio padre ha quindi dato una «spinta» alla Scala, per cinque anni, aprendolo alle scuole, alle fabbriche e ai concerti in fabbrica. Aveva creato il famoso turno per gli operai e gli impiegati, l’R3, perché diceva sempre che se per i turni A e B si ha un cast di primo ordine così dev’essere anche per tutte le repliche a rotazione. Non ci sono prime e seconde di meno qualità. Lo spettatore è uno spettatore di qualità, sempre. Sovente, anzi, lo spettatore più umile è quello più attento, perché va alla Scala non per far vedere il vestito, ma perché vuole ascoltare un’opera o un concerto o vedere un balletto di grande qualità.
Come si arrivò al «Teatro d’arte per tutti»?
Paolo Grassi, come detto, voleva gettarsi nell’avventura di creare un nuovo teatro per la città. Fa vedere al sindaco di allora Antonio Greppi, grande illuminato, un cinema chiuso da anni, in via Rovello, dove la Legione Autonoma Mobile Ettore Muti (corpo militare della Repubblica Sociale di allora) torturava i partigiani. Quando entrarono gli spazi erano molto malconci e sul palcoscenico c’erano ancora macchie di sangue, ma mio padre e il sindaco si guardarono e dissero: «Se ci stai tu ci sto anch’io». E così è partita questa grande avventura. Nel maggio del ’47 il teatro è stato inaugurato con le note iniziali del quartetto di Mozart «Eine Kleine Nachtmusik» (K525) del 1787, eseguito da orchestrali della Scala. Perché entrambi erano molto legati alla Scala, che era «il» teatro: una sorta di grande madre, mentre loro erano i figli piccoli. Piccoli piccoli, in effetti. C’era poi un grande rapporto di amicizia e rispetto con il sovrintendente Ghiringhelli. Papà è rimasto in via Rovello fino al ’72, dal ’68 come direttore unico, perché Giorgio Strehler, con cui aveva codiretto il teatro, negli anni precedenti, era andato a Roma. Il loro rapporto per un po’ si è fermato e in quegli anni papà apre il teatro a registi di genere diverso: da Patrice Chéreau a Gianfranco de Bosio, e più avanti a Luca Ronconi e Walter Pagliaro. Nel '68 apre anche il teatro quartiere, portando il teatro sotto il tendone del Circo Medini, a Gratosoglio, a Gallarate, a Sesto. Un’invenzione straordinaria. Mio padre aveva capito che non tutti potevano andare a teatro, per motivi economici, di logistica, ma anche di umiltà: era una cosa che non conoscevano, un ambiente che non frequentavano e che li metteva a disagio. Allora lui che cosa fa? Si mette d'accordo con il Circo Medini e con il tendone gira l’hinterland milanese, la Lombardia, creando una rete di rapporti meravigliosi, andando a parlare nei centri operai e studenteschi, per portarvi il lavoro del Piccolo e il concetto stesso di teatro d’arte per tutti. Ha portato il teatro al pubblico e il pubblico ha risposto andando al Grassi in via Rovello, perché una volta avuto un assaggio di che che cosa significasse andare a teatro sotto un tendone, gli spettatori si sono detti: «Perché no?», e si sono abituati a frequentare il nuovo Teatro Grassi.
Ricordo bene il famoso spettacolo di Ronconi che durava 12 ore. Aveva debuttato al Teatro Metastasio di Prato, dopodiché lo portarono all’HangarBicocca. Io lo vidi proprio lì.
Nel ’77 Ariane Mnouchkine, la celebre regista teatrale e cinematografica francese, fondatrice nel 1964 del Théâtre du Soleil, nota per il suo approccio innovativo e la sua lunga collaborazione con il teatro, e per aver scritto e diretto il film storico «Molière» (1978) che racconta la vita del grande commediografo, voleva portare in Italia un suo spettacolo sulla Rivoluzione francese. In Francia nessuno, paradossalmente, le aveva dato ascolto. Si rivolse allora a mio padre, in quegli anni già alla Rai (come presidente, dal 1977 al 1980, Ndr), che le disse: «Sì, assolutamente. Te lo organizzo io». Andò in scena con 3mila persone. Ricordo con grande emozione quello spettacolo e quella serata, quel raccordo tra pubblico, attore, emozione, energia, meraviglia, stupore... C’erano due settori, come se fosse un palcoscenico centrale con due sipari, uno a destra e una sinistra; gli attori si cambiavano lì dietro, li vedevi sfilarsi le calze e le mutande, vedevi anche i loro sederi! Poi andavano al centro del palco e recitavano. Un’esperienza davvero unica.
Dopo la Scala mio padre andò alla Rai, dove rimase per tre anni. In una famosa intervista con Bruno Vespa disse: «Purtroppo la Rai è talmente tanto legata alla politica che la cultura passa in secondo ordine e per me non ha significato, quindi chiudo e mi ritiro in buon ordine. Mi occuperò di editoria». Era diventato infatti presidente dell’Electa. Era molto legato a Fantoni e Vitta Zelman. Purtroppo è morto pochi mesi dopo, nel marzo dell’81.
La mostra evidenzia poi il legame di suo padre con Eduardo De Filippo.
Sì, oltre a essere una cavalcata, diciamo, nella vita di lavoro di Paolo Grassi e nei suoi incontri ed epistolari, una parte importante della mostra ripercorre il rapporto, assiduo, continuativo, molto, molto profondo con De Filippo. «Dai Eduardo, gli diceva, vieni a Milano, vieni a recitare al Piccolo». E lui: «Non posso, sono a Roma, sto facendo un film». Eduardo nel ’48 aveva comprato le macerie del Teatro San Ferdinando di Napoli, sul quale ha poi edificato un nuovo teatro, tutto a sue spese, senza aver mai avuto nessun sussidio da parte dello Stato italiano. Capisco quindi che non potesse recitare a teatro ma dovesse fare dei film perché il cinema lo pagava di più. E col cinema in effetti si è pagato il teatro, costato mi dicevano, più di 600 milioni di allora, una cifra molto cospicua.
Dal Teatro San Carlo la mostra da metà aprile andrà al Maggio Musicale fiorentino, fino, speriamo, alla fine di maggio o ai primi di giugno. Siamo poi in attesa di una conferma dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, ci piacerebbe molto. Papà ha avuto moltissimi contatti, moltissimi incontri, moltissime esperienze di tournée a Berlino, per esempio con «Le baruffe chiozzotte». Brecht in cambio venne al Piccolo con l’«Opera da tre soldi». Esponiamo testimonianze di scambi epistolari di mio padre con tanti altri personaggi. Scriveva 250 lettere al giorno, più o meno, dirette in tutto il mondo. La tappa successiva, probabilmente a ottobre e novembre, della mostra sarà il Teatro dell’Opera di Roma. Con il sovrintendente Francesco Giambrone c’è un ottimo rapporto. Da Roma, a gennaio-febbraio 2027, passerà all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, sto aspettando da Antonio Calbi la conferma della data. Dopodiché andrà al Piccolo a Milano, in occasione dell‘ottantesimo anniversario, e, nel 2028, alla Scala, per i 250 anni del teatro.
La mostra è una cassa di legno di 2,20×1,3× 0,90 metri e pesa 220 kg. All'interno ci sono sei espositori contenenti tutte le notizie sulla vita di mio padre. Quando vengono estratti, gli espositori si aprono come dei libri sulle cui 24 facciate si racconta la storia di Paolo Grassi e dei suoi incontri. Il formato a scatola è stato ideato da Alessandro Colombo e Paola Garbuglio, i due architetti cui si deve l’allestimento del 2019. L'allestimento può essere diverso a seconda dello spazio ed è questo il bello. Essendo piccola e agile, può essere messa anche in 100 mq. I pannelli hanno un'agilità e una flessibilità notevole. Quando ci sono spettacoli, la gente la vede nel foyer, o nel Salone degli specchi nel caso del Teatro San Carlo. Si potrà visitare tutti i giorni, anche quando non ci saranno gli spettacoli, perché il teatro sarà sempre aperto.Ho chiesto io un'edizione a scatola, con l’intenzione di chiamarla «Paolo Grassi in tournée». Poi abbiamo optato per «Frammenti di vita per il teatro. Paolo Grassi ed Eduardo de Filippo tra Sud e Nord», perché mio padre, forse perché siamo originari di Martina Franca, in Puglia, ha sempre messo il Sud davanti al Nord.
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