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Fabrizia Sacchi è Maria Croce in «Stabat Mater»: il testo è di Antonio Tarantino, la regia di Luca Guadagnino e Stella Savino

Foto Riccardo Bombagi

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Fabrizia Sacchi è Maria Croce in «Stabat Mater»: il testo è di Antonio Tarantino, la regia di Luca Guadagnino e Stella Savino

Foto Riccardo Bombagi

Lo Stabat Mater di Guadagnino è un monologo in napoletano

Affidato alla bravissima Fabrizia Sacchi, il testo di Antonio Tarantino messo in scena dal regista premio Oscar e da Stella Savino è un racconto di bassifondi e reietti. Il lamento della madre, una donna di vita, è un flusso inarrestabile di parole, feroce e lirico al tempo stesso 

Sergio Buttiglieri

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Un inconsueto Stabat Mater quello che abbiamo visto a Cascina (Pisa), alla Città del Teatro. Pensavamo di vedere recitare il dolore di Maria di Nazareth sotto la croce di Cristo («Stabat mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat filius», recita la celebre sequenza duecentesca attribuita a Jacopone da Todi, Ndr), quindi un monologo triste nato nel Medioevo. Invece ci siamo ritrovati, grazie anche alla regia del Premio Oscar Luca Guadagnino affiancato da Stella Savino, a un profondo quanto divertente, monologo in napoletano di Fabrizia Sacchi che ha riletto il testo ideato da Antonio Tarantino, autore morto nel 2020, tra i più audaci e grandi, scoperto dal critico teatrale Franco Quadri. Ricordavamo molto bene il suo testo, con le memorabili interpretazioni, qualche stagione fa, di Maria Paiato e Piera degli Esposti. Con la sua scrittura teatrale e antiteatrale allo stesso tempo, politicamente scorretta, spesso sgradevole e incontinente, Tarantino nelle mani di Guadagnino ritorna in grande, inaspettata forma, con un monologo feroce e lirico intriso di irriverente gergo napoletano.

Fabrizia Sacchi, sola in scena per un'intera ora, interpreta con grande maestria il delirio appassionato e intenso e il lamento straziante di Maria Croce, ragazza madre meridionale nella periferia di una Torino ferita e degradata, all’inizio degli anni ’90. Il napoletano che riversa addosso a noi spettatori è velocissimo e pieno di ironia. Un flusso continuo di parole che ci raccontano la disperazione di una madre del sud in una città colma di immigrati meridionali. Un madre che tenta di salvare il figlio Giuvà, finito in galera per motivi politici. 

Avevamo avuto modo recentemente di apprezzare Fabrizia Sacchi nel cast di «Primavera», prima opera cinematografica di Damiano Michieletto, dedicata a Antonio Vivaldi,  caratterizzato da un parlato popolare in napoletano stretto. Lei che fuma continuamente con rapidità e mangiandosi le parole, come uno scioglilingua, con la forza persuasiva di un imbonitore. Lo spettacolo si caratterizza per una dimensione vernacolare, verista, con la narrazione che si costruisce spontaneamente. 

Il monologo di questa donna di vita, dotata di una matrice popolare, ci racconta i vari personaggi, uno più squallido dell'altro, come l'amante Giovanni che non arriva mai. È un racconto dei bassifondi quello ideato da Tarantino. Un mondo cupo, di reietti. E il geniale impianto drammaturgico lascia che la narrazione si dipani gradualmente, svelando dettagli a poco a poco. 

Questa vecchia regia di Guadagnino, del 2012, non ci immerge in scenari sontuosi, ma nel classico spazio vuoto del teatro povero. Qualche sedia, una scala, un tavolino, un vecchio telefono anni ’90, che il servo di scena, la brava Emma Fasano, man mano sposta per far proseguire il monologo senza interruzioni.

Lo spettacolo è in scena in varie parti d'Italia. Ricordo ancora le parole di Andrée Ruth Shammah quando, pochi giorni fa, il monologo è stato rappresentato al Franco Parenti di Milano: «Oggi non si rispettano più gli autori italiani. Ci si dimentica quant'è importante per il teatro scrivere dei testi. Sono molto felice che ci sia una regia che dà attenzione al testo: Guadagnino è Guadagnino. E oltre che un regista coraggioso e intelligente, promuove e produce progetti». Parole che inevitabilmente ci ricordano l'assurda situazione dell'odierno Iran, con migliaia di giovani morti avvolti nei sacchi neri. 

Applausi infiniti a conclusione del monologo, con un pubblico entusiasta e commosso dalla mirabile interpretazione di Fabrizia Sacchi. 

 

Sergio Buttiglieri, 03 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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