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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliTinto Brass se n’è andato a 93 anni, lasciandoci un dubbio piuttosto imbarazzante: era davvero lui il guardone o lo siamo diventati tutti noi? Il regista veneziano, perennemente accompagnato da un sigaro e da una reputazione scandalosa, aveva trasformato il voyeurismo in una forma d’arte. Oggi, nell’epoca di Instagram, TikTok e OnlyFans, quella che sembrava una perversione cinematografica è diventata un’abitudine quotidiana. Con una differenza sostanziale: Brass pagava le attrici, noi lavoriamo gratis per gli algoritmi. E probabilmente siamo anche convinti di aver fatto un ottimo affare.
Prima di diventare il cantore ufficiale dei fondoschiena italiani, Brass era stato un raffinato sperimentatore. Aveva frequentato la Parigi della Nouvelle Vague, lavorato con Roberto Rossellini, studiato Godard e respirato l’aria della Pop Art. Film come «Col cuore in gola» e «Nerosubianco» mescolavano fumetto, psichedelia, politica e provocazione sessuale. Un cinema che guardava a Warhol e Guido Crepax molto prima di scoprire le possibilità commerciali della lingerie. Curioso come l’Italia riesca a perdonare quasi tutto a un artista, tranne il successo popolare. Soprattutto quando comporta qualche centimetro di pelle scoperta.
Poi arrivarono «La chiave», «Miranda», «Paprika», «Così fan tutte» (chi scrive era perdutamente innamorato di Claudia Koll). E il sesso diventò una faccenda serissima, affrontata con assoluta mancanza di serietà. Le sue protagoniste erano spesso donne disinibite, intraprendenti, capaci di ridicolizzare uomini goffi e possessivi. Naturalmente, questo non basta a trasformare Brass in un precursore del femminismo. Il suo sguardo restava profondamente maschile, insistente, talvolta ossessivo. Ma almeno non pretendeva di essere neutrale. Un pregio non trascurabile in un’epoca in cui tutti dichiarano di non giudicare nessuno, possibilmente mentre lo fanno.
E proprio qui comincia il paradosso contemporaneo. Oggi milioni di persone pubblicano volontariamente immagini del proprio corpo, documentano relazioni, desideri, vacanze e perfino crisi sentimentali. La vita privata è diventata un reality senza regista, mentre l’intimità si misura in visualizzazioni. Brass costruiva elaborate scenografie per spiare una donna attraverso uno specchio. A noi basta scorrere uno schermo mentre aspettiamo il tram. Con un’aggravante: abbiamo trasformato l’esibizionismo in autenticità e il voyeurismo in partecipazione. Basta cambiare il nome alle cose per renderle socialmente accettabili. Eppure, è innegabile, qualcosa si è perso. Non certo la nudità, disponibile in quantità industriali. Piuttosto il desiderio, quello che nasce dall’attesa, dall’allusione, dalla possibilità di immaginare ciò che ancora non si vede. Il cinema erotico di Brass aveva bisogno di costumi, arredamenti, luci, tende di velluto socchiuse, porte lasciate aperte per sbaglio. Una coreografia del proibito che oggi apparirebbe quasi artigianale. Perfino i suoi eccessi barocchi sembrano appartenere a un’epoca più innocente. Il paradosso è che, quando tutto è visibile, non resta quasi nulla da scoprire. Il vero lusso odierno non è mostrarsi, ma riuscire a sottrarsi allo sguardo degli altri.
La pornografia digitale ha eliminato gran parte di questa liturgia. Tutto è immediato, accessibile, ripetibile. Il corpo non è più soltanto oggetto del desiderio, ma contenuto, prodotto, talvolta brand. OnlyFans ha trasformato l’esibizione erotica in un modello imprenditoriale, Instagram ha reso la seduzione una strategia di comunicazione. Non necessariamente un male: l’autonomia di chi decide di mostrarsi è una conquista reale. Ma la libertà di esibirsi convive con un sistema economico che premia l’esposizione continua. Una volta si cercava di sedurre qualcuno. Oggi, più spesso, si cerca di non perdere follower.
Brass, almeno, non aveva bisogno di chiamarla personal branding. C’è poi la questione dello scandalo. Negli anni Ottanta bastava un suo film per mobilitare censori, moralisti e benpensanti. Oggi il nudo non scandalizza quasi più nessuno, mentre una fotografia può essere rimossa da una piattaforma per aver mostrato un capezzolo. Abbiamo sostituito i censori in carne e ossa con regolamenti digitali, altrettanto contraddittori ai limiti del ridicolo. E la trasgressione, diventata merce, ha perso buona parte della sua capacità di disturbare.
È arrivato dunque il momento di riguardare Brass senza l’obbligo di assolverlo o condannarlo. Di riconoscere il talento visivo del regista sperimentale, le ambiguità del suo erotismo e quella vitalità anarchica che attraversava anche i film meno riusciti. Non tutto ciò che scandalizzava ieri era rivoluzionario. E non tutto ciò che oggi appare politicamente scorretto è necessariamente privo di intelligenza.
Perché Tinto Brass apparteneva a un mondo in cui il sesso poteva ancora essere una provocazione culturale. Il nostro è un mondo in cui può diventare un piano editoriale. Lui spiava dal buco della serratura. Noi abbiamo tolto la porta, acceso la ring light e chiesto agli spettatori di seguirci. Possibilmente attivando le notifiche.
Germano D’Acquisto
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