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Shepard Fairey (Obey), Obama Hope Offset (2008), Offset Litho

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Shepard Fairey (Obey), Obama Hope Offset (2008), Offset Litho

Obey conquista Napoli: oltre 150mila visitatori per Shepard Fairey. Ora arrivano Kauffmann, Vigée Le Brun e Boetti

Si chiude oggi, 13 settembre, alle Gallerie d’Italia-Napoli OBEY: Power to the Peaceful, la mostra di Shepard Fairey curata da Giuseppe Pizzuto: dal 6 maggio oltre 150mila visitatori e un progetto estesoosi dalle sale del museo allo spazio pubblico della città. Per la sede di Intesa Sanpaolo è già tempo di una nuova stagione: a novembre il confronto tra Angelica Kauffmann ed Élisabeth Vigée Le Brun, a dicembre Alighiero Boetti con circa 35 opere della Collezione Agrati.

Pasquale Ruocco

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Centocinquantamila visitatori in poco più di quattro mesi. È il dato con cui si chiude oggi, 13 settembre, alle Gallerie d’Italia-Napoli OBEY: Power to the Peaceful, la mostra dedicata a Shepard Fairey, aperta lo scorso 6 maggio e prorogata di una settimana dopo la risposta del pubblico. Il risultato è significativo soprattutto perché riguarda un artista nato fuori dai tradizionali circuiti museali: Fairey ha costruito il proprio linguaggio tra cultura skate, strada, grafica underground e appropriazione dei codici della propaganda, per diventare successivamente uno degli autori più riconoscibili della cultura visiva globale.

Curata da Giuseppe Pizzuto, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli e in collaborazione con Wunderkammern Gallery, la mostra ha riunito oltre 150 opere, tra lavori iconici, pezzi unici, edizioni, materiali d’archivio e quindici inediti. Quattro i nuclei individuati dal percorso che restituiscono con una certa chiarezza il meccanismo centrale dell’opera di Fairey: utilizzare la grammatica della comunicazione politica e commerciale per rovesciarla dall’interno.

È qui che la fortuna di Obey continua a presentare un paradosso interessante. Pochi artisti contemporanei hanno assimilato altrettanto profondamente le logiche della riproducibilità, del marchio e della comunicazione di massa, mantenendo al tempo stesso un discorso apertamente critico verso propaganda, autorità e concentrazione del potere. Fairey costruisce immagini perché circolino. Manifesti, sticker, serigrafie e interventi urbani nascono all’interno di una cultura nella quale la ripetizione non diminuisce necessariamente il valore dell'immagine: può, al contrario, aumentarne la capacità di occupare lo spazio pubblico e la memoria collettiva. Da André the Giant Has a Posse fino alla celeberrima immagine Hope realizzata per Barack Obama, la sua storia coincide in buona parte con la trasformazione dell'immagine in segno immediatamente riconoscibile.

A Napoli questo principio ha trovato una prosecuzione naturale fuori dalle sale. Il progetto ha cercato infatti un rapporto con lo spazio pubblico e la città, portando i temi della mostra oltre il museo e costruendo una serie di occasioni di incontro con il territorio. Il 3 settembre il Comune di Napoli ha conferito a Fairey la Medaglia della Città, passaggio che ha accompagnato la decisione delle Gallerie d’Italia di prorogare l’esposizione fino al 13 settembre. Il dato dei 150mila ingressi interessa però anche per un'altra ragione. Le Gallerie d’Italia sottolineano come il pubblico arrivato per Fairey abbia avuto accesso contemporaneamente alle collezioni permanenti della sede di via Toledo: dal patrimonio storico-artistico di Intesa Sanpaolo alla pittura napoletana, dalle ceramiche attiche e magnogreche al Novecento e contemporaneo di Vitalità del Tempo. È uno dei meccanismi sui quali si gioca oggi una parte importante della politica espositiva dei musei: utilizzare la mostra temporanea come porta d’ingresso alla collezione permanente, trasformando l'attrattività di un nome fortemente riconoscibile in un'occasione di conoscenza del patrimonio.

La conclusione di Obey serve così anche da passaggio verso una programmazione autunnale costruita su registri completamente diversi. «L’insieme delle collezioni permanenti, delle mostre temporanee e delle attività culturali rende le Gallerie d’Italia di Via Toledo un museo contemporaneo, aperto e dinamico», osserva Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo. E il cambio di scena sarà rapido. Dal 6 novembre 2026 al 7 marzo 2027 arriverà Angelica e Élisabeth. L’età delle donne pittrici, curata da Fernando Mazzocca, Francesco Leone ed Elisabetta Rasy. Il progetto mette a confronto Angelica Kauffmann ed Élisabeth Vigée Le Brun, due figure che riuscirono a costruire carriere internazionali tra Settecento e primo Ottocento, lavorando per corti ed élite europee in un sistema nel quale l'accesso femminile alla professione artistica rimaneva fortemente condizionato. Il confronto tra opere e biografie permetterà di leggere la loro affermazione anche come storia dell'autonomia professionale delle donne nell'Europa dell'Ancien Régime e delle rivoluzioni.

Il 16 dicembre sarà invece la volta di Alighiero Boetti, con una mostra curata da Luca Massimo Barbero e aperta fino a maggio 2027. Il nucleo centrale sarà costituito da circa 35 opere della Collezione Luigi e Peppino Agrati-Intesa Sanpaolo, messe in relazione con il percorso permanente Vitalità del Tempo. Serialità, lettere, parole, associazioni, sistemi combinatori e soprattutto il rapporto tra ideazione ed esecuzione permetteranno di tornare su uno degli artisti che hanno maggiormente contribuito a portare l'esperienza dell'Arte Povera verso una dimensione concettuale e internazionale. Il passaggio da Fairey a Kauffmann e Vigée Le Brun, fino a Boetti, descrive quindi tre modi molto differenti di intendere il rapporto tra artista e società. L'immagine come comunicazione pubblica, la conquista storica di uno spazio professionale, l'opera come sistema di pensiero e delega dell'esecuzione. Tre capitoli lontani cronologicamente e linguisticamente che indicano anche la strategia della sede napoletana: alternare progetti ad alta capacità di attrazione con riletture storiche e valorizzazione delle collezioni della banca. Resta intanto il risultato di Shepard Fairey. Centocinquantamila visitatori rappresentano un numero considerevole per una mostra di arte contemporanea e confermano quanto il confine tra cultura urbana e istituzione museale sia ormai definitivamente permeabile. Obey, nato come esperimento di occupazione visiva dello spazio pubblico, è entrato da tempo nei musei. A Napoli, per qualche mese, ha provato a percorrere anche la strada inversa: entrare nel museo per tornare nella città.

Pasquale Ruocco, 13 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Pasquale Ruocco

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