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Antonello da Messina, Ritratto d'ignoto marinaio, 1465- 1476 circa, olio su tavola, 31x24,5 cm, Museo Mandralisca, Cefalù

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Antonello da Messina, Ritratto d'ignoto marinaio, 1465- 1476 circa, olio su tavola, 31x24,5 cm, Museo Mandralisca, Cefalù

Il sorriso dell’ignoto arriva a Torino. Faccia a faccia con Antonello da Messina

Dopo la tappa al Museo Mandralisca di Cefalù, dal 12 novembre 2026 al 22 febbraio 2027 Palazzo Madama riunisce due vertici della ritrattistica di Antonello da Messina: il celebre Ritratto d’uomo siciliano, entrato nell’immaginario come «Ignoto marinaio», e il Ritratto d’uomo del 1476 conservato a Torino, noto come Ritratto Trivulzio. L’enigma del sorriso costruisce attorno al loro confronto un’ipotesi affascinante: osservare, attraverso due volti e due sorrisi, la trasformazione del ritratto in luogo dell’identità, della coscienza e della scoperta dell’Io.

Pasquale Ruocco

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Due uomini dipinti quasi cinque secoli e mezzo fa si ritrovano nella stessa stanza. Non sappiamo davvero chi siano, ma entrambi ci guardano. Uno sembra quasi sorridere di noi, l’altro trattiene l’espressione in una concentrazione silenziosa. Tra quei due sguardi passa una delle trasformazioni decisive della pittura occidentale: il momento in cui il ritratto smette progressivamente di registrare una fisionomia e comincia a interrogare un individuo.

È intorno a questo faccia a faccia che Palazzo Madama costruisce L’enigma del sorriso. Antonello da Messina tra Cefalù e Torino, dal 12 novembre 2026 al 22 febbraio 2027. Dopo la tappa siciliana al Museo Mandralisca, il progetto nato dalla collaborazione tra la Fondazione Culturale Mandralisca ETS e Palazzo Madama-Museo Civico d’Arte Antica porta a Torino il celebre Ritratto d’uomo di Cefalù, universalmente conosciuto come «Ignoto marinaio», mettendolo direttamente a confronto con il Ritratto d’uomo del 1476 conservato nelle collezioni del museo torinese e noto come Ritratto Trivulzio. Non è soltanto l’incontro tra due capolavori. La mostra parte da un’ipotesi critica precisa: utilizzare la distanza, minima e insieme profondissima, tra i due dipinti per osservare la costruzione dell’identità moderna nella pittura di Antonello. Due volti, due sorrisi, due differenti modi di occupare lo spazio e di stabilire una relazione con chi guarda. A Cefalù l’espressione è mobile, ironica, allusiva; a Torino diventa trattenuta, concentrata, quasi introversa. Il passaggio è quello dall’individuo come carattere all’individuo come presenza interiore.

Antonello da Messina occupa del resto un punto irripetibile nella pittura europea del Quattrocento. Nato tra il 1425 e il 1430 e formatosi all’interno di una cultura mediterranea che intreccia Messina, Napoli e l’ambiente aragonese, assimila la lezione fiamminga e la porta a confronto con la tradizione italiana, fino alla fondamentale esperienza veneziana. Ma ciò che accade nei suoi ritratti supera la questione, pur decisiva, della tecnica. La luce diventa uno strumento psicologico. Il volto acquista volume, ma soprattutto presenza. L’uomo rappresentato sembra possedere una vita mentale che continua oltre la superficie dipinta. Il Ritratto d’uomo del Museo Mandralisca ne è forse l’esempio più magnetico. La denominazione popolare di «Ignoto marinaio», consolidata anche dalla straordinaria fortuna letteraria del dipinto, non risolve affatto l’identità del personaggio. Al contrario, ne aumenta l’ambiguità. È soprattutto quel sorriso a impedire al volto di stabilizzarsi. Appena accennato eppure inequivocabile, sembra oscillare continuamente tra ironia, complicità e distanza. L’uomo non appare semplicemente rappresentato: sembra reagire alla nostra presenza.

È questo meccanismo ad avere garantito al dipinto una vita molto più ampia della storia dell’arte. Leonardo Sciascia ne inseguì il «gioco delle somiglianze»; Vincenzo Consolo ne fece, con Il sorriso dell’ignoto marinaio, un'immagine capace di uscire dal museo e trasformarsi in personaggio, memoria e metafora della Sicilia. Il volto di Antonello è diventato così una di quelle rare immagini antiche che continuano a produrre significati nuovi proprio perché non possono essere definitivamente spiegate. A Torino qualcosa cambia. Nel Ritratto Trivulzio del 1476 la pittura raggiunge una concentrazione ulteriore. Lo spazio si ritrae, gli elementi accessori scompaiono e tutto sembra convergere sulla monumentalità del volto. Il sorriso rimane, ma quasi si contrae. Non provoca ma trattiene. Se l’uomo di Cefalù sembra sul punto di raccontare qualcosa, quello di Torino sembra non avere alcuna necessità di farlo. Esiste nella propria presenza. Vederli insieme consente dunque di percepire qualcosa che una riproduzione difficilmente restituisce. Nel Mandralisca la materia pittorica conserva una vibrazione più mobile e narrativa; nel Trivulzio la luce assume una funzione quasi architettonica, costruendo il volto attraverso una maggiore sintesi. Non si tratta semplicemente di stabilire quale dei due dipinti sia più maturo. È il concetto stesso di ritratto a modificarsi. Dalla descrizione di un carattere si procede verso la costruzione di una coscienza.

Anche per questo il sorriso costituisce il vero dispositivo critico della mostra. Quello di Cefalù apre una relazione: destabilizza, allude, sembra riconoscere chi gli sta davanti. Quello torinese porta invece il movimento verso l’interno. Nel primo caso l’enigma nasce da ciò che il personaggio potrebbe pensare di noi; nel secondo da ciò che sembra custodire dentro di sé. In entrambi, Antonello raggiunge uno dei risultati fondamentali della ritrattistica rinascimentale: il soggetto dipinto smette di essere passivamente guardato e comincia, a sua volta, a guardare. Il viaggio tra Cefalù e Torino assume così anche un significato geografico. Nella sede siciliana il confronto riportava il Ritratto Mandralisca dentro il Mediterraneo dal quale nasce la cultura di Antonello; a Palazzo Madama il movimento si rovescia e quel volto incontra uno degli esiti più compiuti della stagione successiva dell’artista. Dal crocevia meridionale alla dimensione europea, il percorso delle due opere riproduce idealmente quello del pittore. A Torino L’enigma del sorriso entra inoltre nel ciclo Incontro con il capolavoro, attraverso il quale Palazzo Madama costruisce approfondimenti intorno a opere e protagonisti della storia dell’arte antica e moderna. In questo caso il prestito diventa soprattutto uno strumento per guardare diversamente un dipinto già appartenente alle collezioni del museo: il Trivulzio cambia inevitabilmente quando, accanto, compare l’uomo di Cefalù. «Riunirlo al Ritratto Trivulzio significa offrire un’occasione rarissima: vedere insieme due immagini nate a pochi anni di distanza e accorgersi, quasi fisicamente, che qualcosa è accaduto», osserva il direttore di Palazzo Madama Giovanni Carlo Federico Villa. Ed è probabilmente qui il senso più profondo dell’operazione. Non risolvere l’enigma dei due uomini, né attribuire necessariamente un nome a quei volti, ma verificare che cosa Antonello abbia scoperto attraverso di loro. Perché forse il mistero più interessante non riguarda affatto chi siano i due personaggi. Riguarda il fatto che, dopo più di cinquecento anni, continuiamo ad avere l’impressione che siano ancora lì. Che pensino, osservino, giudichino. E che sappiano qualcosa che noi non sappiamo. È questa la rivoluzione silenziosa di Antonello: aver trasformato il volto dipinto in una presenza capace di restituirci lo sguardo.

Pasquale Ruocco, 12 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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